La guerra in Medio Oriente minaccia una crisi energetica globale. Alcuni puntano su sussidi e riapertura di giacimenti di carbone, ma Cina, Filippine e Corea del Sud guardano anche a altre strade. Di fronte al rischio di recessione e povertà e rincari, l'Europa può ancora scegliere.
Decine di imbarcazioni attaccate nei due mesi di guerra in Medioriente. Ventimila marinai bloccati da un lato dello stretto di Hormuz. Un continuo tira e molla tra blocchi, riaperture, pedaggi, negoziazioni e controproposte tra Iran e Stati Uniti, senza che nulla sia risolto. Soprattutto, lo spettro che, anche alla fine della crisi, le conseguenze sulle economie mondiali dureranno mesi, forse anni.
L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz hanno creato un collo di bottiglia in una delle vie più importanti per il commercio di gas e petrolio (un quarto di tutto il petrolio mondiale e quasi il 20% del gas liquefatto passano di qui). Di fronte alla grande incertezza sulla risoluzione della guerra (e alla volatilità statunitense) il mondo si prepara a una crisi energetica che in molti paesi già si sta facendo sentire, e che secondo alcuni analisti rischia di essere la peggiore mai registrata – è l’opinione ad esempio del direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, Faith Birol, e del Fondo Monetario Internazionale, l’FMI.
Nel mentre che lo stesso Fondo annuncia che questa crisi potrebbe tramutarsi rapidamente in una recessione globale, in tutto il mondo si moltiplicano le misure più o meno draconiane per ridurre l’impatto attuale, e prepararsi a quello che potrebbe accadere. Per l’Europa e l’Italia in particolare è un deja-vu sia di eventi recenti, come il picco di prezzi dell’energia dovuto all’invasione dell’Ucraina, che delle crisi petrolifere degli anni Settanta – quelle che fecero scattare nel nostro continente il primo interesse verso le rinnovabili e le prime misure di efficienza energetica (come le targhe alterne). Strumenti che, di fronte all’urgenza del cambiamento climatico, al momento sono ancora più rilevanti, perché favoriscono sia il risparmio che la transizione energetica. Solo che, in questa crisi, il nostro continente sembra averli dimenticati. E la situazione è complessa anche nel resto del mondo.
L’Asia è l’esempio migliore: è in assoluto il continente più duramente colpito dalla chiusura dello Stretto, ma anche quello che prima e più di tutti ha implementato misure per ridurre il consumo di idrocarburi. Quasi il 90% di tutto il petrolio destinato nel continente passa infatti proprio per Hormuz, e molti paesi sono ancora fortemente dipendenti dagli idrocarburi sia per trasporti e produzione di elettricità, che per l’industria – il Sudest Asiatico in particolare ha un ruolo chiave nella lavorazione dei prodotti petroliferi. È questo il motivo per cui i questi paesi hanno preso alcune tra le decisioni più importanti, e con maggiore rapidità: tutti hanno imposto misure di vario tipo per scoraggiare il consumo di benzina, come la riduzione della settimana lavorativa (ad esempio in Pakistan), dell’uso di aria condizionata (Singapore), o sponsorizzando i trasporti pubblici (Filippine).
È proprio da Manila che arriva la proposta più importante per affrontare la crisi: le Filippine hanno infatti dichiarato emergenza nazionale per la crisi energetica lo scorso 24 marzo – una misura forte ma lungimirante, visto l’andamento successivo della guerra. Il paese più pronto alla crisi è però stata la Cina: pur dipendendo fortemente dalle importazioni iraniane (Pechino acquista l’80% del petrolio iraniano), il paese si è preparato per anni a un evento simile, con scorte importanti di gas e petrolio e riuscendo a mantenere comunque un flusso significativo di importazioni dall’Iran (almeno fino al blocco navale statunitense). Il vero game changer è stato però il massiccio sviluppo delle rinnovabili, che adesso coprono un terzo di tutto il fabbisogno elettrico della Cina, associato anche alla crescita più rapida della mobilità elettrica di tutto il pianeta – in Cina ogni anno si vendono più veicoli elettrici che in tutto il resto del mondo. Al contrario, il Giappone gode ugualmente di riserve di petrolio importanti, ma la sua dipendenza dal gas lo rende comunque vulnerabile – una situazione che sta portando nel paese (ma anche altrove) a una riconsiderazione del ruolo del nucleare nel mix energetico.
