L'equilibrio tra il calore che riceviamo dal Sole e quello che viene intrappolato nell'atmosfera dovrebbe avere due valori circa alla pari, ma in dieci anni il bilanciamento si è perso. Osservare questo cambiamento ci dà la misura reale dell'impatto delle emissioni climalteranti.
A qualcuno sarà capitato di trovarsi a tavola, in famiglia, magari durante una festa comandata, e di congelarsi improvvisamente quando quel parente dà il via all’ennesimo discorso negazionista. “Quest’anno l’inverno è più freddo”, “guarda quanto è piovuto a luglio”, “e allora la neve sulle Alpi a Pasqua come la spieghi?” sono alcuni dei cavalli di battaglia di chi cerca di dimostrare che “il cambiamento climatico non sta davvero avvenendo”. L’unica alternativa a tuffarsi nel piatto e mangiare in religioso silenzio fino alla fine del pranzo è provare a intavolare una discussione civile, parlando di temperature medie globali, di innalzamento del livello dei mari, di eventi meteorologici estremi, e così via.
Ebbene, alla prossima riunione di famiglia, chi crede che il dialogo sia una soluzione migliore del mutismo selettivo contro il parente negazionista può sfoderare, oltre a quelle già note, un’ulteriore argomentazione scientifica, così da ottenere almeno alcuni minuti di silenzio da parte dell’interlocutore.
Si tratta dello sbilanciamento energetico della Terra (Earth energy imbalance, EEI), un concetto non nuovo – viene misurato dagli anni Sessanta – ma che ha ottenuto rinnovata attenzione perché è stato incluso tra gli indicatori chiave del cambiamento climatico nell’ultima edizione del rapporto sullo “Stato del Clima Globale”, pubblicato annualmente dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale.
L’EEI misura quanto calore si è accumulato nel pianeta (nel suolo, negli oceani e in atmosfera), calcolando la differenza tra l’energia che la Terra riceve dal Sole e quella che viene rilasciata nello spazio. Quando l’EEI ha un valore positivo, significa che il sistema energetico planetario è sbilanciato: sulla Terra, cioè, si accumula più energia del dovuto.
Questo si traduce in un progressivo accumulo di calore. Aumenta la temperatura dell’atmosfera, del suolo e, soprattutto, quella delle acque marine. Gli oceani, infatti, assorbono gran parte dell’energia in eccesso – oltre il 90%, con conseguenze ecologiche ancora largamente ignote. Da qui discendono molte delle alterazioni che caratterizzano l’odierna crisi ambientale: dallo scioglimento delle calotte polari all’innalzamento del livello dei mari, dalla desertificazione di alcune regioni (tra cui l’Italia meridionale, nel bel mezzo dell’hotspot climatico mediterraneo) all’aumento della frequenza e intensità degli eventi estremi.
Secondo il rapporto dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, nel 2025 lo sbilanciamento energetico della Terra ha raggiunto il valore più alto dall’inizio delle misurazioni, nel 1960. La causa è nota: la concentrazione di gas serra emessi dalle attività umane, che agiscono come una coperta riscaldante, impedisce al calore irradiato dal Sole di disperdersi normalmente nello spazio.
L’aumento delle temperature medie globali, già di per sé preoccupante (negli ultimi anni abbiamo superato la soglia fatidica del grado e mezzo in più rispetto al 1990), è solo la manifestazione più evidente dell’energia in eccesso.
Guardare all’EEI, e non solo alla temperatura atmosferica, per misurare l’avanzare del cambiamento climatico, aiuta a cogliere la portata del fenomeno. L’aumento delle temperature medie globali, già di per sé preoccupante (negli ultimi anni abbiamo superato la soglia fatidica del grado e mezzo in più rispetto al 1990), è solo la manifestazione più evidente dell’energia in eccesso. Ma l’atmosfera assorbe non più dell’1% circa di questa energia; quasi tutto il resto finisce negli oceani, che infatti vanno riscaldandosi a una velocità esorbitante.
