Articolo
Agnese Codignola
Stiamo buttando ciò che avevamo imparato su Ebola

Stiamo Buttando Ciò Che Avevamo Imparato Su Ebola
politica Scienza

Un nuovo ceppo, il Bundibugyo, della malattia che distrugge le membrane interne del corpo si sta facendo strada in Congo. Meno letale e (fino a poco tempo fa) sporadico, è ancora di difficile identificazione rapida. Ma la mala gestione, gli spostamenti dei malati e i pochissimi aiuti umanitari rendono complesso confinare il contagio.

La situazione evolve più rapidamente di quanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), fortemente ridimensionata dall’uscita degli Stati Uniti, e le altre organizzazioni in prima linea riescano a fare per fermare l’epidemia. Lo ha affermato il segretario generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, con toni più che allarmati. Il risultato, per ora, sono circa mille contagiati ufficiali e 220 morti in due paesi, ma si teme che le cifre reali siano molto peggiori, perché il tracciamento e la diagnosi sono difficilissimi. 

Ebola Bundibugyo sta spaventando il mondo, perché l’assenza di un test diagnostico specifico e di terapie e vaccini efficaci e disponibili, in una zona martoriata da guerre tra decine di gruppi diversi e miniere illegali, e nella quale una popolazione stremata si aggrappa alle tradizioni locali e mostra una crescente diffidenza verso la medicina occidentale, potrebbe essere la ricetta per un disastro continentale di proporzioni mai viste. Solo negli ultimi giorni diciotto pazienti sono fuggiti da una struttura per l’isolamento che era stata presa d’assalto dalla popolazione locale, inferocita a causa del divieto imposto dalle autorità locali di rispettare i riti funebri e toccare i defunti prima di seppellirli. Nella stessa zona altri due presidi medici dedicati sono stati incendiati, peggiorando ulteriormente l’assistenza e rendendo quasi impossibile l’isolamento. I paesi limitrofi stanno correndo ai ripari chiudendo le frontiere, ma il contagio non sembra fermarsi. 

In qualche modo, la miopia che ha spinto soprattutto gli Stati Uniti a interrompere quasi qualunque contributo umanitario e scientifico con la Repubblica Democratica del Congo e in generale con l’Africa presenta il conto, e non è detto che la crisi si fermi ai paesi africani interessati. 

L’epidemia, con ogni probabilità, è iniziata almeno un paio di mesi fa. La paziente zero è stata un’infermiera che il 24 aprile ha iniziato a manifestare i primi sintomi – vomito, diarrea, febbre, sanguinamenti –, e che tre giorni dopo è deceduta a Bunia, capitale della sperduta regione di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo. Quasi certamente, tuttavia, la prima persona contagiata è stata un’altra, qualcuno che ha iniziato a diffondere il virus nell’ospedale dove lavorava la vittima, dopo settimane nelle quali il contagio si era fatto strada silenziosamente, senza essere riconosciuto, in diversi villaggi della zona, particolarmente isolata. Quel primo paziente era andato lì a cercare aiuto, ma solo quando la malattia si è manifestata nell’infermiera i medici hanno intuito che poteva trattarsi di qualcosa di già visto molte volte, da quelle parti: un ennesimo focolaio di Ebola.

Rispetto ai più noti ceppi Zaire (di gran lunga quello prevalente) e Sudan, il Bundibugyo sembrava relativamente poco pericoloso, sporadico e caratterizzato da una bassa mortalità. Ma ciò che è avvenuto negli ultimi giorni racconta una storia diversa, aggravata da fattori che hanno poco a che vedere con la virologia, e molto con la geopolitica. 

Poi, il 15 maggio, il risultato delle analisi, e il verdetto: si trattava davvero di Ebola Bundibugyo, un ceppo comparso per la prima volta nel 2007 in Uganda, nella regione dell’omonimo fiume, e poi di nuovo nel 2012 nella Repubblica Democratica del Congo, per poi scomparire nelle foreste da cui era arrivato, probabilmente nei pipistrelli della frutta che sono il serbatoio naturale di tutti gli Orthoebolavirus.

