La divulgazione ambientale e climatica è in crisi. Le persone non hanno più voglia di ascoltare discorsi sul clima, e da un lato c'è chi smorza l'informazione rendendo più digeribili gli allarmi, dall'altro chi grida all'apocalisse menzognera. E quindi come si può migliorare nella comunicazione? Porte spalancate all'immaginazione.
Nessuno parla più di climate change, è andata così. Tanti gli errori di comunicazione, altrettanta la voglia di rimuovere. Ne osserviamo e ne patiamo gli effetti – cioè fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti e più intensi che aggravano il nostro già pessimo dissesto idrogeologico, e adesso arrivano i mesi delle ondate di calore, delle siccità e degli incendi – ma tacciamo sulle cause. Il gioco psicologico di massa consiste nel far finta, ogni volta, che sia un’emergenza, una calamità, un disastro naturale ineluttabile, il capriccio di una Natura matrigna che da milioni di anni si comporta nello stesso modo. Arriva la Protezione Civile, piangiamo le vittime, chiediamo i fondi speciali, ci lamentiamo perché la scienza non aveva previsto esattamente il luogo e l’ora, i politici di tutti gli schieramenti si riempiono la bocca di “prevenzione”, fino alla prossima catastrofe. E si ricomincia daccapo.
Tra Cassandra e Savonarola
Gli studiosi dei bias cognitivi che ci portano a rimuovere notizie scomode hanno già ampiamente descritto questa dinamica di rifiuto emotivo del futuro come prospettiva degna di senso. Per le nostre menti paleolitiche e per la nostra politica fossile, ciò che conta è il presente, non certo mettere in sicurezza il territorio adesso per chi verrà fra trent’anni e non voterà alle prossime elezioni. Sul piano economico, sarebbe un risparmio di risorse enorme, perché intervenire ogni volta dinanzi al fatto compiuto, tamponando i disastri, costa venti volte di più che agire preventivamente, proteggendoci in anticipo e adattandoci al riscaldamento climatico antropico. Venti volte di più. La questione ormai non è più scientifica e nemmeno economica, è psicologica (psichiatrica nel caso di alcuni leader mondiali) e sociale (per non dire dell’etica transgenerazionale).
Fa parte di questa sceneggiata mediatica anche l’anti-catastrofismo, che in Italia riscuote crescenti consensi e grande copertura stampa. Forse allora è bene precisare che esistono due forme di anti-catastrofismo, molto diverse fra loro. La prima è quella di chi, in buona fede, si preoccupa giustamente che la comunicazione sulla crisi climatica e sul collasso degli ecosistemi sia davvero efficace. In tal senso, sappiamo da molti studi di psicologia cognitiva e della comunicazione che insistere in modo univoco su emozioni negative può essere controproducente. Se il messaggio evoca soltanto allarme, paura e ansia, a lungo andare la reazione di almeno una parte del pubblico sarà quella della rassegnazione: cosa posso fare io, che sono tanto piccolo e statisticamente non conto nulla, dinanzi a grandi scenari planetari così apocalittici?
Se poi la comunicazione catastrofista è ripetuta per anni nello stesso linguaggio, alla rassegnazione si aggiunge l’assuefazione: la nostra mente smette di sentirsi coinvolta e nemmeno reagisce più. La notizia passa sulla superficie delle convoluzioni cerebrali e rimbalza via, a maggior ragione se riguarda paesi poveri, lontani, esotici, sfortunati. Poco importa se anni fa siamo andati da quelle parti in un villaggio turistico (il buffet era davvero ottimo) e se gli abitanti di quelle zone annegano nel Mediterraneo per cercare salvezza da noi. Rassegnazione e assuefazione sono contagiose. Se non puoi fare nulla tu, figurati io. Prendiamo allora qualche palliativo per il recondito senso di colpa, pensiamo a necessità imminenti ben più concrete (l’inflazione e il caro carburante, i famosi “fondamentali” che orientano il voto, dove andremo a finire signora mia), e poi ci buttiamo nel regno della dopamina a basso costo e breve termine, i social.
Il catastrofista climatico, per il capitalismo limbico in cui siamo immersi, non è quindi soltanto un comunicatore inefficace, ma anche un rompiscatole, una campana stonata, un generatore di dissonanza cognitiva. A maggior ragione se fa l’errore di usare toni moralistici, accusatori, da inquisitore con il ditino alzato, come se fosse più bravo e puro di tutti gli altri (nessuno di noi è a impatto zero, a meno di non ritirarsi in cima a una colonna come gli stiliti). Il suo peccato è che pretende di smuoverci dalla nostra consolante posizione di spettatori del naufragio altrui. Ma sì, il declino non è poi così male, ci si può lamentare di tutto, ci si può anche auto-assolvere, basta che al sabato si possa andare tutti insieme al centro commerciale. Come insegna Cassandra, mito quanto mai profondo, l’annunciatore di sventure non solo non viene creduto, ma diventa facilmente un capro espiatorio, il menagramo del villaggio.
