Anche se ha avviato la transizione ecologica, la Germania non riesce a rinunciare del tutto al carbone: il più grande giacimento a cielo aperto del Paese è in espansione, ma una comunità resiste tra gli escavatori e vive su piattaforme sospese tra i rami, mentre "troll" e droni pattugliano.
Dice di chiamarsi Fuchs. Vuol dire “Volpe” in tedesco e, proprio come una volpe, si muove agile e guardingo: a ogni passo, gli anfibi imprimono un solco nel fango molle. Ha una bandana nera che gli lascia scoperti solo gli occhi azzurri e, appesa alla cintura, una borsa di tela con una scritta a spray “Fck AFD” (Fanculo AFD), il partito di estrema destra guidato da Alice Weidel.
“La foresta sta scomparendo”. La voce arriva attutita dal tessuto. Avrà circa vent’anni. “Non è una vita facile: svegliarsi ogni mattina e vedere la miniera allargarsi. Sentire gli alberi cadere”.
Alle sue spalle, il modello Bagger 293 è un colosso d’acciaio di 96 metri che si staglia contro il cielo grigio della Renania, mentre il vento agita gli alberi spogli. È il veicolo più grande mai costruito: all’estremità del braccio meccanico, una ruota a benne raschia il suolo, divorando fino a 240.000 metri cubi di terreno al giorno.
Sembra uno scenario tratto da un romanzo di Cormac McCarthy, un mondo ridotto a un grumo di polvere e ferro. Invece è la miniera a cielo aperto di Hambach, la più estesa della Germania. Una voragine di oltre quarantacinque chilometri quadrati, che sprofonda fino a quattrocento metri.
Una bandiera con lo slogan “Stoppt Braunkohle!” (Fermate la lignite!) e una sedia svettano su un cumulo di terra, al confine della proprietà di RWE, come un posto di vedetta sull’avanzata inesorabile della miniera.
C’è persino un punto panoramico, con bar e sdraio per godersi la vista: qualcuno sorseggia un caffè guardando lo strapiombo, altri si scattano un selfie.
Di Manheim, la cittadina di Kerpen in cui Michael Schumacher è cresciuto correndo sui go-kart, rimane solo la chiesa neogotica, divenuta il simbolo di una comunità spazzata via dall’estrattivismo. Un alto campanile che svetta sul nulla, tra case abbandonate e strade senza più destinazione.
Nel 2025 eolico e solare hanno superato la lignite nel mix elettrico tedesco, portando le rinnovabili a coprire circa il 55% della produzione. Eppure, il Paese dipende ancora dal carbone (circa il 14%) per la stabilità della rete elettrica. Una condizione che si è rafforzata durante la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina e che può riemergere nel quadro delle tensioni internazionali legate allo Stretto di Hormuz.
A beneficiare della demolizione è stata la RWE, la seconda compagnia energetica tedesca, che sfrutta intensivamente i giacimenti di lignite, un carbon fossile di origine vegetale altamente inquinante, ma a buon mercato.
Secondo i dati diffusi dal Fraunhofer ISE, nel 2025 eolico e solare hanno superato la lignite nel mix elettrico tedesco, portando le rinnovabili a coprire circa il 55% della produzione. Eppure, come sottolinea il think-tank Ember, il Paese dipende ancora dal carbone (circa il 14%) per la stabilità della rete elettrica. Una condizione che si è rafforzata durante la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina e che può riemergere nel quadro delle tensioni internazionali legate allo Stretto di Hormuz.
L’immensa voragine a gradoni della miniera di Hambach, un cratere artificiale nel cuore della Germania.
In Germania convivono da tempo l’urgenza della transizione ecologica e le esigenze concrete di un sistema industriale che si regge ancora su grandi impianti e una produzione su larga scala. La vicenda di Hambach è emblematica. Da un lato c’è l’accordo raggiunto nell’ottobre 2022 tra il governo del Land, quello federale guidato da Olaf Scholz e la RWE per anticipare l’addio definitivo al carbone in Renania al 2030 (rispetto alla scadenza originaria del 2038). Dall’altro, il via libera all’espansione della miniera, sostenuto anche dall’allora Ministro dell’Economia Robert Habeck (esponente dei Verdi), in nome della sicurezza energetica nazionale dopo il taglio delle forniture di gas russo.
