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Marta Depetris
I procioni stanno diventano i nuovi gatti?

I Procioni Stanno Diventano I Nuovi Gatti?
biologia evoluzione

Alcuni ricercatori hanno scoperto che i musi di questi mammiferi sta accorciandosi: potrebbe essere il primo sintomo della Sindrome di Domesticazione. Questo cambiamento sarebbe dovuto alla perdita di alcune cellule della cresta neurale, ipotesi che è stata formulata anche per l'autodomesticazione dell'Homo sapiens.

I procioni potranno mai a sostituire cani e gatti sui nostri divani? Siamo abituati a convivere con molti animali domestici, primi fra tutti cani e gatti, ma questi non sono gli unici che hanno condiviso una parte della loro storia con la nostra specie. Da oltreoceano vediamo sempre più testimonianze di procioni che passeggiano in salotto e tengono compagnia ai bambini. 

Molti eventi di domesticazione sono avvenuti millenni fa, ma un gruppo di ricerca dell’Università dell’Arkansas si è chiesto se ci siano specie che si stanno addomesticando anche ai giorni nostri, così, nell’ottobre del 2025, ha selezionato più di ventimila fotografie di procioni (Procyon lotor) provenienti dal Nord America per capire se ci fossero differenze tra gli individui che vivono in aree rurali e quelli presenti nelle aree urbane.

Il team si è basato sul database di iNaturalist, un portale che raccoglie scatti fatti da privati cittadini e altri osservatori che contribuiscono alla ricerca tramite la Citizen Science. La presenza di questi animali nelle aree urbanizzate del Nord America non è una novità, anzi, rappresentano una costante in moltissime città statunitensi. Qui trovano protezione dai predatori, e i nostri rifiuti sono per loro una fonte di cibo facile e veloce da reperire. La loro forte adattabilità non aveva tuttavia evidenziato variazioni a livello morfologico come nel caso di altre specie domestiche, almeno fino a ora. Analizzando le fotografie di procioni caricate dagli utenti, i ricercatori hanno però notato che il muso di quelli che abitano le aree urbane è circa il 3,5% più corto rispetto ai loro conspecifici che vivono in habitat rurali. Può sembrare poco, ma per i ricercatori è stato un dato sufficiente per affermare che questa caratteristica fosse una delle tante attribuibili alla Sindrome della Domesticazione.

Si tratta di una teoria piuttosto recente, ipotizzata per la prima volta nel 2014 con lo studio portato avanti da tre scienziati che hanno dato contributi fondamentali nel campo della biologia evoluzionistica e dell’antropologia: Adam Wilkins, biologo evoluzionista e genetista presso l’Università di Humboldt, Richard Wrangham, antropologo e primatologo dell’Università di Harvard e Tecumseh Fitch, biologo evoluzionista all’Università di Vienna. I tre hanno evidenziato come questa sindrome porti con sé non solo dei cambiamenti nell’aspetto degli animali, ma anche nel loro comportamento. Ciò è dovuto a particolari cellule che prendono il nome di “cellule della cresta neurale” (NCC). Si trovano sul tubo neurale, il futuro midollo spinale, situato nella zona dorsale degli embrioni dei mammiferi. Grazie alla loro capacità di migrare in diversi distretti corporei, queste cellule staminali sono responsabili del differenziamento di molti tessuti.

Lo studio del 2014 suggerisce che gli individui più docili debbano questa loro caratteristica comportamentale a un ridotto numero di NCC o a una loro minor capacità di migrare verso le zone target. La tesi è avvalorata dal fatto che tra i tessuti derivati da queste cellule ce ne sono alcuni deputati alla produzione di ormoni, come le ghiandole surrenali, che hanno un ruolo centrale nella regolazione degli ormoni legati allo stress e alla risposta “attacca o fuggi” che si innesca davanti a un potenziale pericolo. Negli esemplari più mansueti la risposta allo stress è ridotta, per un minor numero di NCC nelle ghiandole surrenali. Questo implica una diversa produzione di alcuni ormoni che regolano proprio i processi legati allo sviluppo della paura e porta, ad esempio, a una maggior confidenza verso l’uomo, tipica delle specie domestiche. 

Negli individui docili si avranno dunque delle modificazioni anche estetiche, come un mantello pezzato, orecchie flosce o una ridotta lunghezza del muso, proprio a causa del ruolo delle cellule della cresta neurale nella differenziazione di tessuti molto diversi tra loro

Wilkins e colleghi mettono in risalto come le NCC entrino in gioco anche nel differenziamento di altri tessuti importanti nello sviluppo di alcuni tratti fenotipici, come la morfologia cranio-facciale o la produzione di melanociti. Negli individui docili si avranno dunque delle modificazioni anche estetiche, come un mantello pezzato, orecchie flosce o una ridotta lunghezza del muso, proprio a causa del ruolo delle NCC nella differenziazione di tessuti molto diversi tra loro.