Tuttavia, l’etica della comunicazione insegna che, se il messaggio non arriva ai destinatari, anche incolpare questi ultimi di ignavia, ignoranza e indifferenza (o di atteggiamento antiscientifico) non è una buona strategia. Il comunicatore sa che deve imputare sempre in prima battuta a sé stesso il fallimento, non al volgo che non lo capisce. E allora ormai da diversi anni abbiamo imparato che quando raccontiamo la crisi ambientale dobbiamo, al contempo, essere onesti intellettualmente e non minimizzare in alcun modo la gravità della situazione (le emissioni globali continuano ad aumentare, e con esse i guai che ci attendono), ma anche offrire prospettive di azione, spiegare l’efficacia delle soluzioni di adattamento e mitigazione, raccontare storie positive di resilienza e rigenerazione.
Fa parte della responsabilità (e dell’umiltà) del comunicatore, insomma, evitare la sindrome di Cassandra, mescolando adeguatamente emozioni negative (un certo grado di allarme e di difesa va stimolato) e positive, ovvero speranze sensate circa il fatto che abbiamo già tecnologie promettenti per accelerare la transizione alle rinnovabili (senza invocare miracoli tecnologici futuribili come alibi per non fare niente subito), che la scienza può fare non solo proiezioni apocalittiche ma anche positive (se agiamo correttamente, ne raccoglieremo i frutti), che il contagio negativo della rassegnazione fatalista può essere invertito in un contagio positivo di nuovi progetti (si pensi ai successi delle comunità energetiche locali), che nei rischi si nascondono anche opportunità di innovazione e di cambiamento, che abbiamo in dono l’immaginazione e dunque siamo capaci di lungimiranza, e che le nuove generazioni native climatiche, indipendentemente da noi, già pensano e agiscono diversamente.
La dittatura del catastrofismo?
Una certa dose di anti-catastrofismo, quindi, è necessaria per mitigare l’“effetto Savonarola” sempre in agguato e la geniale reazione di Massimo Troisi al predicatore che gli ricorda che deve morire (“Mo’ me lo segno proprio, non vi preoccupate”, in Non ci resta che piangere). Oggi però sta prendendo piede una seconda forma di anti-catastrofismo, che non ha nulla a che vedere con l’onestà di accettare in primo luogo le evidenze scientifiche e poi di saperle raccontare in modo non disperante. Questa è una reazione che si riconosce subito: dal fastidio e dal rancore. Il linguaggio diventa sprezzante contro le Cassandre e i Savonarola, definiti come i nuovi sacerdoti della “religione del clima”, luddisti nemici del progresso, gretini asserviti alle lobbies del verde.
Proviamo ad analizzare gli argomenti di questo anti-catastrofismo aggressivo. Il primo è che gli apocalittici sarebbero diventati addirittura il mainstream, i dominatori della scena mediatica. Qualcuno ha avuto persino il coraggio di definirla “dittatura del catastrofismo”, contro la quale ribellarsi naturalmente in nome della libertà. Dalla dittatura sanitaria del 2020 alla dittatura del catastrofismo del 2026. Peccato che se chiunque di noi fa un’analisi di ciò che viene trasmesso sulla quasi totalità dei canali televisivi italiani, di ciò che viene pubblicato su almeno cinque testate giornalistiche negazioniste climatiche italiane, di ciò che viene vomitato dai commentatori sui social, non si direbbe proprio che ci sia un’ossessione per l’apocalisse climatica, semmai il contrario. Siamo in una fase di reflusso totale rispetto a questo tema essenziale, che è passato di moda. I movimenti giovanili che nel 2019 occupavano le piazze e le cronache sono silenti, smarriti, intimiditi. Quindi non esiste alcuna dittatura del catastrofismo, prima menzogna mistificatoria.
Un altro ritrito argomento è quello secondo cui – nonostante l’attuale fase storica di guerre, crisi energetica, crimini contro l’umanità, diritto internazionale vilipeso, instabilità, e molti altri disastri sociali in corso – vivremmo nella migliore epoca dell’umanità. Lo dicono i dati: riduzione della povertà assoluta nel mondo, quasi azzeramento della mortalità infantile in molti paesi, aumento dell’alfabetizzazione primaria, e così via. Tutto vero, conosciamo bene (e salutiamo con entusiasmo) queste tendenze di progresso, che tuttavia non sono affatto negate dai presunti catastrofisti. Inoltre, a questi cantori delle magnifiche sorti dell’Occidente manca sempre l’onestà intellettuale di raccontare anche l’altra faccia della medaglia: le devastanti e crescenti diseguaglianze sociali, economiche e di salute che si affiancano a quei dati; il costo ambientale nascosto nella Grande Accelerazione del Secondo Dopoguerra, e così via. Se il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto, dobbiamo proprio sempre scegliere di raccontare solo la parte vuota o solo la parte piena? Non possiamo raccontarle tutte e due? Ecco la seconda fallacia dell’anti-catastrofismo negazionista: le false dicotomie.
