Prima abbiamo clonato, poi geneticamente modificato, nel mentre crioconservato. Si parla di ricreare organismi estinti da migliaia di anni, ma in verità quello che facciamo è giocare con i geni dipingendo un animale comune dei colori di quelli perduti.
Lo scorso 19 maggio l’azienda Colossal Biosciences di Dallas ha annunciato di essere riuscita in un’impresa scientifica rincorsa da decenni: la realizzazione di un uovo artificiale, cioè di un involucro di silicone stampato in 3D, con una struttura reticolare, all’interno del quale sarebbe possibile far crescere embrioni di uccelli. Nello specifico, a svilupparsi sarebbero stati embrioni di emù (Dromaius novaehollandiae), un grande uccello australiano secondo solo allo struzzo quanto a dimensioni, geneticamente modificati per diventare simili a embrioni di moa gigante (Dinornis robustus), un volatile neozelandese alto più di tre metri, privo di ali ed estintosi attorno al 1500 d.C. Finora, grazie alla nuova membrana, che ospita anche una sorta di finestra per controllare lo sviluppo fetale, sarebbero nati ventisei pulcini.
La notizia è stata accolta a dir poco con cautela per motivi tecnici ed etici, e perché è stata diffusa soltanto attraverso un comunicato stampa. Colossal non ha intenzione di scrivere nulla nelle sedi appropriate, e cioè le pubblicazioni scientifiche, perché vuole monetizzare i frutti delle sue ricerche (tutte finanziate da privati). Di conseguenza, nessuno può controllare se quanto afferma e mostra in un video sia vero, né verificare eventuali limiti di una tecnologia che suscita più di un dubbio.
La diffidenza, peraltro, nasce anche da un precedente dell’agosto del 2025. L’azienda aveva annunciato di aver riportato in vita il lupo selvatico (Aenocyon dirus) estinto da almeno 13.000 anni. La notizia era piaciuta molto ai media, anche se il lupo estinto pare fosse diverso (dal pelo bruno e non bianco come quello ottenuto da Colossal): un esemplare si era guadagnato un’accattivante copertina di Time. In realtà non si trattava affatto di quel lupo, ma di un normale lupo grigio (Canis lupus) nel DNA del quale erano stati inseriti quattordici geni affinché assomigliasse a quello scomparso: uno solo di quei geni proveniva davvero da Aenocyon dirus. Era solo un lupo moderno geneticamente modificato.
Anche nel caso del moa, i pulcini in realtà sono emù che contengono qualche gene dell’uccello estinto: abbastanza – secondo Colossal – per poter dire di aver riportato in vita la specie scomparsa. Gioco di prestigio genetico discutibile e soprattutto dallo scarso valore scientifico secondo molti altri esperti.
Dal punto di vista tecnico, per far crescere un uccello à la carte nell’uovo artificiale innanzitutto si modifica l’embrione dell’essere vivente non estinto più somigliante, in questo caso l’emù. Quindi lo si fa crescere in un uovo di gallina, e poi si trasferisce il tutto nell’uovo artificiale. Il processo è molto complicato, innanzitutto per i volumi, visto che un uovo è una cellula completa, e modificarlo affinché abbia abbastanza contenuto (tuorlo e albume) da sostenere la crescita di embrioni molto più grandi di quelli naturali non è per niente semplice. Per dare un’idea: le uova di emù sono dodici volte più grandi di quelle di gallina, e quelle di moa lo sarebbero state ottanta volte. In che modo Colossal abbia ottenuto pulcini vivi di emù-moa partendo da uova di gallina non è chiaro.
E poi ci sono altri passaggi più che delicati, nei quali altri, prima di Colossal, hanno fallito, come l’equilibrio dei gas necessari alla crescita. Tutti i modelli realizzati e utilizzati finora sempre a scopo di ricerca, di solito in plastica o vetro, richiedevano infatti la somministrazione di ossigeno dall’esterno che, però, poteva compromettere lo sviluppo fetale e danneggiare il DNA. Con l’uovo in silicone l’ossigeno non sarebbe necessario, perché l’aria potrebbe entrare senza bisogno di supporti. Tuttavia, senza l’accesso alle specifiche tecniche è impossibile capire se il sistema funzioni davvero.
