Nikolaj Schultz è salutato come la nuova, suadente voce dell'ambientalismo politico europeo, l'erede designato di Bruno Latour. Ma la sua proposta non fa i conti con il capitalismo, e rischia di produrre solo narcisismo intellettuale.
Come molti altri nella mia bolla, ho cominciato a interessarmi al lavoro di Nikolaj Schultz dopo l’uscita del suo saggio d’esordio: Mal di Terra.
Era il 2023, il libro veniva reclamizzato con inconsueto battage e accolto con la benedizione di alcuni tra i più influenti intellettuali contemporanei – la prefazione all’edizione italiana è firmata da Emanuele Coccia, la postfazione da Dipesh Chakrabarty, mentre in quarta di copertina strillano i blurb di Slavoj Žižek e Bruno Latour. Proprio di quest’ultimo Schultz è considerato il pupillo e il protégé, avendo i due lavorato insieme negli ultimi anni di vita di Latour alla pubblicazione di un altro libro, scritto a quattro mani: Facciamoci sentire!, uscito in Italia sempre nel 2023.
Da allora Schultz si è guadagnato la fama di giovane intellettuale europeo, in dialogo con la tradizione critica ma al passo coi tempi, impegnato com’è in un serrato carosello di interviste e conferenze in giro per il vecchio continente, tutte rigorosamente documentate su Instagram con tono compiaciuto.
Considerato l’astro nascente del pensiero ecologista corrente, i suoi contributi al dibattito sull’Antropocene hanno affascinato molti addetti ai lavori, ma meritano una rilettura attenta che scavi al di là dell’entusiasmo iniziale per la giovane promessa. Cos’ha da dirci Schultz di così importante sulla crisi climatica? Cosa cova, di nuovo e di vero, la sua riflessione neoambientalista?
Bello, facondo, sicuro di sé, Schultz è oggi sociologo alla Aarhus School of Architecture e si occupa delle conseguenze della crisi climatica sulla ridefinizione di alcuni costrutti classici della teoria sociale – uno su tutti, il concetto marxiano di lotta di classe. Nella sua dissertazione di dottorato sostiene che con il riscaldamento globale in corso le tradizionali disuguaglianze socio-economiche si stiano trasformando in disuguaglianze socio-ecologiche, e che la teoria delle classi sociali vada pertanto riformata in quella che Latour gli ha suggerito di chiamare teoria delle classi “geo-sociali”.
La proposta di definire il carattere emergente della “classe ecologica” è poi confluita in Facciamoci sentire!, il cui sottotitolo è Manifesto per una nuova ecologia. Il testo ha infatti il carattere perentorio e programmatico del manifesto, anche se le settantasei tesi che lo compongono vengono esposte con uno stile impressionistico e frammentario rispetto alla sistematicità del manifesto comunista.
Nelle prime pagine Schultz e Latour si domandano come l’ambientalismo possa diventare un movimento politico autonomo, organizzato e internazionale al pari del liberalismo e del socialismo nel passato, soprattutto alla luce delle fratture interne che lo attraversano da sempre. I due non lo scrivono, ma è chiaro che tra un ecosocialista e un ecopragmatista vi è una distanza talmente incolmabile da poterli considerare l’uno il nemico dell’altro, sebbene entrambi si muovano nel campo largo dell’ecologia.
Con un calembour tipico di Latour, gli autori ritengono dunque che quello della classe ecologica sia anzitutto un problema di classificazione: “Nessuno è d’accordo su ciò che compone la classe di cui fa parte”. La soluzione che prospettano – “radunare i diversi conflitti in un’unità d’azione comprensibile a tutti” – suona però sterile e impraticabile, in primis a loro stessi: “Per il momento l’ecologia politica riesce a diffondere il panico e a far sbadigliare dalla noia. Donde la paralisi dell’azione che troppo spesso suscita”.
In Marx la coscienza di classe aveva individuato una precisa fonte di ingiustizia (la proprietà dei mezzi di produzione) e un ben definito fronte di lotta (la dialettica servo-padrone), mentre la coscienza ecologica descritta da Latour e Schultz non pare in grado di approdare a una distinzione così netta e coerente delle forze in gioco. Anzi, non sembra nemmeno che si possa parlare di una coscienza ecologica tout court, dal momento che le divisioni interne all’ambientalismo stesso rimangono inconciliabili sin dagli anni Settanta, quando il movimento fu messo alla prova dei fatti dalla questione energetica e si divaricò in correnti di pensiero ancora oggi non ricomponibili.