Poi vengono i colpi bassi. Il catastrofismo oggi non sarebbe soltanto una moda, ma anche un business, nel senso che alcuni lucrerebbero su questa retorica apocalittica per spaventarci e farci correre a comprare libri, prodotti green, e così via. Peccato che anche qui la realtà sia ben diversa. I libri che parlano di cambiamento climatico, purtroppo, vanno generalmente malissimo da qualche tempo. Gli incontri su questi temi non sono più affollati come una volta. E quando lo sono, l’età media è piuttosto alta. Si percepisce stanchezza, disinteresse, disaffezione, forse anche, autocriticamente, per gli errori di approccio e per la mancanza di aggiornamento sulle migliori modalità di comunicazione di cui parlavamo sopra. In ogni caso, che ci sia un business dell’apocalisse è solo un’insolenza.
Cosa penseremo mentre abbatteremo l’ultimo albero
Ma il culmine deve ancora venire, perché manca lo svelamento finale, dove casca l’asino e si mostrano le vere intenzioni. Secondo questi anti-catastrofisti insofferenti, infatti, i “sacerdoti del clima” non solo esagerano, ma non ci dicono che per esempio i morti per eventi climatici estremi sarebbero diminuiti drasticamente. Ma davvero? E in quale parte del mondo? E su quale rivista scientifica lo avranno letto? Forse su qualche sito dei numerosi think tank conservatori e negazionisti, che rimestano nelle fake news e inquinano sistematicamente il dibattito immettendo dati falsi o parziali. Se leggiamo la letteratura scientifica più accreditata, ogni settimana ci dice l’esatto opposto: che le vittime e i danni del riscaldamento climatico antropico sono in continuo e accelerato aumento. E non può che essere così, se accettiamo le leggi della fisica e della termodinamica. Inoltre, peggiora anche la diseguaglianza di distribuzione di questi costi e danni: pagano sempre di più i paesi poveri della Terra, che meno hanno contribuito al problema.
Non credo sia necessario aggiungere altro, quando giornalisti e opinionisti manipolano intenzionalmente i dati per prendersela con quelli che disturbano il manovratore, stando sempre dalla parte dei più forti e dei più ricchi. Basterebbero l’etica e il buon senso. Se da un esame clinico scopriamo di avere un problema di salute, certamente non dobbiamo farci prendere dallo sconforto, dalla paralisi e dalla disperazione, perché peggioreremmo la situazione. Dobbiamo agire e curarci, aiutando il nostro sistema immunitario. Ma allo stesso tempo sarebbe alquanto irragionevole negare l’evidenza e prendersela con il medico che ha firmato il referto dandogli del catastrofista. Il punto sta proprio qui: mentre una malattia ci riguarda direttamente e attiva i nostri meccanismi di allarme e difesa, non riusciamo a immaginare che la febbre del pianeta sia davvero una minaccia per la nostra salute e per il benessere di chi verrà dopo di noi.
La storia dell’isola di Pasqua e dei suoi abitanti che avrebbero esaurito le risorse del loro piccolo territorio, deforestando tutto prima dell’arrivo dei colonizzatori, è stata oggi rivista (forse la colpa fu della siccità). Ma il commento di Jared Diamond resta metaforicamente perfetto per gli anti-catastrofisti di ordinanza. Scriveva nel 2004 nel saggio Twilight at Easter pubblicato sulla «New York Review of Books»:
Cosa pensava l’abitante dell’Isola di Pasqua mentre tagliava l’ultimo albero di palma? Forse gridava, come i moderni taglialegna: «Non alberi, ma posti di lavoro!»? Oppure: «La tecnologia risolverà tutti i nostri problemi! Non temete, inventeremo un materiale sostitutivo per il legno»? O magari: «Dobbiamo fare ricerche ulteriori, perciò la vostra proposta di vietare l’abbattimento di alberi è prematura»?
Oggi in tanti vorrebbero farci pensare in questo modo. Non riscaldamento climatico, ma posti di lavoro. Bisogna essere pragmatici. Non temete, la tecnologia risolverà tutti i nostri problemi. Dobbiamo fare ulteriori ricerche, perché non siamo ancora sicuri che il riscaldamento climatico sia di origine antropica e la vostra proposta di abbattere le emissioni climalteranti è prematura. Non è mai esistita un’età migliore di questa per l’umanità. Non date ascolto ai menagramo, ribellatevi alla dittatura del catastrofismo.
E così, tutti contenti, abbatteremo l’ultimo albero.