Quarantene caotiche, allarmi ignorati e crociere trasformate in incubatori perfetti per nuovi focolai globali riflettono la frammentazione geopolitica attuale e il discredito gettato sulle reti sanitarie internazionali. Se non è questo virus potrebbe essere un altro, ma in questo caso il vaccino esiste, solo che non lo abbiamo ancora approvato.
Se fosse stata la proposta per una sceneggiatura di una serie distopica del genere virus letale, probabilmente sarebbe stata bocciata. Troppo banale la trama in cui un turista occidentale ricco e istruito, non contento di essere su una crociera di lusso in rotta verso una zona da cui andrebbero tenuti fuori gli esseri umani e la loro invadenza, si reca in uno dei posti peggiori al mondo, una discarica. E lo fa solo per togliersi lo sfizio di vedere un uccello necrofago raro, specie per definizione più che pericolosa, senza protezioni, e senza che nessuno lo fermi. E poi le sottovalutazioni, le omissioni, la mancanza di coordinamento, i possibili spreader che se ne tornano a casa in decine di paesi senza un vero controllo dei contatti, le quarantene in ordine sparso, l’assenza di farmaci o vaccini. Tutto talmente scontato da risultare poco credibile, nella finzione dell’epoca post Covid.
E invece è ciò che è successo, ancora una volta, e che sta preoccupando la comunità scientifica, la quale da anni, e soprattutto dalla pandemia, ripete inascoltata che un’umanità composta da otto miliardi di persone, che ha ridotto la Terra nelle condizioni attuali, semplicemente non può più permettersi di fare certe cose. E comunque si deve preparare a eventi come il focolaio di infezioni da Hantavirus andes scoppiato a bordo della nave Hondius. Per fortuna – almeno fino a quando non interverranno mutazioni – questi virus noti da più di un secolo sono poco contagiosi, ma nulla garantisce che restino tali, soprattutto a causa della gestione dissennata delle persone entrate in contatto con essi, a sua volta specchio della frammentazione geopolitica attuale e del discredito gettato da anni tanto sulle reti internazionali di protezione sanitaria quanto su chi questi virus li studia, cercando di capirli meglio e di trovare cure.
L’Hantavirus che ha ucciso per primo il settantenne olandese Leo Shilperoord, il paziente zero, e dopo di lui per ora la moglie e una donna sudafricana, è uno dei 38 membri (24 dei quali patogeni per l’uomo) di una famiglia che, in realtà, è una vecchia conoscenza dei virologi. Probabilmente già noti nella Cina del 400 a.C., si sono presentati al grande pubblico durante la Guerra civile americana, con la cosiddetta nefrite da trincea, e poi nella Prima guerra mondiale, nello stesso periodo in cui altre segnalazioni li davano a Vladivostock, in Russia, per poi colpire migliaia di soldati della Seconda guerra mondiale in Finlandia e in Manciuria.
Ma è stata la guerra di Corea che ha portato all’identificazione vera e propria, nel 1951, grazie agli oltre 3200 casi di forma emorragica scoppiati tra i soldati delle Nazioni Unite di stanza sul fiume Hanan, da cui il nome. Sono stati poi necessari altri venticinque anni prima che il biologo coreano Ho Wang Lee dimostrasse, ammalandosi lui stesso a causa della manipolazione degli animali infetti, che la forma che colpiva i roditori era la stessa che aveva ucciso i soldati, e altri due anni prima di riuscire a isolare il virus.
Nel 1980, poi, la denominazione ufficiale di Orthohantavirus, insieme alla scoperta di un secondo virus coreano, chiamato Seul.
In quel momento si capì anche che il virus poteva viaggiare sulle navi e sugli aerei con i roditori clandestini, evenienza sempre presente quando si tratta di patogeni che hanno come serbatoi questi animali (e all’origine, tra l’altro, delle epidemie di peste), e che per questo i focolai colpiscono spesso città portuali.
Nel 2018 un focolaio di Hantavirus andes aveva ucciso 11 dei 34 contagiati a Epuyen, un paese della Patagonia argentina, non lontano dalla costa cilena dove volano gli uccelli che si nutrono di carogne come quello tanto cercato da Shilperoord: consentire l’accesso a una discarica non è stata la scelta più prudente.