“Il fatto che Schultz e Latour trattino di classi sociali evitando accuratamente di parlare di capitalismo rende il loro manifesto pugnace ma equivoco”.
Un nemico di classe ci sarebbe anche – l’oligarchia di tecnofeudatari al comando del nuovo ordine mondiale – ma Schultz e Latour non ne fanno mai menzione, se non per qualche riferimento sporadico alle ambizioni di colonizzazione spaziale dei tech bro. Il fatto che gli autori trattino di classi sociali evitando accuratamente di parlare di capitalismo rende il loro manifesto pugnace ma equivoco.
I due risolvono poi le contraddizioni interne all’ecologia politica riducendo la complessità del campo a una specifica forma di ambientalismo, quello “di sinistra”. Scrivono infatti che la classe ecologica si pone in continuità storica con le lotte contro l’economizzazione della società, puntando a limitare l’espansione delle forze produttive anziché aumentarla e proponendosi di estendere l’analisi materialista alle condizioni che rendono possibile la riproduzione non solo della società, ma dell’abitabilità stessa sulla Terra.
Nel “Nuovo Regime Climatico” l’ecologia politica “prolunga e rinnova” le lotte tradizionali della sinistra emancipatrice, smarcandole però dallo dall’ideologia dello sviluppo e ampliandole al punto da includere nel proprio campo d’azione tutti i terrestri che concorrono alla sopravvivenza del pianeta.
Il mantenimento delle condizioni di abitabilità deve prendere il sopravvento sul culto della crescita e la riproduzione sulla produzione, ma fermi nella loro diagnosi di un problema già noto (come “resistere alla modernizzazione” quando supera i limiti planetari), Schultz e Latour non offrono alcuno strumento concettuale per passare dalla teoria alla prassi nella eterna lotta per le idee. La classe ecologica “deve occupare l’apparato statale a tutti i livelli e in tutte le sue funzioni”, affermano i due. Ma come?
Ridotto all’osso, il loro manifesto per la nuova ecologia assume i contorni della resa: “Fintantoché le grandi masse non si attiveranno per sottrarsi ai tranelli della produzione, bisognerà continuare a sondare l’origine della loro inerzia”.
Se Facciamoci sentire! ambisce a descrivere il lento affermarsi di una nuova coscienza per la classe geo-sociale, Mal di Terra è invece il racconto di come una coscienza individuale possa reagire con la stessa arrendevolezza alla depressione dell’Antropocene. Al confine tra l’auto-etnografia e il saggio narrativo, il libro si apre con l’epifania che Schultz avrebbe avuto una notte nella sua chambre de bonne a Parigi, quando un’ondata di calore si abbatte sulla città e gli rende impossibile dormire.
Soffocato dalla morsa del caldo, l’autore ha una strana reazione intellettuale – intuisce per la prima volta di vivere nel tempo della fine. Si accorge, anche, che la colpa è in parte sua, delle sue velleità di scrittore e dell’impronta di carbonio che comportano: “Ieri mattina mi sono reso conto che quello che ho sempre desiderato – vedere il mio nome sulla copertina di un libro esposto in qualche libreria parigina – mi trasporta a centinaia di chilometri di distanza, e mi fa atterrare in qualche bosco secolare, facendomi contribuire alla deforestazione”.
L’insonnia in una rovente notte d’estate è solo l’artificioso espediente narrativo che Schultz utilizza per raccontare il suo improvviso approdo a un livello superiore di consapevolezza ecologica: il mondo in cui vive, così ricco di comfort e ambizioni personali, non può essere distinto dal mondo di cui vive, dal quale preleva risorse e nel quale scarica i propri rifiuti.
Di più, anche il tempo in cui vive, questo ultimo tempo di ipermobilità e spensieratezza, non è separabile dal tempo di cui vive, a spese del futuro. Qualunque cosa l’autore faccia o pensi, gli ricorda quella dipendenza inaggirabile – un’intuizione, questa, che Schultz attinge dal lavoro di Pierre Charbonnier e Timothy Mitchell sulla colonizzazione del tempo e dello spazio.
Eppure, Schultz sembra non sapere che a differenza dell’autofiction quel che conta di più in un personal essay è la sincerità, mentre il suo racconto di come sia divenuto improvvisamente cosciente di vivere a spese di altri risulta poco credibile. Le descrizioni della sua nuova postura esistenziale, ad esempio, suonano iperboliche: “Al buio, la mia sagoma sembra la stessa, ma le ombre che proietta sono molto diverse; la mia stessa esistenza al mondo è cambiata, e cercare di metterne insieme i vari pezzi mi sconcerta, per non dire altro”.