L’Asia teme questa crisi più di ogni altra parte del mondo, e ne ha ben ragione: ha il potenziale per colpire duramente tanto le aziende più grandi che gli strati più fragili della popolazione. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, UNDP, stima che la crisi potrebbe portare almeno otto milioni di persone sotto la soglia di povertà in Asia e nel Pacifico.
Il quadro asiatico non è infatti del tutto positivo dal punto di vista della transizione energetica: l’Indonesia ha congelato il prezzo dell’energia, aumentando anche i sussidi al consumo (già consistenti), il Vietnam ha proibito le esportazioni di greggio, la Thailandia ha riattivato numerosi impianti a carbone. Quest’ultima è stata un’iniziativa presa da buona parte dei paesi asiatici, in particolare l’India (che produce già il 75% della sua energia dal carbone), ma anche da Corea del Sud e Bangladesh. Questo per compensare le importazioni mancanti di gas liquefatto, il GNL: i flussi diretti in Asia si sono infatti ridotti dell’80%, e il prezzo in Asia è quasi raddoppiato dopo l’inizio della guerra, raggiungendo al momento il valore più alto dal 2023.
Tutto questo accade perché l’Asia teme questa crisi più di ogni altra parte del mondo, e ne ha ben ragione: ha il potenziale per colpire duramente tanto le aziende più grandi che gli strati più fragili della popolazione. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, UNDP, stima che la crisi potrebbe portare almeno otto milioni di persone sotto la soglia di povertà in Asia e nel Pacifico: megalopoli come Jakarta dipendono fortemente dal petrolio, dai trasporti che muovono milioni di persone ogni giorno dai quartieri periferici fino agli uffici del centro, fino ai mercati e all’economia informale che rifornisce buona parte dei centri urbani, soprattutto del Sudest Asiatico. Buona parte dell’industria in Asia e nel Pacifico si basa inoltre sul petrolio: dai prodotti usa e getta in plastica, fino alla cosmetica e all’abbigliamento (settore cruciale per l’economia del Vietnam, ad esempio). Il rallentamento della produzione dovuto alla scarsità delle risorse si riflette prima di tutto sui lavoratori, i cui turni sono stati ridotti o le paghe diminuite; il rischio è però che gli effetti diventino sempre più ampi e profondi, amplificati anche dal debito crescente che molte nazioni asiatiche stanno contraendo per diminuire l’impatto dell’inflazione.
L’economia del Sudest Asiatico è inoltre fortemente integrata a livello regionale; la crisi difficilmente potrebbe risparmiare alcuni paesi o settori. La preoccupazione infatti riguarda anche la produzione di cibo: la scarsità di carburante sta già avendo un impatto sulle coltivazioni in centri agricoli di importanza fondamentale sia a livello regionale che mondiale, come il Vietnam. Il blocco dello Stretto inoltre sta creando problemi per il commercio di fertilizzanti, di cui il Medioriente è uno dei principali produttori mondiali, anche in questo caso rifornendo principalmente l’Asia. Se i prezzi dell’energia si alzassero del 24% nel 2026 a causa della crisi, quelli dei fertilizzanti potrebbero superare il 30%, con conseguenze importanti sulle comunità rurali dell’Asia. Già molto fragili e spesso vicini alla soglia di povertà, a causa del rialzo dei prezzi molti agricoltori potrebbero essere costretti ad abbandonare le coltivazioni e le campagne per migrare nei centri urbani. L’impatto sulla sicurezza alimentare globale potrebbe essere immediato: secondo le Nazioni Unite, 45 milioni di persone nel mondo sono a rischio carestia per via della chiusura di Hormuz.