Nel 1993 si giunse poi alla certezza che la famiglia era presente anche nelle Americhe, grazie a una misteriosa epidemia che nel 1993 colpì una popolazione di nativi con polmoniti spesso mortali. La diffusione del virus, in quel caso, era stata agevolata da un anno di fertilità eccezionale per i roditori, a sua volta originata dalle abbondanti piogge e dai raccolti di semi di cui i topi Peromyscus maniculatus) sono ghiotti.
Da lì a identificare nuovi Hantavirus in Sudamerica il passo è stato breve: l’Hantavirus andes della nave Hondius fu isolato in Cile e Argentina in quel periodo.
Nel 2018 un focolaio di Hantavirus andes aveva ucciso 11 dei 34 contagiati a Epuyen, un paese della Patagonia argentina, non lontano dalla costa cilena dove volano gli uccelli che si nutrono di carogne come quello tanto cercato da Shilperoord: consentire l’accesso a una discarica non è stata la scelta più prudente.
La paura indotta dalle notizie sulla diffusione del virus nasce da una consapevolezza: come per Sars-CoV 2, non disponiamo di farmaci antivirali specifici. Un’assenza che non ha scusanti, dopo la pandemia e in tempi di aviaria dilagante. Anche a causa dei tagli alla ricerca statunitense e alla sfiducia in istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la ricerca sui nuovi antivirali langue, in attesa della prossima crisi, mentre vecchi virus come quello del morbillo rialzano la testa.
Diversa è la situazione dei vaccini, anche se si continua a ripetere che non ne abbiamo: non è proprio così. Già nel 1988 lo stesso Ho Wang Lee mise a punto un vaccino, Hantavax, autorizzato dal governo coreano nel 1990 ma mai approvato in Europa o negli Stati Uniti. Da allora non ne sono stati proposti altri, nonostante gli oltre centomila casi di infezioni da Hantavirus vari registrati ogni anno nel mondo, mentre nelle ultime settimane è partita la corsa al vaccino a mRNA come quello per il Covid. Una sperimentazione del 2020 ha però confermato l’efficacia e la sicurezza di Hantavax. Forse sarebbe opportuno ricordare che un vaccino c’è e costa sicuramente di meno rispetto a quelli che saranno eventualmente messi a punto in queste settimane: basterebbe approvarlo.
A ben vedere, che la lezione del Covid sia passata pressoché inosservata lo dimostra ciò che è successo con le quarantene, nonostante l’OMS abbia fornito tempi (42 giorni) e modalità specifiche da rispettare. Ciascun paese, come ha ricordato Nature, è andato per conto suo, amplificando a dismisura il rischio che la situazione vada fuori controllo. Anche la coppia di turisti cinesi ricoverata allo Spallanzani di Roma il 29 gennaio del 2020 era stata in altri luoghi in Italia, ed era stata considerata un caso sfortunato, ma anche unico. Un mese dopo, il 20 febbraio, sarebbe stato il giorno del paziente uno, Mattia Maestri.
In questo caso, come ha commentato su Nature Vaithi Arumugaswami, virologo molecolare dell’università della California di Los Angeles, stiamo facendo un esperimento di massa a cielo aperto, come se volessimo vedere che effetto fanno i diversi provvedimenti. I turisti spagnoli sbarcati dalla Hondius sono obbligati da una sentenza a trascorrere una settimana in un ospedale militare, periodo prolungabile in base alla situazione. Quelli statunitensi sono valutati presso l’ospedale di Omaha, in Nebraska e, se non ci sono sintomi, rimandati a casa a osservare una quarantena di 42 giorni. I britannici se la cavano con 72 ore in ospedale, per poi trascorrere 45 giorni a casa, e così via.
Permangono dubbi sulla capacità di trasmissione da persona a persona, e di certo una gestione così disordinata non facilita la comprensione di ciò che potrebbe accadere.
Secondo lo European Center for the Disease Prevention and Control (ECDC) di Solna, in Svezia, tutti coloro che hanno avuto contatti con gli infettati dovrebbero essere considerati ad alto rischio, autoisolarsi e sottoporsi a controlli in caso di sintomi, tenendo presente che l’incubazione può arrivare anche a sei-otto settimane. Oltretutto permangono dubbi sulla capacità di trasmissione da persona a persona, e di certo una gestione così disordinata non facilita la comprensione di ciò che potrebbe accadere.