Inoltre, concentrarsi sull’EEI piuttosto che sulle temperature medie offre un vantaggio argomentativo contro uno dei cavalli di battaglia di chi fa discorsi anti-cambiamento climatico. Le temperature globali oscillano di anno in anno, influenzate dalla molteplicità di fattori che costituiscono il sistema climatico globale (pensiamo soltanto a eventi periodici di grande portata come El Niño e La Niña). L’EEI, invece, è un indicatore più stabile, osservando il quale è più facile rintracciare tendenze di medio e lungo periodo che descrivono il cambiamento in corso, lasciando meno spazio alle interpretazioni.
L’Earth energy imbalance offre, infatti, un’immagine più chiara della portata epocale dei cambiamenti che i sistemi planetari stanno attraversando. Lo sbilanciamento tra energia ricevuta dal Sole ed energia “imprigionata” nell’atmosfera (in condizioni normali, i due valori dovrebbero essere circa alla pari) è aumentato, secondo gli studiosi, di circa 11 zettajoule ogni anno nell’ultimo decennio. È un numero astronomico, che si scrive con ventuno zeri, pari a circa 18 volte il consumo energetico annuale di tutta l’umanità. Come accade per la temperatura media globale, anche l’EEI ogni anno segna un nuovo record: nel 2025 ammontava a 23 zettajoules, circa 39 volte il consumo energetico globale.
E se una frazione minima di questa enorme quantità di energia sulla Terra è stata in grado di far aumentare rapidamente la temperatura atmosferica – gli ultimi 11 anni, dal 2015 al 2025, sono stati i più caldi mai registrati – è lecito chiedersi cosa stia accadendo agli ecosistemi marini, che hanno assorbito quasi tutto il resto dell’energia solare in eccesso.
Questi dati offrono uno sconfortante quadro del futuro. Anche se da domani azzerassimo tutte le emissioni di gas climalteranti (ipotesi poco realistica, dato che le emissioni continuano ad aumentare di anno in anno), l’energia accumulata per decenni negli oceani del pianeta non scomparirebbe in tempi brevi, ma continuerebbe a circolare per decenni, se non secoli, per via dell’inerzia dei sistemi che regolano il clima del pianeta.
Le proiezioni sul futuro fornite dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale devono suonare come una spinta a fare tutto ciò che possiamo, a ogni livello, per far sì che a verificarsi sia lo scenario più ottimistico, e non quello più catastrofico.
Questo non significa, però, che possiamo rassegnarci a un destino già scritto e continuare a inquinare, perché tanto “non c’è più nulla da fare” (questo è uno degli argomenti più recentemente abbracciati da chi ha tutto l’interesse a che lo status quo non venga incrinato). Al contrario, le proiezioni sul futuro fornite dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale devono suonare come una spinta a fare tutto ciò che possiamo, a ogni livello, per far sì che a verificarsi sia lo scenario più ottimistico, e non quello più catastrofico. Ogni scelta conta, perché contribuisce a determinare quanto grande sarà lo squilibrio energetico del pianeta con cui dovremo fare i conti.
Torniamo allora al nostro pranzo di famiglia. Lo sbilanciamento energetico della Terra racconta un cambiamento non temporaneo, ma permanente (almeno nella scala temporale di una vita umana). E offre anche una sponda per sottolineare quanto sia miope adottare la politica dello struzzo, che fa del benaltrismo (guerre, inflazione, “sicurezza energetica”) il proprio argomento principe, perdendo così di vista il quadro generale, come se esistessero priorità separate dalla crisi ambientale.
Ma non esistono. Ogni scelta su come produciamo e consumiamo energia, ogni scelta su quali settori industriali finanziamo, contribuisce a modificare il livello di sbilanciamento energetico del nostro pianeta. Nessuna scelta è neutrale, e a un certo punto le decisioni presentano il conto.
Per ora, è un conto a ventuno zeri.