Qui, ai margini della miniera, questa contraddizione è tangibile. Fuchs e un pugno di attivisti difendono quel che resta di una delle foreste più antiche della regione, ridotta ormai a un fazzoletto di terra.
C’è un suono inconfondibile che scandisce le ore e i giorni: il rumore sordo delle macchine che sminuzzano il legno, polverizzando in pochi minuti alberi che hanno impiegato decenni per crescere.
Più le baracche sono in alto, più è difficile per le squadre di sicurezza della RWE smantellarle senza rischiare incidenti. I “troll”, il nome con cui Fuchs chiama gli agenti della security, pattugliano il bosco nelle auto grigie, mentre i droni ronzano tra le cime degli alberi.
Racconta che la madre aveva letto di “persone pericolose” nella foresta di Hambach. Poi, durante una delle passeggiate domenicali organizzate dagli attivisti, la percezione è cambiata. Fuchs ha lasciato il lavoro per unirsi alla protesta. La sua casa ora è una piattaforma di legno sospesa a venti metri d’altezza. In inverno, con le temperature costantemente sotto lo zero, l’esposizione agli elementi è totale. “Quando cerchiamo di bere, l’acqua nelle taniche è un blocco di ghiaccio” spiega.
Fuchs e un’altra giovane attivista osservano ciò che resta di una delle foreste più antiche della Germania, diventata simbolo della lotta contro l’estrazione di lignite.
Più le baracche sono in alto, più è difficile per le squadre di sicurezza della RWE smantellarle senza rischiare incidenti. I “troll”, il nome con cui Fuchs chiama gli agenti della security, pattugliano il bosco nelle auto grigie, mentre i droni ronzano tra le cime degli alberi. “Ci sorvegliano ventiquattr’ore su ventiquattro. Arrivano quando è ancora buio, per coglierci di sorpresa. A volte ci sono scontri fisici”. La presenza degli attivisti nel bosco è illegale perché occupa il terreno destinato all’espansione della miniera.
Nel settembre 2018, Hambach è stato teatro di una delle più imponenti operazioni di polizia nella storia della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il governo regionale aveva ordinato lo sgombero forzato delle case sugli alberi costruite dagli attivisti per gravi lacune nelle norme antincendio delle strutture. Tuttavia, nel 2021 il Tribunale amministrativo di Colonia ha dichiarato illegittimo l’intervento, stabilendo che il rischio di incendio fosse un pretesto per allontanare i manifestanti e favorire l’attività della compagnia energetica.
È anche per questo che nessuno qui usa il proprio nome, né si scambia contatti. Qualcuno ha scelto da tempo questa vita e si sposta da una foresta minacciata all’altra. “Diventa la tua seconda famiglia, ma una volta andati via, non abbiamo modo di ritrovarci. Possiamo solo sperare di incrociarci in qualche altro presidio”.
Nel presidio, Blanche e Sabine chiacchierano e accolgono i visitatori tra furgoni e pannelli solari.
Molti attivisti affrontano conseguenze penali per violazione di proprietà privata e resistenza a pubblico ufficiale. Sul piano civile, le richieste di risarcimento avanzate dalla società tedesca hanno raggiunto cifre di decine di migliaia di euro. Una tattica che diverse organizzazioni per i diritti civili definiscono SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation) e che è volta a scoraggiare il dissenso attraverso l’onere finanziario dei procedimenti legali.
Nel campo base, all’esterno della proprietà di RWE, Blanche apre a fatica una bombola gelata. Il gas fischia piano mentre scalda un avanzo di riso e burro di cocco in una pentola annerita. “Lützerath non esiste più, ora c’è solo la miniera. Per due anni e mezzo ho vissuto lì, nel presidio di protesta. Abbiamo messo in pausa gli studi, il lavoro, gli amici, la famiglia: tutto in stand by”. Blanche ha trentasei anni, è nata e cresciuta a Bedburg (a ventitré chilometri dalla foresta di Hambach) in Renania, dove restano tre miniere di lignite attive. Quella vita sospesa è diventata, col tempo, l’unica possibile. Da otto anni si batte per il clima: prima che il villaggio di Lützerath – nel vicino distretto minerario di Garzweiler II – fosse raso al suolo nel 2023, per consentire l’ampliamento di un altro sito estrattivo, ha visto radunarsi oltre 35.000 manifestanti contro la lobby del carbone.
