Articolo
Caterina Orsenigo
Le storie più strane ora sono le più realistiche

Le Storie Più Strane Ora Sono Le Più Realistiche
clima letteratura

Mentre la crisi climatica stravolge i luoghi in cui viviamo, le nostre menti perdono i propri punti di riferimento. Dall'Area X di Jeff VanderMeer alla Radura di Alessandra Castellazzi, il genere weird ha trovato la lingua perfetta per raccontare un mondo che si sfalda.

Negli anni Cinquanta lo psicologo canadese Donald Hebb cominciò a condurre esperimenti sulla deprivazione sensoriale. Le cavie erano quasi sempre i suoi studenti della McGill University di Montréal, che si offrivano volontari. L’esperimento consisteva nel mettere una persona in un ambiente estremamente neutro: stanze bianche, isolamento acustico, nessuna forma, ombra, diversivo su cui posare gli occhi. Bastavano poche ore perché i soggetti diventassero estremamente suggestionabili, dunque più facili da influenzare. 

Come racconta Adriano Zamperini in Disagio ambientale, l’impulso che aveva dato il via agli esperimenti era proprio questo: nel corso della Guerra Fredda, il fronte atlantico aveva visto qualche soldato tornare sospettosamente entusiasta dalla Russia Sovietica o dalla Cina di Mao, e ci si era convinti dell’arte orientale di fare il “lavaggio del cervello”, che ha più a che fare con la stregoneria che con le scienze esatte. Ci vogliono diversi ingredienti perché funzioni, e il primo, si dissero scienziati e militari una settantina di anni fa, è privare il soggetto del proprio ambiente.

Hebb quindi «intraprese un progetto di ricerca che esaminava gli effetti di “ambienti impoveriti”», riporta Zamperini, con l’idea che «la sottrazione della stimolazione sensoriale o percettiva [potesse] mettere una persona in una condizione psicologica tale da renderla vulnerabile e suscettibile all’innesto di nuove idee. In pratica, una sorta di indottrinamento». L’obiettivo dello psicologo canadese era insomma capire come si fa a trasformare una persona in un recipiente vuoto in cui versare qualsiasi convinzione, se non addirittura una nuova identità.

Lo studio degli ambienti impoveriti proseguì nei decenni successivi, per lo più allontanandosi dagli scopi bellici, anche se in alcuni casi i risultati delle ricerche vennero usati da eserciti e forze dell’ordine come strumenti di tortura. Quello che rimase in certe aule di università, sotto la docenza di qualche professore un po’ eterodosso, fu il desiderio di indagare il legame fra soggettività e ambiente e di scoprire come sia sorprendentemente facile far tremare la prima se viene a mancare il secondo. 

Un tratto essenziale accomuna cambiamento climatico e guerre: entrambi distorcono il paesaggio, ne alterano il perimetro e le sembianze con un bombardamento o un’alluvione. Ma a far perdere le coordinate basta molto meno. Il caldo estivo, per esempio: in silenzio modifica i contorni nel paesaggio, lo rende rarefatto, scioglie i bordi delle cose, le lascia colare all’orizzonte come un orologio in un quadro di Dalì.

La radura di Alessandra Castellazzi racconta un’estate così, in cui il calore rende ogni cosa irriconoscibile, la realtà labile, la mente condizionabile. La prima, quella del 2003, che era stata un apax in anni in cui la crisi climatica era ancora un iperoggetto appaltato alle future generazioni. Il caldo aveva colto tutti di sorpresa. Viola, la protagonista del romanzo, una dodicenne di pianura alle prese con l’età delle più profonde trasformazioni, fatica a riconoscere il paese, che conosce come conosce se stessa.

La temperatura è opprimente. I raggi di un sole invisibile ma imperioso lasciano stagnare una giornata afosa: l’umidità è talmente intensa che il paese sembra sul punto di diventare un regno anfibio. Le persone che incontra camminando sono sagome sbiadite. […] il gelso ha un aspetto malato, e i frutti sono pochi e striminziti. Viola studia i rami e la chioma, cercando di scovare qualche mora matura; una ragnatela sospetta assedia le foglie stringendole in una patina appiccicosa. […] Contempla l’ipotesi che sia un filamento di bava rinsecchita o la crisalide di chissà che larva, un nido per creature dell’ombra, ma le fibre opache la invitano a toccarle.

