Articolo
Riccardo Venturi
I fiumi lavorano per noi da millenni, ma nessuno li paga

I Fiumi Lavorano Per Noi Da Millenni, Ma Nessuno Li Paga
natura politica

Producono energia, irrigano campi, raffreddano centrali nucleari. Un saggio visionario immagina quel che succederebbe se i corsi d'acqua diventassero persone giuridiche e potessero scioperare, chiedere un salario, difendersi in tribunale.

“C’era una volta un fiume, L, ostacolato da dighe, grandi infrastrutture industriali e città situate sulle sue rive”. Così esordisce L’internationale des rivières. Un récit de l’avenir del saggista francese Camille de Toledo.

Anziché limitarsi all’attualità, l’autore si proietta in un 2030 dove alcune entità naturali – fiumi, montagne, foreste, oceani, ghiacciai, terre –, alcuni fenomeni biofisici e cicli biochimici come quello dell’acqua, alcune specie vegetali, animali e minerali diventano persone giuridiche. I fiumi così non sono più “risorse”, per utilizzare una nozione cara all’economia utilitarista che si limita a misurare gli elementi naturali in base agli interessi umani.

Questo riconoscimento – da cose a persone – è gravido di conseguenze: i fiumi, dotati di un’interiorità, di valori, di bisogni specifici, di una prospettiva, possono far sentire la loro voce nelle sedi deputate, che siano le assemblee cittadine o i tribunali; possono opporsi agli interessi produttivi, ad esempio a un progetto d’infrastruttura idroelettrica, associandosi a una comunità umana locale. Prima invisibili, eccoli entrare nella società civile.

Che L’internationale des rivières sia un brillante esercizio di mera speculazione? In realtà porta alle logiche, o estreme, conseguenze il processo sui diritti degli ecosistemi e delle specie naturali non umane in corso almeno dal 1972, quando il giurista californiano Christopher Stone propone di proteggere degli alberi millenari come le sequoie, minacciate da un progetto della multinazionale Disney, conferendogli lo status di soggetti di diritto (Should Trees Have Standing?). 

Al precedente di Stone s’ispirano le successive “rivolte legali della Terra”, provenienti dalle cosmovisioni indigene o, più in generale, dalle “epistemologie del sud”, secondo la definizione del sociologo portoghese Boaventura De Sousa Santos: nel 2006 a Tamaqua (Pennsylvania) contro lo spargimento dei fanghi da depurazione; nel 2008 con la Costituzione dell’Equatore sulla natura o Pachamama; nel 2010 in Bolivia coi diritti riconosciuti alla Terra-madre; nel 2016 in Colombia col fiume Atrato, soggetto di diritto contro l’intossicazione criminale del suo bacino; nel 2017 in Nuova Zelanda, con la legge che personifica il fiume Whanganui (Te Awa Tupua per i maori) e ne riconosce il suo patrimonio immateriale fatto di leggende, credenze, tradizioni e saperi – uno status poi esteso al monte Taranaki.

Non dimentichiamo che la Nuova Zelanda è il primo paese al mondo ad aver esteso sin dal 1893 il diritto di voto alle donne. Nel 2024 a Linhares, nello Stato dell’Espírito Santo in Brasile, con le onde alla foce del rio Doce e l’oceano in quanto entità viventi dotate di un diritto all’esistenza e alla rigenerazione; nel 2024 con la laguna del Mar Menor in Spagna.

Con le audizioni per un parlamento della Loira, de Toledo ha contribuito al “tournant terrestre del diritto” o al “tournant dei diritti della natura”, che mobilita un’ontologia lontana da quella modernità che fa dell’umano l’unico protagonista del vivere comune. Raccolte in Il fiume che voleva scrivere (2021, uscito in Italia nel 2022), queste audizioni, tra cui ricordo quella con Bruno Latour, sono passate inosservate in Italia con poche eccezioni.

L’internationale des rivières è una fiction spéculative o un libro di fantascienza legale dove L (la Loira?) chiede che gli siano riconosciuti i suoi diritti fondamentali dopo secoli di schiavitù, cioè dopo che il fiume, da “mentore e amico prezioso, forte e degno di rispetto, si è trasformato in un servitore da spremere senza misura, la cui congenita irrequietezza procura fastidi e seccature”, come scrive Stefano Fenoglio in Uomini e fiumi. Storia di un’amicizia finita male (Rizzoli, 2023). 