Esistono limiti biologici ancora invalicabili nel passaggio dall’informazione genetica a un essere vivente e la stessa clonazione – si è appena scoperto – non può andare oltre un certo numero di repliche che, procedendo, rendono gli animali sempre più fragili e vulnerabili.
Se si riuscisse a ottenere qualche piccolo di emù-moa, la de-estinzione farebbe un deciso passo in avanti, e altri volatili (o animali ovipari in genere) potrebbero essere riportati in vita, compresi alcuni degli animali più iconici della storia delle estinzioni come il dodo (Raphus cucullatus), cui Colossal si dedica in un altro progetto basato sulla modifica del genoma di embrioni di piccione.
Oltre al dodo potrebbe toccare poi a Martha, un piccione migratore (Ectopistes migratorius) morto il primo settembre 1914 allo zoo di Cincinnati, quindi scuoiato, imbalsamato e da allora in custodia presso lo Smithsonian Institute di Washington, che potrebbe tornare a volare sotto le mentite spoglie di qualche altro piccione geneticamente modificato. Non a caso, l’altrettanto iconica (per gli Stati Uniti) Martha è oggetto di un progetto specifico della no profit Revive & Restore di Sausalito, in California, su cui torneremo tra poco.
In alternativa a questo approccio per anni si è percorsa la strada della clonazione, con alterne fortune. Anche se all’apparenza il DNA di un animale estinto viene letto e tradotto in proteine fino alla nascita di un esemplare completo, il risultato presenta quasi sempre difetti imprevisti, che rendono gli animali-cloni assai fragili. Esistono limiti biologici ancora invalicabili nel passaggio dall’informazione genetica a un essere vivente e la stessa clonazione – si è appena scoperto – non può andare oltre un certo numero di repliche (nei topi: 58 generazioni) che, procedendo, rendono gli animali sempre più fragili e vulnerabili.
Ne sa qualcosa un altro animale diventato famoso tra chi studia la de-estinzione, lo stambecco dei Pirenei o bucardo (Capra pyrenaica pyrenaica), decimato dalla caccia amatoriale ed estinto nel 1999 con la morte dell’ultimo esemplare, Clelia.
Poco prima del decesso, un team internazionale di ricercatori aveva prelevato diversi campioni di DNA dal tessuto del suo orecchio e li aveva congelati in azoto liquido. Alla morte di Clelia i genetisti avevano ottenuto 208 embrioni in ovuli di capra (Capra hircus), e li avevano trasferiti in madri surrogate, cioè stambecchi spagnoli (Capra pyrenaica hispanica). Dalle sette gravidanze frutto di quei passaggi era nato un solo ibrido di capra-stambecco, che però non ha mai respirato: il cucciolo è nato morto, e l’autopsia ha poi svelato che un polmone era difettoso. Clelia, da un certo punto di vista, si era estinta per la seconda volta, ma secondo i sostenitori della de-estinzione non si è mai davvero estinta: le sue cellule, con il suo DNA, sono in attesa di tentativi più fortunati di riportarla in vita.
Questa tecnica, chiamata crioconservazione, è uno dei pilastri della de-estinzione, ciò che ha trasformato il sogno di molti ricercatori del passato in una possibilità concreta. Ha origini lontane: fu descritta per la prima volta su Nature nel 1949 da tre biologi londinesi che avevano finalmente capito come conservare i tessuti biologici al freddo senza danneggiarli. Bastava aggiungere glicerolo per evitare che le cellule, piene di acqua ghiacciata, con lo scioglimento della stessa si spaccassero.
Era nata la criogenia e, con essa, un’autentica rivoluzione, la realizzazione postuma di un sogno a lungo coltivato anche dai nazisti, in modo particolare dai due fratelli Lutz e Heinz Heck, direttori rispettivamente degli zoo di Berlino e Monaco, desiderosi fino dagli anni Venti di riportare in vita le specie quali l’uro, una razza bovina antenata di quelle attuali ma assai più muscolosa e aggressiva, “simbolo di forza primordiale”, scomparsa nel XVII secolo. Il risorto uro avrebbe contribuito a ricreare il mondo incontaminato ed edenico – mai esistito – dei primi ariani tedeschi. Gli Heck, anche senza poter contare sulla criogenia, ottennero alcuni esemplari di una specie bovina ibrida, in gran parte morti nel bombardamento di Berlino, ma in parte sopravvissuti: ancora oggi, la discendenza è presente in Europa, in alcune zone dove si cerca di ottenere il ripopolamento delle specie selvatiche, e sono chiamati Bovini Heck.
