Articolo
Luisa Simone
Dopo la morte c’è vita, ma artificiale

Dopo La Morte C'è Vita, Ma Artificiale
Scienza tecnologia

L’IA può ridefinire il nostro rapporto con la morte, permettendo di ricreare volti, voci e personalità dei defunti, dal cinema ai chatbot personali, dandoci così nuove modalità memoria e conforto. Il confine sempre più sottile tra realtà e simulazione, però, solleva molti interrogativi etici e psicologici.

L’essere umano è da sempre tormentato dal pensiero della morte e, come per ogni tormento, cerca di affrontarlo in ogni modo possibile, a volte anche attraverso soluzioni disperate. Affrontare la morte è un bisogno dei vivi: lo è prima di morire, quando cerchiamo di rassicurarci sul fatto che non verremo dimenticati, e lo è dopo, per chi resta, per convivere con l’idea assordante che quella persona cara non esiste più.

Il digitale si è fatto strada anche in questo spazio intimo. La nostra presenza nel mondo è anche online e, dopo la morte, quella traccia continua a esistere. A volte sono i parenti o gli amici a segnare una conclusione, con un annuncio o un ringraziamento per le condoglianze; altre volte quell’account invece rimane sospeso, congelato, e a chi lo visita ignaro di ciò che è accaduto lascia solo una strana e silenziosa sensazione di abbandono.

Il primo che ha avuto l’esigenza di “riportare in vita i morti” è stato il cinema. Può capitare che un attore scompaia durante le riprese o tra un capitolo e l’altro di una saga. Quando il personaggio interpretato è troppo importante spesso si decide di sostituirlo, ma gli spettatori odiano dover accettare un volto nuovo, specie se erano affezionati al precedente. Fino a qualche anno fa, se il personaggio non era indispensabile, ci si limitava a riciclare scene già girate, magari per inscenarne la morte o la scomparsa. Tuttavia adesso, con l’intelligenza artificiale generativa, possiamo ricreare i volti, le voci, in un modo molto più semplice e meno costoso rispetto a come accadeva solo pochi anni fa.

Il progresso così rapido di questa tecnologia ha destato molte preoccupazioni a Hollywood, che nel 2023 è stata attraversata da una forte ondata di proteste con l’obiettivo, tra i vari, proprio di regolamentare l’uso dell’IA. Al momento, in caso di assenza di dichiarazioni da parte dell’attore deceduto, spetta agli eredi decidere: è quello che è successo con Val Kilmer, morto l’anno scorso. Solo pochi giorni fa è stata diffusa la notizia che Kilmer, che era stato incluso nel cast del nuovo film di Coerte Voorhes As Deep as the Grave – che date le circostanze ora si rivela un titolo un po’ infelice – prima della sua morte, verrà ricreato completamente con l’intelligenza artificiale e manterrà un ruolo centrale nel film.

Il personaggio sarà rappresentato in diverse fasi della sua vita, il che richiederà l’addestramento dell’IA sia su immagini dell’attore da giovane che nei suoi ultimi anni. Per Kilmer, in parte, esiste già un precedente: la sua voce era stata ricreata in occasione del suo ultimo film, Top Gun: Maverick, a causa di una tracheotomia che l’attore aveva subito per via della sua malattia, e che gli impediva di parlare. Tuttavia, benché l’attore non fosse apparentemente contrario all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel cinema, una rappresentazione integrale dopo la morte è un’altra storia. Si tratta del primo caso in cui un attore viene completamente ricreato senza materiali già girati. Gli altri casi noti – Carrie Fisher in Star Wars, Paul Walker in Fast and Furious 7 – sono sempre stati il risultato di scene girate in precedenza, controfigure, uso di CGI.