In Europa la situazione è differente, ma ugualmente complessa. Gli stati dell’UE hanno messo finora in campo misure superiori ai dieci miliardi di euro, di cui l’80% non mirato – ossia pensato solo per supportare il consumo di energia, senza puntare a gruppi particolarmente fragili e senza condizioni specifiche per rendere questi strumenti più efficaci. Al momento la Germania ha dedicato 1,6 miliardi di euro, l’Italia circa mezzo miliardo, l’Olanda quasi un miliardo, l’Irlanda 700 milioni, la Spagna addirittura cinque miliardi. Un budget che però, a queste condizioni, si traduce quasi interamente in sussidi ai combustibili fossili: quasi nessun paese ha introdotto misure per ridurne il consumo come in Asia, e questo aspetto è mancato quasi interamente dal dibattito nazionale ed europeo sulla crisi energetica.
Le motivazioni possono essere varie. Alcuni governi sperano in una risoluzione breve del conflitto, e vogliono evitare quindi di aumentare la preoccupazione del pubblico con annunci drammatici come quello delle Filippine. Altri cercano invece di ridurre l’impatto della crisi sulla produttività nazionale e quindi sull’economia – un fattore che alcune delle misure proposte in Asia potrebbero invece amplificare, come nel caso della riduzione della settimana lavorativa. Più probabilmente si tratta di decisioni di convenienza politica: le misure di risparmio energetico sono poco popolari e chiedono un ulteriore sforzo a una popolazione già toccata ampiamente dall’inflazione e dallo spettro della recessione sempre più vicino. La crescente opposizione di molte parti politiche alla transizione energetica rende ancora più difficile proporre efficienza energetica e riduzione del consumo degli idrocarburi come misure per affrontare la crisi.
Questo è ancora più evidente spostandosi dal livello nazionale a quello europeo: le misure proposte adesso dalla Commissione europea (AccelerateEU) hanno prima di tutto un focus sull’aiuto alle famiglie e alle industrie europee, per poi concentrarsi sull’accelerazione della transizione energetica. Nelle misure introdotte a seguito dell’invasione dell’Ucraina (il pacchetto REPowerEU) il focus sulle rinnovabili era invece in cima alle priorità. Il tema rimane comunque presente nei discorsi della presidente Von der Leyen, ma con un tono differente rispetto alle accorate parole di Timmermans, vice presidente per il Green Deal della scorsa commissione europea, dopo l’aggressione russa. Il focus è infatti interamente sul costo energetico della crisi (stimato in 22 miliardi di euro nei primi 44 giorni del conflitto secondo la stessa von der Leyen), poco o nulla sull’importanza della lotta al cambiamento climatico. Un riflesso del nuovo sentimento politico della Commissione e del progressivo smantellamento del Green Deal europeo a causa di spinte politiche domestiche e internazionali.
Se i produttori statunitensi beneficiano di guadagni importanti questo si sta anche traducendo in un costo importante per i consumatori americani, sia sulla benzina che sul cibo e altri prodotti su cui il trasporto incide in maniera particolare. Il paese non sta però prendendo misure decisive per proteggerli.
C’è chi è messo peggio, però, è chi non ha quasi alcun margine d’azione. Gli Stati Uniti, autori del caos che il mondo sta vivendo, sono in teoria anche loro protetti dalla crisi grazie alla produzione domestica – dal 2014 sono il primo produttore di petrolio al mondo. Non a caso la sfuriata di Trump contro gli alleati europei del 31 marzo terminava proprio con un “Go get your own oil!”. L’idea di indipendenza energetica in un mondo profondamente interconnesso è però poco più che propaganda: mentre il prezzo del gas è molto localizzato a causa della limitata capacità di trasporto, quello del petrolio è internazionale, e i prezzi alla pompa negli Stati Uniti hanno infatti già superato i quattro dollari al gallone (il livello record del 2022).