Approvata la legge nel 2030, L può essere rappresentato in tribunale e risarcito dei torti subiti in quanto lavoratore sfruttato. Solo accedendo alla personalità giuridica gli ecosistemi possono ottenere diritti e sperare che siano rispettati. Perché se sono un albero piantato in un terreno privato, il suo proprietario ha il diritto di tagliarmi, di esercitare un diritto di vita e di morte sul mio essere-albero.

Le “entità naturali giuridiche” descritte da Victor David, specialista in diritto dell’ambiente, sono soggetti emergenti, soggetti di diritto naturali che possono incidere positivamente sul destino di forme e forze naturali non umane.

Si tratta di un’operazione giuridica o animista? Entrambe, risponde de Toledo rifacendosi all’“animismo giuridico” della giurista Marie-Angèle Hermitte: il diritto anima giuridicamente esseri e cose finora invisibili, come le entità biofisiche e viventi della Terra.

Niente di nuovo in realtà, se i nostri sistemi giuridici hanno attribuito lo statuto di persona morale alle società commerciali. Che la natura possa difendersi da tali entità diventando anch’essa persona giuridica? Che si riesca così a encapaciter la nature, a capacitare la natura?

Il dibattito è attualmente in corso ma de Toledo spinge la sua riflessione più in là. Approvata la legge nel 2030, il fiume L e il suo bacino idrografico hanno a loro disposizione dei fondi per battersi e difendere i propri diritti, per ottenere risarcimenti e interessi. Il loro conto in banca si rimpingua.

E se L esigesse ora migliori condizioni di lavoro, rimettesse in discussione lo sfruttamento operato dalla società, chiedesse un diritto al riposo e allo sciopero, una retribuzione per i servizi offerti agli esseri umani?

Se il lavoro è “un dispendio di energia che produce uno spostamento o una trasformazione della materia”, i fiumi sono di fatto dei “lavoratori terrestri”: producono energia elettrica e idraulica, irrigano campi, forniscono acqua, raffreddano le centrali nucleari (de Toledo pensa alla Francia), trasportano i reflui organici, sono protagonisti di diverse attività commerciali, ricreative e turistiche e così via. Decisivi per la fioritura delle nostre civiltà, i fiumi sono oggi sull’orlo del collasso o del burn out, tra siccità e inondazioni, con uno stato di salute compromesso assimilabile a una malattia del lavoro.

“I fiumi sono di fatto dei “lavoratori terrestri”: producono energia elettrica e idraulica, irrigano campi, forniscono acqua, raffreddano le centrali nucleari (de Toledo pensa alla Francia), trasportano i reflui organici, sono protagonisti di diverse attività commerciali, ricreative e turistiche e così via”.

Stanca di essere ridotta a fornitrice di servizi eco-sistemici, secondo la visione utilitarista del liberalismo economico dove a contare è solo il benessere umano, la  Terra operaia manifesta e scende in piazza, scandendo un inno insurrezionale, l’internazionale dei fiumi!

Proiettiamoci nel 2044 in compagnia di de Toledo: il fiume diventa finalmente una “entità vivente lavoratrice”. Non sono più in gioco solo i diritti dell’ambiente (la protezione delle entità naturali più fragili) ma anche i suoi diritti sociali.

Ma si può retribuire un ecosistema? Non si corre il rischio, malgrado le buone intenzioni, di monetizzare il mondo non-umano, di farlo entrare nel capitalismo verde, nell’ecologia del mercato o in una “economia politica terrestre”?

Una Terra che, oltre a essere sfruttata, si mette a firmare contratti non conduce inevitabilmente a un’estensione del mercato? Fiume fornitore di servizi regolamentati, fiume-operaio, fiume-impiegato: non dovremmo, al contrario, emanciparlo una volta per tutte dalle logiche del lavoro e dell’economia di mercato?

De Toledo è consapevole dei rischi di ridurre il fiume L a una forza lavoro termodinamica, biochimica e cibernetica. La sua posizione resta tuttavia realista: tra centrali idroelettriche, dighe, centrali nucleari e agro-industria, il fiume è di fatto già regolato dalla sorgente alla foce: “Il mondo naturale è ovunque sfruttato, scavato, costretto a produrre”. E ogni anno paghiamo una bolletta per l’acqua potabile.