Con il congelamento, però, tutto cambiò, passando ancora per gli zoo. Nel 1975, sull’onda dell’entusiasmo per la vita sotto zero, il genetista Kurt Benirschke fondò il Frozen Zoo, la prima biobanca di materiale genetico animale congelato, presso lo zoo di San Diego, che oggi ospita oltre diecimila campioni che rappresentano più di mille taxa, alcuni dei quali estinti.
Biobanche, arche e simili hanno posto migliaia di specie in uno stato liminale, sul confine tra la vita e la morte: una linea sempre meno netta. Che cos’è quel materiale che riposa nell’azoto? Sono solo sequenze di basi o sono da considerare altre forme di vita?
Anni dopo, nel 2004, un consorzio internazionale per la conservazione del materiale genetico delle specie in via di estinzione, con partner quali l’International Union for the Conservation of Nature (IUCN), la Conservation Biobank danese, la Mediterranean Marine Mammal Tissue Bank e la Zoological Society of London diede vita alla Frozen Ark. In seguito, anche grazie al costante miglioramento delle tecniche di estrazione e conservazione, ne nacquero molte altre, la stragrande maggioranza delle quali con lo scopo di preservare i genomi, per intervenire – quando possibile – in caso una specie fosse a rischio, e in ogni caso custodire i genomi testimoni della biodiversità perduta.
Come ha fatto notare la storica della scienza dell’Università di Manchester Sadiq Qureshi, autrice di Vanished – An unnatural history of extinction (libro del 2025 sulla de-estinzione) in un articolo pubblicato su Aeon, biobanche, arche e simili hanno posto migliaia di specie in uno stato liminale, sul confine tra la vita e la morte: una linea sempre meno netta. Che cos’è quel materiale che riposa nell’azoto? Sono solo sequenze di basi o sono da considerare altre forme di vita? Una specie è da considerarsi estinta solo quando non esiste più neppure un frammento del suo DNA o quando non esiste più nella sua naturale nicchia ecologica? Poiché nessuna tecnica potrà mai riprodurre, oltre all’animale, il suo ecosistema, l’animale non si troverebbe mai nelle condizioni in cui si è evoluto e andrebbe a cercare una nicchia nuova, in un pianeta completamente diverso da quello che non gli ha permesso di sopravvivere.
Che cosa sarebbe, a quel punto? Che effetti potrebbe avere il suo inserimento nel nuovo ecosistema? Potrebbe diventare invasivo in quanto alieno? E soprattutto: che diritto ha l’uomo di fare tutto ciò? Non si tratterebbe solo del goffo (e inutile) tentativo di riparare ai danni catastrofici provocati dalla sua invadenza, dal consumo di risorse, dalla noncuranza per la biodiversità?
In generale, nel dibattito in corso si fronteggia chi sostiene la de-estinzione come strumento efficace per studiare, preservare o ripristinare la biodiversità perduta, e chi sottolinea almeno due rischi: 1) che gli ingenti fondi da destinare a questi progetti siano sottratti a quelli, ben più concreti e urgenti, da utilizzare per cercare di salvare ciò che non è si ancora estinto e 2) che decisioni su quali specie salvare o far tornare alla vita, in quali condizioni e per quali scopi siano prese solo da miliardari che, di solito, hanno finalità diverse dalla conservazione, per esempio studi sull’immortalità o il business derivante dal turismo generato dalla possibilità di un contatto con specie esotiche. Oltretutto in questo modo i super ricchi, oltre a plasmare e spesso devastare il mondo di oggi, con il consumo spropositato di risorse (si pensi per esempio all’intelligenza artificiale a gli enormi consumi di acqua ed energia) cercherebbero di definire anche quello di domani.
Non a caso, il settore attrae fondi e intelligenze anche nel tentativo di capire se sia possibile congelare esseri umani per mandarli su Marte o, più prosaicamente, per aspettare la cura per malattie che oggi non ne hanno una, o avere un surrogato di immortalità. Jeffrey Epstein ha fatto numerose donazioni alle università di Harvard, di Stanford e al MIT affinché dedicassero tempo e cervelli alla de-estinzione e lo stesso hanno fatto e stanno facendo diversi imprenditori delle Big Tech, per coltivare il sogno di tornare in vita dopo la morte.
