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Sofia Belardinelli
Il metodo scientifico può cambiare la diplomazia

Il Metodo Scientifico Può Cambiare La Diplomazia
clima politica

Dopo anni di stallo nei negoziati sul clima, 57 Paesi hanno lanciato a Santa Marta una nuova alleanza per accelerare l’abbandono dei combustibili fossili. E hanno sperimentato nuove modalità di discussione e confronto, affidandosi alla scienza per trovare la soluzione migliore.

Negli ultimi anni le regole della diplomazia sono saltate – lo vediamo tutti i giorni scorrendo le notizie. Questo è accaduto anche nella diplomazia ambientale: nelle sedi di negoziazione, come le COP su clima e biodiversità, le regole base della diplomazia sono state spesso ignorate. Princìpi come cooperazione, buona fede negoziale e rispetto delle posizioni altrui sono passati in secondo piano, mentre prendevano il centro della scena atteggiamenti prepotenti e scorretti, come il piegare le regole procedurali dei negoziati ONU, che richiedono l’unanimità perché una decisione venga adottata, per bloccare i negoziati e portare avanti le agende di singoli Stati o, ancor peggio, di singoli gruppi di potere.

Quello dei cosiddetti like-minded countries, termine che indica un insieme di Paesi “con idee comuni”, è composto dai principali “petrostati” e include anche alcune economie emergenti che dipendono dall’industria fossile. Questi Paesi agiscono come un unico attore negoziale, e sono stati tra i principali protagonisti dei più clamorosi fallimenti diplomatici degli ultimi anni: dall’accordo sulla limitazione della produzione di plastica (i cui negoziati, dopo l’ultimo mancato accordo, faticano persino a proseguire) alle più recenti COP.

Di fronte a questo stallo, generato intenzionalmente da chi trae beneficio dal ritardare la transizione energetica e la trasformazione dell’attuale sistema economico, la cui insostenibilità è ormai documentata da decenni di ricerca scientifica, durante l’ultimo negoziato sul clima (la COP30 di Belém, in Brasile) si è presentato al mondo un nuovo gruppo di like-minded countries con valori e obiettivi diametralmente opposti a quelli dei petrostati, al cui ricatto ha deciso di sottrarsi nelle varie sedi negoziali, spostando il dialogo politico in un contesto in cui quei disturbatori non avessero potere.

È così che è nata la Conferenza sull’Abbandono dei Combustibili Fossili (TAFF, Conference on Transitioning Away from Fossil Fuels). Annunciata alla COP30, si è tenuta a fine aprile 2026 a Santa Marta, città colombiana il cui porto è uno degli snodi principali per l’esportazione di carbone nel Paese, sotto gli auspici della Colombia, appunto, e dei Paesi Bassi.

Pur non ponendosi come alternativa alle negoziazioni ufficiali (quelle organizzate sotto l’ombrello delle Nazioni Unite), ma come strumento complementare ai canali diplomatici ufficiali, la TAFF rappresenta senz’altro un punto di svolta rispetto ai trentennali incontri della diplomazia ambientale. Innanzitutto, i 57 Paesi che hanno partecipato non hanno aderito su base volontaria, o in base alla loro precedente adesione a una qualche Convenzione. Anche l’Italia ha partecipato all’evento, nonostante la sua posizione a dir poco prudente riguardo all’abbandono dei combustibili fossili: leggendo i resoconti della conferenza la presenza del nostro Paese non sembra aver modificato in alcun modo l’esito delle discussioni (il che, vista la linea d’azione conservativa sulla transizione energetica affermatasi negli ultimi anni, potrebbe essere addirittura un bene).

Non vincolati dalla necessità di cooperare anche con chi di cooperare non ha nessuna intenzione, i partecipanti alla conferenza di Santa Marta hanno potuto “fare i nomi”, cioè parlare apertamente di quali sono le cause dell’attuale crisi ambientale e affrontare in modo diretto il discorso sulle soluzioni da intraprendere.