Immaginiamo che i profitti finiscano non nelle casse dello Stato o di imprese private ma siano versati direttamente sul conto della forza naturale. Fondi da reinvestire in difesa di altri fiumi ed ecosistemi, utili per finanziare ricerche universitarie e pratiche artistiche, per venire in aiuto ad associazioni di difesa del fiume o a collettività territoriali, per acquistare terre ripariali e così via.

Insomma, se vogliamo difendere i nostri ambienti di vita servono dei finanziamenti anche se, osserva ironico de Toledo, i movimenti ecologici si pongono raramente la questione dei costi umani, sociali e finanziari della transizione ecologica e della decrescita.

Secondo de Toledo, nei vari arbitraggi lo Stato non sarà mai un difensore affidabile e imparziale dell’interesse generale, un garante della natura, dei nostri ecosistemi e dei mondi extra-umani, preso com’è a rincorrere la crescita economica, la produttività e la redditività di investimenti a breve termine.

Che lo Stato, invischiato nel mito del progresso, sia in grado di limitare la crescita e lo sfruttamento dei fiumi, di prendere in cura la Terra, oggi che alcuni capi di Stato si vantano di uscire dagli accordi sul clima di Parigi del 2015?

Insomma, per quanto sia assurdo pensare a un fiume con un reddito sull’attività produttiva, che paga le tasse come un contribuente dotato di numero fiscale, la decrescita diventerebbe per la prima volta realmente sostenibile.

Legiferare su entità non umane… ma non basterebbe un risveglio delle coscienze, un accordo di buon senso del genere “rispettate la madre Terra”? L’autore pensa sia giunta l’ora di dotarsi di “nuove strategie pragmatiche per mutare il corso delle nostre società”, poiché “un diritto senza i mezzi per difenderlo non vale nulla. Sono solo frasi su un pezzo di carta. Sono letteratura”.

Che tale posizione legalista, tale design giuridico sia troppo moderato, più Montesquieu che antropologia animista, come ammette de Toledo? Forse, ma è il frutto di un ragionamento lucido. Non si tratta di attaccare in modo sperticato l’antropocentrismo, come può essere tacciata l’analogia tra la forza lavoro di un fiume e la forza lavoro di un impiegato o un operaio.

Si tratta invece di optare per una separazione dei poteri, sempre vincente in democrazia. De Toledo non riconosce alla natura una superiorità sui nostri bisogni ma amplia i punti di vista: accanto agli interessi pubblici, ci sono anche interessi biofisici ed ecosistemici. Dobbiamo lasciare che le entità naturali partecipino alla nostra vita sociale, dotarle di diritti e di mezzi per difendere “le forme di vita e i processi che hanno permesso alla Terra di produrre abitabilità”.

L’internationale des rivières è una “fiction instituante”, ovvero un “racconto che contribuisce a ridefinire e riconfigurare i nostri modi di vivere”. In gioco non c’è solo il destino del fiume L ma l’abitabilità della Terra. Grazie a un contratto naturale, la natura riconquista alla lettera i suoi diritti.

Certo, non tutti i conti tornano; dove finisce ad esempio il fiume-persona e comincia la persona-oceano? Il mondo biofisico può essere parcellizzato? Non è tutto interconnesso e inter-dipendente? Qual è il ruolo del vento, delle nuvole e della pioggia? Tuttavia, al di là dei cavilli legali e delle caratteristiche dell’ecosistema fluviale, l’interrogazione di de Toledo è cristallina: “Se i fiumi, le montagne, le foreste, gli oceani, i ghiacciai e le terre, dopo millenni di soprusi, potessero esprimersi, che parole userebbero?”.

È nella predisposizione all’ascolto che si trova la risposta: “Nelle nostre relazioni con le entità della natura, ci mancano delle voci: è necessario che le entità naturali non umane possano risponderci e, a volte, opporsi a noi”.

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi insegna Teoria e storia dell’arte contemporanea all’università Panthéon-Sorbonne di Parigi e si occupa del rapporto tra arti visive e scienze umane dell’ambiente.

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