Rispetto ai più noti ceppi Zaire (di gran lunga quello prevalente) e Sudan, il Bundibugyo sembrava relativamente poco pericoloso, sporadico e caratterizzato da una bassa mortalità, e per questo le ricerche di farmaci e vaccini non ci si erano concentrate. Ma ciò che è avvenuto negli ultimi giorni racconta una storia diversa, aggravata da fattori che hanno poco a che vedere con la virologia, e molto con la geopolitica. 

Lucy ha parlato con Ruggero Giuliani, infettivologo esperto di Ebola, già vicepresidente di Medici senza Frontiere Italia e membro di diverse task force internazionali specializzate nel gestire i focolai di Ebola e non solo, in partenza per la Repubblica Democratica del Congo, come tante altre volte in una vita in gran parte dedicata a combattere e studiare questi virus, nelle tende da campo e negli ospedali come nelle grotte dove vivono i pipistrelli.

In questo momento, mentre il contagio si diffonde, la prima cosa da fare è organizzare il tracciamento dei contatti e trovare un modo per fare diagnosi certe, due compiti estremamente complessi. Il primo è ostacolato dalla guerra sempre presente nella zona, dove si fronteggiano eserciti irregolari come M23, milizie jihadiste, sfruttatori delle miniere e truppe governative. Raggiungere i malati o i loro parenti e conoscenti per interrogarli sui loro spostamenti o chiedergli di rimanere isolati può essere impossibile. A sua volta il conflitto, che si calcola abbia provocato già sette milioni di sfollati, è una delle cause della diffusione di Ebola, perché le persone sono costrette a spostarsi di continuo per fuggire dalla violenza e questo, insieme alla precarietà delle strutture sanitarie, agevola il contagio. Nei primi giorni, dai sette villaggi più coinvolti sono arrivati solo una quindicina di campioni per le analisi, e questo dà la misura della gravità della situazione sul campo.

Anche quando si hanno i campioni, giungere alla diagnosi è arduo, in primo luogo perché non esiste un test per questo ceppo. Quello più utilizzato nelle ultime epidemie è stato GeneXpert, specifico per il ceppo Zaire e non sensibile a Bundibugyo, come non lo è un altro kit diagnostico chiamato RadiOne. Si sta cercando di modificare alcuni reagenti in modo che almeno uno dei due test possa portare l’identificazione, ma nessuno oggi dispone di kit rapidi da distribuire nella zona.

Continua Giuliani: 

Se e quando saranno disponibili, la sfida sarà farli arrivare nei paesi e nelle zone più remote, dove non si riescono ad avere certezze diagnostiche e dove, nel frattempo, le strutture sanitarie esistenti sono state messe a dura prova dall’aumento delle altre infezioni, a sua volta causato dal crollo degli aiuti statunitensi diretti e indiretti, e dall’assistenza ai feriti degli scontri a fuoco. Per questo la malattia si sta propagando a una velocità allarmante.

Come ricorda un articolo pubblicato su Stat News, l’epidemia attuale è anche una conseguenza dei tagli indiscriminati e brutali decisi dall’amministrazione Trump a un sistema di aiuti come quello di USAID che funzionavano bene da decenni, e sul quale paesi come la Repubblica Democratica del Congo contavano per campagne di vaccinazione, organizzazione dell’assistenza sanitaria e controllo delle epidemie. 

Basta vedere qualche dato per capire quanto quelle decisioni stiano penalizzando gli sforzi. Nel 2024, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani statunitense aveva inviato in Congo quasi 33 milioni di dollari; nel 2025 la cifra era scesa a dieci milioni. Nel 2025 USAID aveva assegnato a diversi paesi 67 milioni, rispetto ai quasi 1,2 miliardi del 2024. A causa del crollo dei finanziamenti, l’International Rescue Committee, un organismo che lavora per prevenire le epidemie e intervenire immediatamente appena ne nasce una, ha ridotto il proprio programma su Ebola nella zona da cinque a due anni.