Se i produttori statunitensi beneficiano di guadagni importanti – le compagnie petrolifere stanno ottenendo circa trenta milioni di dollari all’ora in più grazie alla crisi – questo si sta anche traducendo in un costo importante per i consumatori americani, sia sulla benzina che sul cibo e altri prodotti su cui il trasporto incide in maniera particolare. Gli Stati Uniti non stanno però prendendo misure decisive per proteggerli: l’unico reale cambiamento imposto dalla crisi è un’ulteriore espansione dell’estrazione di petrolio (avevamo parlato della di trivellazioni qualche settimana fa) e una nuova riduzione degli investimenti negli impianti rinnovabili – tutte misure a sostegno dei produttori (che già beneficiano di guadagni extra), e non dei consumatori.
La maggior parte degli stati africani dipende invece da importazioni dall’estero di petrolio e gas, sia per i trasporti che per la generazione elettrica che, in molti casi, è ancora fortemente legata ai generatori diesel, ma ha pochi mezzi per contrastare la crisi. In Uganda le scorte potrebbero terminare a breve, mentre in Kenya il 20% dei distributori lamenta già di avere riserve scarse. Paesi fragili come il Sud Sudan sono stati costretti al razionamento, ma la maggior parte degli stati africani ha preso poche o nessuna iniziativa – il Mozambico ha imposto un tetto ai prezzi all’ingrosso della benzina, lo Zambia ha eliminato l’IVA sui combustibili, e poco altro. Questo è dovuto al limitato margine d’azione di molti paesi africani, a causa sia del budget nazionale che degli importanti sussidi già esistenti su benzina e gas in buona parte del continente.
I sussidi sono una costante anche dell’America Latina, i cui paesi hanno ugualmente un margine limitato di intervento: anche qui l’azione è stata limitata, con il Perù che ha proposto misure per ridurre il consumo di combustibili (soprattutto incentivando il lavoro da remoto), e l’Argentina che ha aumentato la percentuale di bioetanolo da poter mischiare alla gasolina. Proprio l’ampia produzione e consumo di biocombustibili ha isolato in parte il Brasile dall’impatto della crisi energetica.
Prevedere come tutto questo evolverà nelle prossime settimane è tanto complesso quanto capire quali di queste soluzioni potrebbe essere la più efficace. La volubilità, al limite della follia, dell’amministrazione Trump rende complesso prevedere quando e come il conflitto potrebbe concludersi, e quando finirà il blocco dello Stretto di Hormuz – al momento della scrittura di questo articolo il fallimento dei primi negoziati e il blocco navale imposto dagli Stati Uniti sui porti iraniani hanno reso la situazione ancora più complessa. Un prolungarsi del conflitto fino all’estate potrebbe rivelarsi catastrofico per l’economia mondiale – Stati Uniti inclusi – ma è difficile prevedere se questo veramente influenzerà le decisioni statunitensi. Persino una conclusione relativamente rapida potrebbe avere strascichi rilevanti, soprattutto sui paesi più fragili.
Gli strumenti messi a disposizione potrebbero poi avere impatti differenti: i sussidi dei paesi europei sono particolarmente costosi e difficilmente sostenibili a livello economico, ma soprattutto vanificano l’unico effetto positivo che questa crisi potrebbe avere – disincentivare il consumo degli idrocarburi e favorire la transizione energetica. Come dimostra il caso della Cina, è invece proprio la transizione energetica la vera soluzione, e l’ennesima crisi energetica (la terza per l’Europa negli ultimi cinque anni, considerando anche quella post-Covid) potrebbe essere l’occasione per dare un’accelerazione al processo, disperatamente necessaria tanto per la lotta alla crisi climatica quanto per la stessa sicurezza energetica dell’Europa e di molte altre regioni. È un invito che la Corea del Sud ha accolto con entusiasmo, sfruttando l’occasione della crisi iraniana per lanciare la propria rivoluzione delle rinnovabili: le prossime settimane ci diranno se l’Europa e altri avranno la lungimiranza di seguirne l’esempio.