Per capire il ruolo cruciale di queste cellule, basti pensare che sono responsabili di uno dei tratti più caratteristici delle specie domestiche, la neotenia, ovvero il mantenimento di caratteristiche giovani anche in individui adulti, morfologiche, sia comportamentali. Ad esempio, causando un ritardo nella maturazione del sistema surrenale, la Sindrome della Domesticazione allunga la finestra di socializzazione, cioè il periodo in cui i cuccioli sono maggiormente ricettivi e in cui non si è ancora sviluppata la risposta alla paura. In alcune specie questo periodo può estendersi dai 45 giorni dei selvatici fino a 3-4 mesi dei conspecifici domestici. Questo ritardo nei tempi di sviluppo, detto eterocronia, è proprio ciò che permette agli individui docili di instaurare un legame più profondo con l’uomo.

Questo processo mette in luce il complicato meccanismo biologico che si trova alla base della domesticazione. La docilità di un individuo, che è il motivo per cui viene selezionato per la domesticazione, non è altro che l’effetto biologico di un numero inferiore di cellule della cresta neurale. Tutti gli altri tratti fenotipici della Sindrome non sono altro che sottoprodotti non selezionati derivanti dal medesimo deficit di NCC.

Negli anni sono stati fatti molti esperimenti per capire quali fossero i meccanismi evolutivi alla base della domesticazione, che mostrano un concatenarsi di processi simili a quelli che oggi osserviamo nei procioni. Uno dei più famosi fu quello dei genetisti Dmitrij K. Beljaev e Lyudmila N. Trut, che alla fine degli anni Cinquanta del Novecento cercarono di addomesticare le volpi argentate. In circa cinquant’anni di esperimenti, riuscirono a dimostrare come la domesticazione portasse con sé un intero pacchetto di modificazioni non solo comportamentali ma anche morfologiche. I due ricercatori sostenevano che alcuni tratti caratteristici degli animali domestici erano conseguenze collaterali della selezione di un altro carattere, la mansuetudine. Ciò era dovuto all’effetto pleiotropico di alcuni geni, cioè alla loro capacità di influire su più caratteri fenotipici, a prima vista non correlati. Il lavoro ha fatto emergere l’esistenza di un “pacchetto” di tratti tipici degli animali domestici che si sviluppano simultaneamente, e non un insieme di caratteristiche indipendenti. Fu una scoperta fondamentale anche per Wilkins e colleghi per arrivare alla loro intuizione sul ruolo delle cellule della cresta neurale.

Forse per parlare di domesticazione del procione è ancora troppo presto: questa richiede infatti tempi molto lunghi, che sicuramente non si riescono a evidenziare con un solo studio. I ricercatori dell’Arkansas definiscono i procioni analizzati come “proto-domestici”, ovvero alle primissime fasi di un cambiamento evolutivo guidato dalla convivenza con l’uomo, e questo fa di loro possibili modelli per studiare questo processo già dai suoi primi segnali.

I procioni, in Italia come nel resto d’Europa, sono considerati una specie aliena invasiva, introdotta dall’uomo per scopi venatori o di allevamento e poi sfuggita accidentalmente in natura. Ma nel nostro continente sono presenti molti altri animali che abitualmente frequentano le nostre città e che potrebbero cominciare a mostrare le prime avvisaglie della domesticazione. In uno studio condotto a Londra nel 2020, le protagoniste sono le volpi, anch’esse habitué degli ambienti cittadini. Anche in questo caso le volpi che frequentano gli ambienti antropizzati presentano alcune caratteristiche domestiche, come il muso più corto. Analogamente a quanto scritto dai ricercatori dell’Arkansas, anche in questo studio il gruppo di ricerca imputa le variazioni morfologiche delle volpi londinesi alla Sindrome da Domesticazione che quindi risponderebbero alle stesse pressioni selettive dei procioni americani, con la medesima modifica delle cellule della cresta neurale.

Ancora ai giorni nostri vediamo i risultati di questa simbiosi evolutiva quando, ad esempio, accarezziamo il nostro “lupo domestico”, che ormai chiamiamo cane, con cui conviviamo da circa quindicimila anni. Il caso del cane è uno splendido esempio di auto-domesticazione, perché furono loro stessi ad avvicinarsi ai villaggi e a venire accettati dai loro abitanti. Qualcosa di simile è successo anche ai gatti.

Homo sapiens non è sicuramente nuovo a questo tipo di processo e anzi, nell’arco della nostra storia evolutiva sono stati molti i casi di specie rese domestiche più o meno direttamente dai nostri antenati. Ancora ai giorni nostri vediamo i risultati di questa simbiosi evolutiva quando, ad esempio, accarezziamo il nostro “lupo domestico”, che ormai chiamiamo cane, con cui conviviamo da circa quindicimila anni. Il caso del cane è uno splendido esempio di auto-domesticazione, perché furono loro stessi ad avvicinarsi ai villaggi e a venire accettati dai loro abitanti. Qualcosa di simile è successo anche ai gatti.