Alla conferenza hanno partecipato rappresentanti di governi, associazioni e gruppi della società civile che erano stati invitati: questa modalità ha permesso di lasciare fuori dalla porta chi, per ragioni politiche, non condivide l’obiettivo centrale dell’incontro – cioè implementare un piano d’azione per il rapido abbandono dei combustibili fossili.

La seconda grande innovazione è legata proprio a questa scelta: non vincolati dalla necessità di cooperare anche con chi di cooperare non ha nessuna intenzione, i partecipanti alla conferenza di Santa Marta hanno potuto “fare i nomi”, cioè parlare apertamente di quali sono le cause dell’attuale crisi ambientale – i gas serra atmosferici, certo, ma soprattutto il modello di sviluppo economico ancorato alle fonti energetiche fossili, e gli enormi interessi legati a questo sistema – e affrontare in modo diretto il discorso sulle soluzioni da intraprendere.

Infine, la terza innovazione – forse la più sostanziale – ha riguardato il ruolo riservato alla scienza: ai dati e alle evidenze che questa fornisce, da una parte, ma anche a coloro che, in questi decenni, quei dati li hanno prodotti, impegnandosi per divulgarli e comunicare a governi e cittadini l’importanza di quelle conoscenze.

Adottando una struttura perfettamente simmetrica rispetto a quella delle COP, la conferenza di Santa Marta si è aperta con una due giorni “scientifica”, in cui oltre quattrocento scienziati – non solo esperti di clima ed ecosistemi, ma anche economisti, scienziati sociali, scienziati politici – hanno discusso le migliori soluzioni da suggerire ai rappresentanti governativi che avrebbero partecipato al segmento politico della conferenza nei giorni successivi.

In linea con lo spirito dell’intera conferenza, che non mirava a divenire una sede negoziale ma un luogo snello di dialogo, confronto ed esplorazione di soluzioni praticabili, il segmento scientifico non ha prodotto un rapporto lungo e dettagliato, focalizzato sulle evidenze della crisi climatico-ambientale e della sua origine antropica, ma ha stilato una lista di spunti accompagnata da un menù di azioni che i governi possono intraprendere per accelerare il graduale abbandono dei combustibili fossili.

Gli spunti sono distribuiti in tre macroaree di intervento, che sono quelle sulle quali è più importante concentrarsi per attuare il cambiamento trasformativo necessario per “andare verso un sistema energetico pulito, sicuro, salubre e socialmente equo, che supporti una crescente prosperità”, come si legge nel documento di sintesi.

In questa conferenza, libera dai necessari limiti prudenziali dettati dal rispetto di posizioni anche molto lontane le une dalle altre, si è potuto riconoscere apertamente in un contesto politico quel che è ormai un dato acquisito nella comunità scientifica: la transizione energetica non basta per risolvere la crisi climatica.

La prima riguarda la rottura della dipendenza strutturale dell’attuale sistema economico dai fossili: gli scienziati chiedono agli Stati di predisporre piani d’azione che diano priorità ai settori più facili da decarbonizzare, incentivino le tecnologie verdi e, soprattutto, spostino le relazioni di potere lontano dai paradigmi fossili, trasformando i sistemi energetici da modelli rigidamente estrattivi a sistemi più democratici, resilienti e decentralizzati.

La seconda macroarea riguarda la trasformazione di domanda e offerta: fermare i nuovi progetti di estrazione, tagliare le emissioni di metano con obiettivi legalmente vincolanti, e modificare aspettative e abitudini di consumo con incentivi mirati e con una comunicazione chiara, in grado di contrastare la disinformazione. Infine, la terza è il rafforzamento della cooperazione internazionale e della diplomazia climatica, strumenti che stanno attraversando una fase di crisi profonda, ma senza i quali, sottolineano gli esperti, saremmo già in condizioni molto peggiori.