Ma la vicenda della nave fantasma che percorre i mari del Sud in attesa che finisca la quarantena, come fece per giorni la Diamond Princess con i suoi 619 tra passeggeri e membri dell’equipaggio risultati poi postivi al Covid nel febbraio 2020, ha anche ricordato al mondo quanto uno dei simboli della globalizzazione, il crocierismo turistico, sia un’epitome di ciò che probabilmente sarebbe meglio, se non abolire, quantomeno correggere, e gestire in modo completamente diverso.
Una conferma indiretta è giunta dalla crisi scoppiata subito dopo, una versione amplificata di quella della Hondius, scatenata da un probabile norovirus su un’altra nave da crociera, partita dalle isole Shetland e poi fermata a Bordeaux, in Francia. Al momento ha già provocato un decesso e sta costringendo alla quarantena 1700 persone. E non si tratta certo del primo caso. Secondo una ricerca dell’Università di Torino il norovirus, tipico virus da gastroenterite, nel 2014 aveva già colpito 127 volte in una crociera, in alcuni casi coinvolgendo migliaia di persone, perché si trasmette soprattutto attraverso le superfici o gli alimenti contaminati e anche da persona a persona: condizioni ideali per i buffet.
Anche la legionellosi, malattia che provoca sintomi respiratori che possono diventare letali, è un’altra star delle crociere, perché a sua volta si trova magnificamente a suo agio nelle piscine e nelle vasche da idromassaggio delle navi, nelle tubature dell’acqua, o nei sistemi di condizionamento.
In altri termini, sulle grandi regine del mare tutto sembra essere stato studiato per accogliere a bordo patogeni che, una volta conquistato il natante, grazie ad ambienti quasi perfetti (per i loro cicli vitali) proliferano a tassi molto più elevati rispetto a quanto non riescano a fare sulla terraferma. In effetti, tantissime persone, a volte migliaia, passano molto tempo insieme, quasi sempre in ambienti chiusi dove il ricambio dell’aria può non funzionare al meglio.
Tutte sono continuamente stimolate ad avere contatti nei giochi, negli spettacoli, nelle attività fisiche. Il cibo, per loro, proviene dalla cambusa: se c’è un germe patogeno alla partenza rimane a bordo, e non è facile capire da dove provenga ed eliminarlo. Il personale prevede sempre dei medici, ma di solito senza una formazione adeguata per affrontare focolai infettivi. A bordo mancano strumentazioni adeguate per fare diagnosi accurate in casi come quelli di questi giorni e ciò causa sempre ritardi e sottovalutazioni. Ancora, l’età dei passeggeri è spesso elevata, lo stato vaccinale variabile, come pure le eventuali patologie già presenti e per la maggior parte di loro anche un virus influenzale aggressivo può rivelarsi mortale: la vittima del norovirus sulla nave di Bordeaux aveva novant’anni.
Nessuno o quasi vuole mettersi di traverso a un business globale, che dà lavoro a migliaia di persone e che è in crescita da anni, nonostante (tra l’altro) i devastanti impatti ambientali delle navi e dei passeggeri, neppure imponendo più controlli.
Il risultato è una tempesta perfetta di fattori di rischio sinergici che spiega perché proprio sulle navi da crociera si verifichino troppo spesso crisi di questo tipo, e siano sempre difficili da contrastare. Tuttavia, nessuno o quasi vuole mettersi di traverso a un business globale, che dà lavoro a migliaia di persone e che è in crescita da anni, nonostante (tra l’altro) i devastanti impatti ambientali delle navi e dei passeggeri, neppure imponendo più controlli.
Nel 2025 Gene Hackman è morto nella sua casa di Santa Fe, in New Mexico, nella stessa zona dell’epidemia dei nativi del 1993. Da tempo gravemente malato di Alzheimer, non era riuscito a provvedere a sé stesso quando sua moglie, Betsy Arakawa, una settimana prima era morta per le complicanze polmonari causate da un Hantavirus veicolato dai topi che infestavano l’abitazione.
Le specie di mammiferi che ospitano Hantavirus sono più di cento e lo spillover, dai roditori, avviene senza particolari difficoltà.