Il mondo conosciuto si sfibra, si scioglie, fino a far supporre che ci sia qualcos’altro, qualcosa di invisibile, a incrinare i margini del reale. In quel caldo immobile e sospetto, Viola entra nel cortile della biblioteca e di colpo ha l’impressione che qualcuno se ne sia appena andato, «lasciando dietro di sé un alito di vento», mentre tutto attorno il paese è deserto: «Si appoggia al muro. Trema. Guarda il cielo: bianco incandescente. Che cosa c’è d’avere paura? Li conosce da sempre, il cortile, la giostrina». Li conosce da sempre, ma come aveva capito il dottor Hebb, basta poco per diventare suggestionabili. 

“Un tratto essenziale accomuna cambiamento climatico e guerre: entrambi distorcono il paesaggio, ne alterano il perimetro e le sembianze con un bombardamento o un’alluvione”.

Nel mondo perfettamente realistico e normale della Radura, è forse un’allucinazione collettiva a far scorgere a tutti i bagnanti un pesce mostruoso nel fiume. Ma basta quello scarto impercettibile a introdurre lo straniamento e a portarci nella radura. In quel caldo troppo caldo Viola infatti è l’unica, o quasi, a vedere un varco fra i rovi che la porta in una radura magica: una radura verde, viva, fresca, che la attira e che forse ha attratto a sé altre ragazze prima di lei. Come ha raccontato l’autrice durante una presentazione, la Radura è un luogo magnetico, attira chi lo attraversa ma non concede mai nulla senza prendere qualcosa in cambio. Dona visioni, intensità, una dimensione interiore ricchissima – e allo stesso tempo sottrae la realtà, i legami, la continuità con il mondo esterno. Chi entra nella Radura comincia a vedere ciò che gli altri non vedono, e questo lo allontana dagli altri. Viola si isola, gli amici diventano lontani, quasi irreali. Le ragazze che prima di lei si sono avvicinate a quel luogo incantato hanno preferito il verde e il fresco alla realtà, e un giorno non sono più tornate.

La realtà entra ed esce dai suoi cardini, oscillando tra due dimensioni forse entrambe vere, e non importa se la radura esista o no. Ciò che conta è la soglia, quella sorta di varco che si apre dentro ciò che credevamo stabile, una sensazione  che quasi ogni essere umano ha avvertito almeno una volta, anche solo di sfuggita. In questa esitazione percettiva si annida lo spaesamento, questa improvvisa ambiguità del reale. . C’è un’intera storia della letteratura della stranezza, weird, e un numero infinito di tentativi di definirla.

Come riporta Carlo Mazza Galanti in un vecchio articolo su Not, nel 1923 nasce la storica rivista Weird Tales, su cui avrebbero pubblicato H.P. Lovecraft e Robert Howard. E lì, sul primo numero, il primo direttore della rivista, Edwin Baird, prova a dare una definizione dalle maglie ampie eppure quanto mai precisa: «Racconti fantastici, straordinari, grotteschi talvolta, che narrano storie anomale e strane […]. Alcune saranno un incubo, altre – scritte dalla mano di maestri – tratteranno “argomenti proibiti”».

Il genere era nato già a fine Ottocento, si codifica negli anni Venti, torna quasi un secolo dopo, negli anni Zero del Duemila, quando negli Stait Uniti i coniugi VanderMeer curano un’antologia in cui si inizia a parlare di new weird, che pur nella novità resta un genere al confine fra fantastico, horror e fantascienza. Può ospitare moltissima letteratura diversa, da Poe a Hoffmann, volendo anche Kafka, e ancora Lovecraft, oggi si parla di Thomas Ligotti, China Miéville e M. John Harrison. Basta poco per scivolare nel canone weird, perché basta ancora meno per scivolare fuori dalla realtà. Una giornata troppo calda, il clima che cambia. Può essere anche solo una sensazione, un’atmosfera, come in certi racconti di Buzzati. Andando indietro nel tempo della letteratura potremmo trovare quello scivolamento, quella sensazione che basti un oggetto fuori posto perché la realtà inizi a franare, o a sciogliersi lentamente, oppure ancora ci si trasforma in pianta come accade in Ovidio ma anche in VanderMeer. 