Tutta la logistica che distribuiva scorte di farmaci, dispositivi di protezione personale, kit diagnostici, materiali monouso per gli isolamenti, tende da campo e così via, e che organizzava i controlli sul territorio segnalando i casi sospetti, è venuta meno, insieme al personale, in parte licenziato. “La grande macchina internazionale aveva imparato molto dalle crisi precedenti”, sottolinea Giuliani, “e per fortuna qualcosa è rimasto a livello di coordinamento e pianificazione, ma negli ultimi mesi è stata gravemente compromessa”. Già prima di Ebola Bundibugyo, la mortalità nella zona era raddoppiata, e secondo alcune stime i tagli a USAID avrebbero già provocato, nella sola Repubblica Democratica del Congo, trecentomila vittime.

Non si tratta solo di denaro. Anche i virologi dei Centers for Diseases Control di Atlanta, che intervenivano in tempi rapidi e che solo nella Repubblica Democratica del Congo avevano venticinque squadre, oggi sono stati in parte licenziati. Chi è rimasto è stato assorbito dalle strutture militari, e non dispone più dell’autonomia e dei mezzi che rendevano il loro lavoro spesso eccezionale. Se fino ai tagli si stava organizzando un sistema di prevenzione che dava frutti, oggi ci si trova a rispondere ex post a una crisi già scoppiata, e a farlo con pochissimi mezzi.

Poi c’è l’aspetto medico-scientifico, che rappresenta un’occasione unica per studiare un virus ancora poco noto e per sperimentare sul campo terapie e vaccini specifici, al momento assenti. Perché Bundibugyo è sempre stato una sorta di virus orfano, un patogeno che aveva colpito troppo pochi esseri umani poveri per destare l’interesse delle aziende o anche solo per trovare finanziamenti adeguati a procedere con gli studi. Era accaduto con il vaccino messo a punto da Thomas Geisbert dell’Università del Texas di Galveston, arrivato fino alle sperimentazioni sui primati e poi abbandonato nonostante i dati più che promettenti, come racconta Science. Geisbert, a sua volta grande esperto di Ebola, aveva inserito le proteine di superficie di diversi ceppi in un virus innocuo per l’uomo, quello della stomatite vescicolare, e poi lo aveva somministrato ai primati.

Risultato: protezione del 100% da Bundibugyo per i primati contagiati dopo l’immunizzazione e dell’83% di quelli immunizzati poco dopo il contagio, una performance eccezionale. Eppure nessuno ha finanziato gli studi sull’uomo, e per questo ora Geisbert proverà a somministrare una miscela che, sempre nei primati, ha portato a un’immunizzazione sempre del 100%, data dallo stesso tipo di virus della stomatite vescicolare con le proteine di Ebola Zaire e Sudan. 

Era andata così anche per il vaccino oggi più usato: messo a punto negli anni precedenti, nessuno aveva voluto sperimentarlo fino alla grave crisi del 2014, che aveva provocato più di undicimila morti. Poi finalmente i numeri sufficienti e le approvazioni.

La situazione dei farmaci è leggermente migliore, se non altro dal punto di vista della disponibilità. Dalla pandemia c’è il remdesivir, farmaco rivelatosi poco utile contro Sars-CoV2 e contro Ebola Zaire, ma che contro un parente stretto di Ebola, Marburg, ha mostrato una buona efficacia durante un focolaio scoppiato in Ruanda nel 2024. Anche in quel caso, passata la crisi, la sperimentazione è stata abortita, ma ci sono motivi per sperare che possa avere un ruolo.

Spiega ancora Giuliani:

Il remdesivir è nella disponibilità di alcuni ospedali e ambulatori della zona colpita e sarà probabilmente somministrato ad ampie fasce di popolazione a rischio: i comitati etici locali sono al lavoro per approvare gli studi. In questo modo avremo a disposizione dati attendibili, ottenuti seguendo protocolli come PARTNERS, messo a punto insieme all’Università di Oxford in occasione proprio della crisi in Ruanda del 2024, o il CORE dell’OMS per essere tutti pronti e non sprecare occasioni di studio come queste.