La tenda comunitaria del presidio, uno spazio dedicato ai pasti e alla convivialità.
La Germania è stata a lungo tra i maggiori produttori mondiali di lignite, e nel corso del Novecento fino a oggi l’espansione delle miniere a cielo aperto ha cancellato oltre trecento centri abitati. “Ho sessantuno anni e ho sempre vissuto una vita comoda”, racconta Sabine, seduta su una cassetta di legno, “ma a un certo punto mi sono accorta che bisogna agire. Vengo da Colonia, qui vicino, e mi chiedo ogni giorno perché i miei concittadini non se ne interessino. Non ho più voglia di chiacchiere di circostanza con i vecchi amici. Li ho invitati tante volte a venire, ma non si è mai presentato nessuno”.
Nel frattempo, le escavatrici lavorano giorno e notte. In attesa che le attività di estrazione cessino nel 2030, l’impatto della miniera continua a essere devastante. Per raggiungere la lignite, che si trova in profondità, bisogna abbassare continuamente il livello della falda acquifera, pompando via enormi quantità d’acqua.
Anche il presidio al di fuori dei confini della proprietà deve fare i conti con le pressioni della società tedesca. “RWE cerca di dissuaderci dal restare” dice Blanche. Qualche tempo fa ci ha costretti a spostarci con la scusa di un guasto a una pompa, ma poi non l’ha riparata”.
Nel frattempo, le escavatrici lavorano giorno e notte. In attesa che le attività di estrazione cessino nel 2030, l’impatto della miniera continua a essere devastante. “Per raggiungere la lignite, che si trova in profondità, bisogna abbassare continuamente il livello della falda acquifera, pompando via enormi quantità d’acqua. Quando si interrompono gli scavi, l’acqua risale portando con sé terreni inquinati e causando reazioni chimiche che potrebbero contaminare l’intera area” spiega Karsten Smid, ingegnere ambientale di Greenpeace Germany. “Serviranno dai cinquanta ai duecento anni per ripristinare l’equilibrio idrico della zona”.
Hambach estrae ogni anno quaranta milioni di tonnellate di lignite: quando smetterà, il sito diventerà un lago artificiale. Una soluzione comune in progetti di questo tipo per riqualificare l’area, trasformandola in un polo naturale e turistico e, al contempo, rendere irreversibile la fine delle attività estrattive, sigillando definitivamente l’accesso ai giacimenti.
A decidere il destino della voragine sono stati i piani di recupero presentati da RWE e approvati dall’autorità mineraria del Land. Per legge, infatti, la compagnia energetica ha l’obbligo di bonificare la zona a proprie spese, attingendo ai fondi accantonati durante i decenni di attività. Per stabilizzare le pareti della cava ed evitare crolli, i bordi verranno consolidati e sarà immessa acqua proveniente dal Reno attraverso una condotta speciale. È un lavoro immane che richiederà circa quarant’anni per convertire il paesaggio lunare in un bacino idrico. “È un’operazione da miliardi di euro e RWE vuole spendere il meno possibile, senza dare priorità ai criteri ecologici. Per ridurre i costi, sta accumulando sabbia e ghiaia dalle zone circostanti, distruggendo ulteriormente il territorio e ignorando le esigenze delle persone che vi abitano”. Inoltre, il progetto del lago artificiale rimane un’incognita. Smid avverte che durante le ondate di calore estive, il fiume non ha una portata sufficiente per alimentare l’invaso.
Qualche nota positiva, però, c’è: con l’aumento del prezzo delle emissioni di CO2 nel mercato europeo, entro la fine del decennio bruciare lignite non sarà più redditizio come in passato.
Nel presidio, Blanche e Sabine condividono il calore di una stufa e i turni di guardia. Mentre l’Europa fronteggia i rincari del gas, le baracche e le tende vicino alla foresta di Hambach rappresentano qualcosa di diverso. “Fino a quando le macchine non saranno smantellate, ci sarà sempre la possibilità che, in nome della sicurezza energetica, prolunghino l’attività estrattiva” dice Sabine. “La cosa più importante, però, è restare qui, insieme. Questo spazio non è solo un presidio contro la miniera, ma una comunità che offre rifugio in tempi difficili”.
La foto in apertura è di Giulio Cibecchini, quelle all’interno dell’articolo sono di Caterina Tarquini.