In Annientamento, romanzo e poi film, Lena, biologa ed ex militare, si unisce a una spedizione con altre tre scienziate in una zona misteriosa chiamata Area X. Anche lì, come nella Radura ma molto più che nella Radura, le leggi della natura sembrano mutate. All’interno di quello spazio, piante, animali e corpi si trasformano in modi imprevedibili e inquietanti. La spedizione deve scoprire perché nessuno dei gruppi di ricerca precedenti sia mai tornato. E come nella Radura sono accolte e gradite solo le ragazze, alcune ragazze: anche nell’Area X solo le donne riescono a sopravvivere in un luogo in cui gli organismi non seguono più confini stabili tra specie, si ibridano, si deformano, si replicano in modo anomalo. La realtà si frammenta, le identità vacillano: anche in VanderMeer l’alterazione della materia porta all’alterazione dell’identità. 

Molta ecologia usa questa strana lingua per raccontare storie che parlano di un mutamento in cui siamo immersi e di cui dunque è difficile osservare i confini. Forse il cambiamento climatico ci conduce in un’Area X in cui le categorie vacillano e il mondo perde i suoi contorni stabili.

Le distopie, soprattutto climatiche, hanno per lo più smesso di colpire: sono diventate un repertorio noto, quasi prevedibile, che non riesce più a inquietare come un tempo. Questo anche perché la crisi climatica ha abbandonato il futuro per trasferirsi nel presente, insieme a una serie di figure e scenari che un tempo sembravano estremi e oggi appaiono quotidiani: governi instabili, derive securitarie, nuove minacce nucleari. In questo slittamento, ciò che era immaginato come eccezione si è fatto contesto. E così la sensazione dominante non è più quella della distopia, ma una forma crescente di straniamento: stare al mondo diventa sempre più un’esperienza weird, difficile da ricondurre a coordinate stabili.. Una stranezza che a volte spaventa e a volte può essere un rifugio, come la radura verde e fresca di Viola, nella realtà dura e arida di un’estate nella crisi climatica, o un’estate in cui si diventa adolescenti, o – sembrano suggerire sia Castellazzi sia VanderMeer – una vita in cui si è una donna, in un mondo i cui punti di riferimento sono soprattutto maschili. Forse per questo Lena riesce a capire l’Area X, e a uscirne viva. Conoscere e accettare la stranezza permette di attraversarla.

Se Hebb aveva capito che basta una stanza bianca, un ambiente impoverito o un ambiente trasformato a minare alle fondamenta la tenuta della nostra identità, per attraversare questo tempo, in cui l’habitat non fa altro che trasformarsi,  c’è bisogno della sottigliezza della letteratura weird, che non cerca di ricondurre il mondo a forme familiari, ma accetta la frattura, la soglia, l’incoerenza come parte dell’esperienza. Ci aiuta a pensare un reale in cui i confini tra naturale e perturbato, interno ed esterno, non sono più netti. Offre la permeabilità dell’essere anfibi come strumento per abitare l’ambiguità anziché risolverla e ci consente di restare dentro il mutamento senza perderne la complessità, sospesi sull’«ambiente impoverito» e distorto di un’estate troppo calda o di un inverno arido che tarda a scomparire.

Caterina Orsenigo

Caterina Orsenigo è scrittrice e giornalista. È laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi. Scrive di immaginari e crisi climatica per diversi giornali e riviste. Con Prospero Editore ha pubblicato il romanzo di viaggio Con tutti i mezzi necessari. Organizza passeggiate letterarie con l’associazione Piedipagina e fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università Bicocca.

Contenuti Correlati