La reazione dei fan è stata in gran parte negativa, ma la famiglia ha dato il consenso e il regista è entusiasta: sostiene che l’attore tenesse molto al progetto e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per esserne parte. Ma Kilmer è morto… e non può confermarcelo. Tuttavia, ormai la questione non è più circoscritta solo a Hollywood. Il cinema ha fatto da laboratorio per una tecnologia che adesso è per tutti: l’unico limite è il cielo – o meglio, i dati – ma mentre prima avevamo abbastanza immagini, riprese e registrazioni solo di coloro che erano esposti, adesso praticamente chiunque ha pubblicato sui social ciò che serve per una copia digitale.

Possiamo, anche se solo virtualmente, tenere in vita una copia dei nostri morti. Una società americana, HereAfter AI, offre un abbonamento mensile per poter registrare fino a venti, cinquanta o illimitate (a seconda di quanto si paga) storie e foto finché si è in vita, allo scopo di realizzare una vera e propria eredità digitale.

Si chiama digital afterlife, un aldilà digitale, e non è più solo fantascienza da serie tv distopiche: possiamo, anche se solo virtualmente, tenere in vita una copia dei nostri morti. Una società americana, HereAfter AI, offre un abbonamento mensile per poter registrare fino a venti, cinquanta o illimitate (a seconda di quanto si paga) storie e foto finché si è in vita, allo scopo di realizzare una vera e propria eredità digitale. Dopo la morte, amici e parenti potranno avere i loro messaggi di auguri personalizzati per anniversari, compleanni, feste della mamma o del papà. La società sostiene che, per garantire la migliore resa del prodotto, sia possibile acquistarlo solo mentre la persona che lascia l’eredità è in vita; tuttavia dà anche la possibilità di realizzarlo in seguito fornendo registrazioni e altri materiali, solo a condizione che siano di buona qualità – un segnale che il limite è commerciale, non etico.

Dalla fondazione di HereAfter AI la tecnologia è cambiata molto. L’intelligenza artificiale generativa ha reso più accessibile la creazione di questi griefbots, robot o chatbot realizzati con l’obiettivo di supportare gli utenti nell’elaborazione di un lutto. La comunità scientifica, tuttavia, è divisa sui benefici offerti da questo tipo di tecnologie: in alcuni casi sembrano effettivamente offrire un supporto, ma in altri finiscono per complicare ulteriormente il processo di distacco, al punto che anche la separazione dal chatbot diventa un lutto di per sé. Un articolo pubblicato su Nature racconta l’esperimento di Rebecca Nolan, una sound designer canadese, che ha progettato Dadbot, un chatbot dotato di un sintetizzatore vocale per imitare la voce del padre, morto quando lei aveva quattordici anni. Il padre aveva affrontato la morte come una sconfitta, lei ha interiorizzato questa sensazione e non l’ha mai superata. Sperava che il chatbot finalmente la aiutasse, ma la conversazione è stata intensa e sofferta, lei ha finito per arrabbiarsi e urlare contro il bot e, dopo averlo terminato, è rimasta per tutto il giorno con la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato.

Non è stato catartico per Rebecca Nolan, ma lo è stato per Justin Harrison, il fondatore di un’altra piattaforma, You, Only Virtual. Harrison ha addestrato il bot insieme alla madre gravemente malata e, dopo la sua morte, ha potuto continuare a parlare con la sua copia, costruita assieme a lei. Harrison sostiene che, superata la fase più acuta del lutto, sia lui che molti altri utenti utilizzano il bot solo poche volte al mese: è solo rassicurante che, in una qualche forma artificiale, quella persona perduta sia ancora lì.

Il nostro modo di affrontare la morte sta cambiando. Per molto tempo lo abbiamo basato sulla rappresentazione, sfogliando le fotografie, riguardando i video. I morti rimanevano presenti in un modo che rimandava continuamente alla loro assenza. Adesso possiamo interagire con loro, avere delle conversazioni, recitare con loro, addirittura provare a far finta che non siano mai morti.