“C’è il rischio che la retorica dell’ecologia diventi per certi intellettuali anche una posa, un’occupazione da conferenzieri, una forma di narcisismo. Una promessa di cambiare tutto senza cambiare niente, un modo d’essere al tempo stesso apocalittici ma integrati”.
Ma l’inautenticità non è l’unico problema di forma del libro. Superata la notte di insonnia, ecco un’altra finzione narrativa che un lettore scafato giudicherebbe pretestuosa: per fuggire ai dilemmi morali che non sembrano dargli più scampo, Schultz accetta la proposta di un amico di compiere un viaggio in barca verso la riserva naturale sull’isola di Porquerolles. “Voglio disconnettermi dalle tracce che la mia vita si trascina dietro”, scrive nel suo diario etnografico, “distaccarmi dalle conseguenze materiali della mia esistenza. Essere isolato. Sì, voglio essere un’isola”.
Da sempre l’isola è il luogo dell’immaginazione, del nuovo inizio e dell’utopia, della vita libera, anarchica, al riparo della natura. Cosa scopre, Schultz a Porquerolles? Che non esiste davvero un altrove, che non è mai davvero possibile separarsi dalla rete della vita. Sull’isola è un intruso, parte di migliaia di turisti che ogni anno vengono, prendono, calpestano.
Sulle spiagge assediate di Poquerolles, il fuggitivo si scopre causa dei problemi da cui fugge: “Scende un altro branco di turisti. Ragazze che ridono, ragazzi che chiacchierano, padri e madri che consultano mappe mentre tengono d’occhio i propri figli. Sono tutti come me: come me, stanno contribuendo alla scomparsa dell’isola, prendendo parte così a un conflitto di cui forse ho compreso alcuni contorni, ma che sono ben lungi dall’afferrare appieno”.
Il conflitto di cui parla, ancora una volta, è il conflitto tra classi geo-sociali: tra chi vuole economizzare l’isola e chi vuole ecologizzarla, tra chi mira a metterla a profitto e chi si spende per difenderne l’abitabilità.
Schultz avverte che la libertà in cui ha sempre creduto e di cui ha sempre goduto sta diventando un privilegio ingiustificabile in un clima che cambia, ma non è pronto a rinunciarvi: “Devo rimanere fedele a questo valore, anche se devo tradirne il significato attuale”.
Dice allora che intende cercare la libertà non eliminando la rete di dipendenze di cui fa parte, ma estendendola al dominio di tutti i terrestri di cui dichiara di volersi prendere cura in un moto di volontarismo e biofilia. Qui la sua riflessione esistenzialista improvvisamente si arresta, col giovane intellettuale che torna alla sua vita parigina di sempre. Per passare davvero dalla teoria all’azione sembra mancargli qualcosa, forse il senso pratico:
“Perché non mi sono mai interessato di questi elementi pratici, tecnici e materiali? Immagino di aver sempre concepito me stesso al di là o al di sopra di tali legami materiali, come se la mia ‘cultura’ umanistica da sola fosse sufficiente per stare al mondo e conoscerlo. Non ho mai avuto la minima idea da dove provenissero l’elettricità o l’acqua del mio appartamento, lo ammetto, ma, peggio ancora, non ho mai avuto interesse a saperlo, anche se erano essenziali per la mia vita quotidiana. Come facevo a non rendermi conto che per capire cosa o dove sono avrei bisogno di ampliare la mia cultura?”.
Su un punto Schultz ha ragione: la questione più urgente del nostro tempo è capire come articolare una politica della sopravvivenza su scala planetaria. Già lo sapevamo, occorre politicizzare l’ecologia, e ogni nuovo intellettuale che compaia là fuori a ricordarlo offre un contributo minimo alla causa. A lungo andare c’è però il rischio che la retorica dell’ecologia diventi per certi intellettuali anche una posa, un’occupazione da conferenzieri, una forma di narcisismo. Una promessa di cambiare tutto senza cambiare niente, un modo d’essere al tempo stesso apocalittici ma integrati.
Gli scritti di Schultz sprigionano un senso di sicurezza così marcato da renderli ambigui. Come una città nella notte del deserto, sembrano brillare di una luce che attira da lontano ma poi, avvicinandosi, si scopre vana e artificiale.