Il focus su questi tre grandi campi d’azione rappresenta un altro elemento di innovazione della conferenza rispetto ai negoziati tradizionali – ai quali, ricordiamo, Santa Marta non si vuole sostituire. In questa conferenza, libera dai necessari limiti prudenziali dettati dal rispetto di posizioni anche molto lontane le une dalle altre, si è potuto riconoscere apertamente in un contesto politico quel che è ormai un dato acquisito nella comunità scientifica: la transizione energetica non basta per risolvere la crisi climatica. Questa, infatti, sarà inutile se verrà realizzata senza modificare radicalmente anche le condizioni socio-economiche di un modello di sviluppo ancora fondato sulla crescita estrattiva e sul consumo illimitato di risorse. A Santa Marta, insomma, 57 Paesi del mondo – che, secondo i dati presentati nei documenti preparatori della conferenza, rappresentano un quinto degli estrattori e un terzo dei consumatori di combustibili fossili – hanno concordato sulla necessità di una trasformazione sistemica della società globale.

Gli insights provenienti dal mondo scientifico non dicono soltanto perché è importante percorrere questa strada – ruolo tradizionalmente affidato a organismi come l’IPCC – ma si spingono a indicare, dati alla mano, qual è la strada migliore per farlo.

Nella pratica, i piani d’azione nazionali devono essere radicati nella scienza e proporre soluzioni eque, devono portare a ridurre l’interesse per gli investimenti nei combustibili fossili, e devono legarsi ai piani già esistenti predisponendo obiettivi di breve, medio e lungo periodo.

Dal segmento scientifico emerge anche una forte spinta verso una corretta comunicazione dei benefici che l’abbandono dei combustibili fossili porterebbe alla società in termini di salute, sicurezza, equità e prosperità. Gli Stati sono chiamati a contrastare con forza disinformazione e misinformazione, che inquinano il dibattito pubblico e distorcono la realtà.

Perché la realtà, sottolineano gli esperti, è che gran parte della popolazione è a favore di misure radicali per contrastare la crisi ambientale, ma questa maggioranza rimane invisibile sia ai politici sia agli stessi cittadini. È quanto ha documentato uno studio condotto con partecipanti da tutto il mondo, da cui, due anni fa, è nata l’iniziativa giornalistica The 89% Project, che vuole spezzare questo paradosso. Azioni di forte impatto sarebbero la messa al bando delle pubblicità che promuovono i prodotti legati ai combustibili fossili, sulla falsa riga del bando alle pubblicità sul tabacco, oggi messo in atto in circa sessanta Paesi; la regolamentazione del greenwashing e il rifiuto di false soluzioni (un esempio preso dal dibattito italiano: il gas, che è un elemento fossile, come fonte energetica “sostenibile” per supportare la transizione); il controllo pubblico di disinformazione e misinformazione legate all’ambiente. 

Oltre al taglio delle emissioni e allo stop a nuovi progetti di estrazione, la transizione deve essere supportata da sgravi fiscali per le soluzioni “verdi” e da misure che proteggano e ricollochino nei nuovi settori i lavoratori a rischio

A queste indicazioni di cambiamenti sistemici si devono accompagnare interventi mirati per la riduzione immediata delle emissioni. Gli scienziati che hanno partecipato alle discussioni hanno concordato che oltre al taglio delle emissioni e allo stop a nuovi progetti di estrazione, la transizione deve essere supportata da sgravi fiscali per le soluzioni “verdi” e da misure che proteggano e ricollochino nei nuovi settori i lavoratori a rischio: questo consente di governare la trasformazione, incanalandola in un percorso prevedibile, evitando che l’urgenza del cambiamento travolga qualcuno.

Anche il segmento politico, durato quattro giorni, è culminato in uno snello documento conclusivo che sintetizza la prima roadmap che questo nuovo gruppo di like-minded countries si è volontariamente impegnato a mettere in atto. La sintesi politica è chiaramente costruita sui suggerimenti provenienti dal mondo scientifico, il quale, in questo evento, non ha avuto soltanto un ruolo di osservatore o consigliere – come avviene nelle sedi negoziali ONU – ma ha trainato le discussioni e posto l’asticella dell’ambizione a un livello molto alto.