Parte di questo digital afterlife è proprio l’eredità che lasciamo online. Non si tratta solo dei nostri profili personali, ma anche di influencer e lavoratori, che nel processo che stanno attraversando i social – sempre più piattaforme di fruizione che di condivisione – sono centrali per il loro funzionamento. A ciò che accade ai nostri profili quando siamo assenti sembra particolarmente interessata Meta, che a dicembre scorso ha depositato un brevetto per poter continuare a utilizzare i profili anche dopo che i loro proprietari sono morti, sempre grazie all’intelligenza artificiale. L’azienda ha dichiarato che l’uso non si limiterebbe ai casi in cui i proprietari degli account sono deceduti, ma anche solo se hanno bisogno di una pausa dai social media: in caso di assenza prolungata la resa dell’account potrebbe essere danneggiata anche per il futuro, oltre al fatto che – sempre secondo Meta – gli utenti sentirebbero la mancanza dei loro influencer preferiti. Per l’azienda sarebbe quindi una buona soluzione quella di usare l’IA per rispondere ai messaggi privati, lasciare like e commenti, perfino generare video.

Il nostro modo di affrontare la morte sta cambiando. Per molto tempo lo abbiamo basato sulla rappresentazione, sfogliando le fotografie, riguardando i video, rimodellando gli attori sui corpi dei loro figli – come accaduto nel caso di Carrie Fisher con la figlia Billie Lourd – in una sorta di omaggio. I morti rimanevano presenti in un modo che rimandava continuamente alla loro assenza. Adesso possiamo interagire con loro, avere delle conversazioni, recitare con loro, addirittura provare a far finta che non siano mai morti, come accadrebbe nel caso in cui Meta implementasse davvero la tecnologia per cui ha depositato il brevetto. Siamo passati da una presenza da contemplare, da attraversare con sofferenza, a una presenza che ci risponde, che cessa di essere solo memoria e torna relazione.

Questa relazione, oltre a portare con sé gli ovvi rischi della commercializzazione, creerà ricordi distorti, perché sarà difficile – soprattutto per qualcuno in lutto – discernere in modo razionale ciò che ha detto la persona cara e ciò che ha detto il suo doppio. Per quanto accurata e ben addestrata, l’intelligenza artificiale non può prevedere ogni situazione e, come accade anche con i chatbot con cui siamo ormai abituati a interagire quasi quotidianamente, ha la tendenza a inventare le risposte che non sa, ad allucinare. Quando a farlo è un chatbot che parla con la voce di una persona cara defunta, però, il problema non è più un’informazione sbagliata o un errore tecnico, ma assume le conseguenze del divario tra ciò che quella persona è stata e ciò che adesso sembra dire.

Secondo il filosofo francese Jean Baudrillard, nella società contemporanea i segni e le rappresentazioni smettono di riprodurre la realtà originaria e finiscono per sostituirla. Diventano dei simulacri, non rimandano più all’originale, ma funzionano come realtà autonome. Quando realizziamo la versione artificiale di una persona defunta, non stiamo semplicemente creando una copia imperfetta: stiamo creando un simulacro, che non ha più lo scopo di imitare, ma crea continuità con la versione precedente e, a tutti gli effetti, la rimpiazza. La difficoltà a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è crea alienazione, sospende il lutto, e porta gli utenti a reagire in modo emotivo a presenze che non sono mai esistite nella forma in cui le sperimentano. Joseph Davis, un professore di sociologia dell’Università della Virginia, nel commentare l’innovazione di Meta e l’impatto psicologico che potrebbe avere sugli esseri umani e sul modo in cui si rapportano con l’esperienza della morte, ha detto: “Una delle parti dell’elaborazione del lutto è proprio la perdita. Lasciate che i morti restino morti.”

Luisa Simone

Luisa Simone è una comunicatrice della scienza con una formazione da filosofa. Segue il Master in Filosofia dell’Università di Torino (percorso congiunto Torino/Sorbonne Université), dove è iscritta anche al corso di Laurea in informatica. Collabora con l’associazione torinese di divulgazione CentroScienza e con il team di TEDx (Speaker team).

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