E poi ci sono i grandi erbivori. Con la rivoluzione neolitica (circa dodicimila anni fa) e il conseguente aumento demografico, i nostri antenati passarono dall’essere raccoglitori e cacciatori ad agricoltori e allevatori, ed è qui che cominciò una stretta relazione con gli antenati selvatici di maiali, pecore, bovini e capre. I primi si avvicinarono per cibarsi dei raccolti, altri venivano catturati e usati come fonte di cibo. I loro cuccioli invece rimanevano all’interno del villaggio come compagni di gioco e di vita di alcuni gruppi famigliari.

Ma, prima di tutti, a essere addomesticati sembra che siamo stati proprio noi umani. In questo caso, un po’ come per i cani, parliamo di auto-domesticazione dell’Homo sapiens. Un processo iniziato con una selezione culturale, più che naturale, che ha portato a veri e propri cambiamenti genetici nella nostra specie e che per alcuni aspetti ricordano quelli presenti nelle altre specie domestiche nominate in precedenza.

Le ipotesi su quale possa essere stato il motore di questa auto-domesticazione sono diverse, e su alcune il dibattito è ancora aperto. Tra le più accreditate c’è la selezione, all’interno delle prime comunità, di individui con una minore impulsività, favorendo individui più capaci di interagire pacificamente all’interno del gruppo. Parallelamente, pare sia cominciata anche una preferenza verso partner con un maggior numero di tratti neotenici. Queste scelte hanno funzionato da perfetta pressione selettiva e hanno portato alla comparsa nella nostra specie di alcune caratteristiche (come uno scheletro più gracile, musi più appiattiti e denti più piccoli) derivanti da un ridotto apporto delle NCC durante lo sviluppo, in linea con quanto accade durante l’addomesticazione di altri animali.

Alcune aree del nostro cervello non si sottraggono a questa pressione, e presentano infatti la corteccia prefrontale, responsabile di molte delle nostre capacità cognitive più sofisticate, con uno sviluppo rallentato rispetto a quello delle scimmie a noi più vicine, e ciò si traduce in una maggiore capacità di apprendimento. Questi cambiamenti biologici legati alla selezione di individui più docili avrebbero fatto da base, secondo questa ipotesi, allo sviluppo di un linguaggio più complesso in Homo sapiens.

Queste ipotesi nel mondo scientifico hanno trovato molte conferme, ma allo stesso tempo sono ancora ricche di interrogativi a cui non si è riusciti a dare risposte. Uno degli aspetti che ad ora rimane ancora poco chiaro riguarda le dimensioni del nostro cervello che non si è (almeno per ora) rimpicciolito, caratteristica invece presente nelle altre specie addomesticate.

Possiamo dire che, come noi abbiamo barattato la nostra antica robustezza fisica (e non solo) per una maggior socialità, i procioni stanno ora accorciandosi il muso per adattarsi alle nostre città, e studiarne lo sviluppo nella storia significa comprendere anche la nostra evoluzione e le alleanze che abbiamo stabilito.

Per il momento pare che continueremo a portare a spasso il nostro cane e ci limiteremo a scorgere i procioni solo mentre rovistano tra i cassonetti. Ciò che sembra essere un possibile inizio di domesticazione di questi animali ci ricorda che ogni nostra azione, anche involontaria, può modificare drasticamente l’ambiente nel quale viviamo e nel quale vivono le altre specie. Le nostre città sono a tutti gli effetti un ecosistema, esattamente come una foresta o una prateria alpina, ma completamente creato e plasmato dall’uomo. E come ogni ecosistema, anche le città stanno modificando le specie che ci vivono, esattamente come migliaia di anni fa hanno fatto i primi villaggi dei nostri antenati. I risultati di questi primi studi possono ricordare i primi passi che gli antenati selvatici di cani, gatti, pecore e altri hanno cominciato migliaia di anni fa. Se la selezione per la docilità, anche involontaria, è alla base di questo processo, è possibile che la tolleranza al caos urbano stia innescando una cascata evolutiva, un’eco moderna e su vasta scala di ciò che i nostri antenati iniziarono millenni fa.

Marta Depetris

Marta Depetris, biologa ambientale, divulgatrice scientifica e guida ambientale escursionistica. Per quasi quattro anni ha collaborato come borsista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, occupandosi principalmente di insetti impollinatori e progetti di comunicazione della ricerca e citizen science. Ha conseguito un master in Comunicazione della Scienza all’Università di Parma e attualmente collabora come libera professionista con il Muse e altre realtà nel settore ambientale svolgendo attività di divulgazione ed educazione ambientale e seguendo progetti di citizen science.

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