La prima iterazione di questa sorta di COP collaterale si è conclusa con molti piani per il futuro. Il gruppo dei doers – così si sono definiti gli Stati partecipanti – si ritroverà tra circa un anno a Tuvalu, l’arcipelago del Pacifico che si trova in prima linea nell’affrontare le conseguenze dell’innalzamento del livello dei mari, ed è per questo divenuto, suo malgrado, simbolo del principio secondo cui tutti i Paesi condividono la responsabilità di agire sul clima, ma in misura proporzionale alle proprie emissioni storiche e capacità, che è uno dei pilastri della giustizia climatica. Per i prossimi anni, e fin da subito, i Paesi si sono dati il compito di creare dei piani d’azione per l’abbandono delle fonti fossili, con obiettivi realistici, basati sulle evidenze scientifiche e orientati alla giustizia sociale.

La Francia, ad esempio, si è portata avanti, arrivando a Santa Marta con un piano già stilato. Anche la Colombia si è presentata alla conferenza con una roadmap già in elaborazione, la cui stesura è stata affidata a un gruppo di ricercatrici e ricercatori internazionali, in collaborazione con il ministero dell’Ambiente colombiano: il documento, caso pilota, quantifica i vantaggi sociali ed economici di una transizione pianificata con attenzione, mostrando come, con un investimento di circa dieci miliardi di dollari l’anno, la Colombia potrebbe arrivare a un guadagno netto di circa ventitré miliardi l’anno entro il 2050 grazie all’abbandono del fossile. Si tratta di una scommessa forte per un Paese la cui economia è ancora profondamente dipendente dal fossile e non ha gli strumenti finanziari dei Paesi largamente industrializzati per realizzare la transizione.

Una delle più rilevanti eredità di questa prima conferenza è un’ulteriore conferma della volontà dei governi partecipanti di ascoltare la scienza e di farsi guidare da essa. Alla fine dell’evento scientifico pre-conferenza, scienziati di calibro globale come Johan Rockström (creatore del modello dei limiti planetari) e Carlos Nobre (uno dei maggiori esperti del complesso ecosistema amazzonico) hanno lanciato un nuovo organismo di monitoraggio scientifico: si chiama Science Panel on the Global Energy Transition (SPGET), e riunirà oltre cento esperte ed esperti di varie discipline e, come suggerisce il nome, si occuperà di supportare scientificamente la transizione.

Nonostante le somiglianze, non si tratterà di un’alternativa all’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che da oltre trent’anni “digerisce” la più avanzata scienza del clima e offre indicazioni ai decisori politici su come affrontare la crisi climatica. Piuttosto, il SPGET mira ad affiancare lo stesso IPCC offrendo supporto ai Paesi per la stesura delle loro roadmap e producendo documenti più agili e in tempi molto ridotti rispetto ai cicli settennali dell’IPCC. Anche in questo caso, inoltre, vengono in parte sovvertite le rigide regole a cui l’IPCC deve sottostare in risposta al mandato ufficiale ricevuto dai governi che hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (UNFCCC).

Il SPGET è ancora in costruzione, ma la sua sola istituzione è già un segnale. Nei prossimi mesi e anni potrebbe diventare un attore centrale nel supportare la rivoluzione di Santa Marta: un mondo salubre, equo, sicuro, in cui le decisioni politiche che plasmano le nostre vite sono illuminate dalle evidenze scientifiche.

Sofia Belardinelli

Sofia Belardinelli è una ricercatrice postdoc al Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria (DEIB) del Politecnico di Milano. Lavora nell’ambito del Progetto PHOENIX, all’interno del quale analizza gli aspetti etici ed epistemologici dell’accettabilità dell’uso dei modelli non animali nella ricerca biomedica.
Dopo aver completato un dottorato in filosofia (etica ambientale) all’università di Napoli “Federico II”, ha lavorato come ricercatrice postdoc per il National Biodiversity Future Center all’università di Padova.
Accanto all’attività di ricerca, Sofia lavora come giornalista scientifica e ambientale per diverse testate. Scrive soprattutto di crisi ambientale, occupandosi in particolare di biodiversità, e di sostenibilità.

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