Se il remdesivir è una soluzione lo si capirà quindi nelle prossime settimane. 

Intanto una terapia esiste già, anche se è più costosa e sperimentale. Si tratta di un cocktail di due anticorpi monoclonali chiamato MPB134, che riconosce diversi ceppi ed è stato somministrato con successo nel 2022 in Uganda, dove era in corso un’epidemia di Ebola Sudan. In quel caso si trattò di un impiego compassionevole, che non ha permesso di raccogliere dati adatti (ciò che si cerca di evitare oggi), ma che lo stesso Geisbert aveva studiato, sempre sui primati, nel 2019, con ottimi risultati. Oggi, come ha confidato a Nature, spera di procedere con i trial, anche se c’è un’incognita che pesa come un macigno: MPB134, sviluppato da un’azienda californiana, la Mapp Biopharmaceuticals di San Diego, è di proprietà del BARDA, la Biomedical Advanced Research and Development Authority del governo degli Stati Uniti, che finanzia parte degli studi sugli antivirali ma che detiene anche la proprietà intellettuale molti dei farmaci che contribuisce a ottimizzare. 

Il segretario di stato Marco Rubio, appena saputo del paziente statunitense, ha accusato l’OMS di ritardi nella diagnosi. Qualche ora prima Donald Trump si era detto preoccupato, ma nel febbraio 2025, appena giunto alla Casa Bianca, sobillato da Elon Musk, aveva giustificato i tagli dell’83% al denaro utilizzato in aiuti esteri definendo questi ultimi fonte di “abusi, sprechi e frodi”. 

Tra gli infettati da Bundibugyo c’è un americano, il medico Peter Stafford, in Africa dal 2019 con la ONG Serge insieme alla moglie, anche lei medico, e ai quattro figli piccoli. Stafford, subito portato a La Charitè di Berlino e posto in isolamento, si è ammalato nella zona di Bunia, all’ospedale Nyankunde, mentre assisteva i malati – non sotto l’egida governativa statunitense. Nei giorni successivi è stato sottoposto a un trattamento sperimentale con un nuovo antivirale chiamato obeldesivir, sviluppato dalla stessa azienda del remdesivir, l’americana Gilead, insieme a Geisbert per il Covid, che sembra aver avuto qualche efficacia.

Il segretario di stato Marco Rubio, appena saputo del paziente statunitense, ha accusato l’OMS di ritardi nella diagnosi anche se, per anni, quando era solo senatore, aveva sempre lodato organizzazioni come la stessa OMS e USAID. Qualche ora prima Donald Trump si era detto preoccupato, ma nel febbraio 2025, appena giunto alla Casa Bianca, sobillato da Elon Musk, aveva giustificato i tagli dell’83% al denaro utilizzato in aiuti esteri definendo questi ultimi fonte di “abusi, sprechi e frodi”. 

Nonostante gli allarmi, non sembra che l’amministrazione statunitense intenda cambiare approccio. Secondo il Wall Street Journal pochi giorni fa ha organizzato un presidio per le quarantene in Kenya: riservato ai soli cittadini americani. I CDC ormai militarizzati, con una discreta dose di faccia tosta, hanno lanciato un appello, affinché volontari si rechino nella Repubblica Democratica del Congo per dare una mano. 

Intanto in Bangladesh, dopo anni di curve positive e di diminuzione dei contagi grazie a un’eccellente copertura vaccinale, i casi di morbillo sono 19.000, i decessi già oltre 500, a causa della mancanza di vaccini e di sostegno alle campagne di immunizzazione. In India i casi sono oltre 65.000 e in tutto il mondo si registrano aumenti di incidenza del 20% in media, con centinaia di decessi soprattutto tra i bambini. Anche tra cittadini americani.

L’immagine è di World Bank / Vincent Tremeau.

Agnese Codignola

Agnese Codignola è scrittrice e giornalista scientifica con un passato da ricercatrice. Il suo ultimo libro è Alzheimer S.p.A. Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è (Bollati Boringhieri, 2024).

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