Per comprendere i rischi di un settore che finora non è stato sottoposto a regole né limiti si può tornare alla fondazione Revive & Restore, nata nel 2012 su iniziativa di Stewart Brand e Ryan Phelan. La società è una no profit e nel manifesto programmatico, esposto in un TED Talk dal titolo: “L’alba della de-estinzione: siete pronti?”, che ha totalizzato milioni di visualizzazioni, Brand sosteneva che lo scopo ultimo fosse creare un mondo dove i bambini non avrebbero provato “il dolore, la rabbia o il lutto” per l’estinzione di animali magnifici: al contrario, sarebbero stati pieni di meraviglia grazie all’incontro con esemplari vissuti migliaia di anni prima.
A parte la prospettiva clamorosamente antropocentrica, che non considera affatto l’oggetto della de-estinzione né l’ecosistema in cui andrebbe inserito, e che tratta gli animali estinti solo come oggetti da manipolare per finalità ludiche, Brand sembra arrogarsi il diritto di decidere che tipo di emozioni dovranno provare i bambini di domani e quindi quello di “proteggerli” da sentimenti, secondo lui, solo negativi.
Un po’ difficile da difendere, come motivazione.
Nell’interregno, se il suo DNA è congelato, è in un “torpore evolutivo”, un limbo nel quale rimane in attesa di tecnologie atte a riportarla a una vita piena.
Qualche anno dopo, nel 2018, Ben Novak, il responsabile del progetto sul piccione Martha, ha spiegato la sua idea alla comunità scientifica con un articolo pubblicato su Genes, nel quale sostiene appunto che una specie è da considerarsi estinta solo quando non esiste più il suo materiale genetico. Nell’interregno, se il suo DNA è congelato, è in un “torpore evolutivo”, un limbo nel quale rimane in attesa di tecnologie atte a riportarla a una vita piena. Novak propone quindi indirettamente una nuova definizione di estinzione e, per esteso, di vita.
C’è poi l’approccio esclusivamente commerciale che sta guadagnando terreno, con tutte le sue distorsioni, approfittando del vuoto normativo. Per esempio, il geofisico russo Sergey Zimov ha già istituito, in Siberia, una riserva chiamata Parco del Pleistocene, dove dovrebbero tornare, tra gli altri, i mammuth, per farsi ammirare da un pubblico pagante, che finalmente trasformi la tundra in qualcosa di redditizio: una Disneyland per turisti facoltosi, pronti ad arrivare laggiù in aereo, devastare uno degli ambienti più delicati e in trasformazione di tutto il pianeta (a causa della crisi climatica), per poi tornarsene a casa con il cellulare pieno di foto da postare. Un luogo ideale per i bambini di tutte le età (che possano permetterselo).
Un altro caso emblematico è quello della la start up australiana Vow, che nel 2023 ha presentato al mondo la sua polpetta di carne di mammut lanoso, ovvero quattrocento grammi di carne coltivata ottenuta da cellule con DNA di elefante e di mammut, oltreché di pecora. Al di là della riuscita campagna di visibilità planetaria, l’esperimento è stato molto meno bislacco di quanto si potrebbe pensare. Lo scopo era infatti stimolare il settore delle carni coltivate ad approfondire le ricerche su tessuti di animali che oggi non esistono più, ma che potrebbero offrire vantaggi come quelli associati a proteine per noi nuove, potenzialmente benefiche, o quello della sicurezza microbiologica, perché le cellule di mammut o, per meglio dire, il loro DNA, proverrebbero solo da laboratori, e non potrebbero quindi contenere patogeni moderni (ma su quelli estinti o dormienti, che potrebbero riattivarsi, non ci sono dati).
In un’ottica diversa, il tentativo potrebbe essere considerato come un ennesimo sfruttamento (dell’ennesimo ibrido), un alibi per non diminuire il consumo di carne e non modificare i metodi di produzione intensiva. Un’originale distrazione di massa. In teoria, tuttavia, anche in questo caso nessuno potrebbe impedire a Vow di chiedere l’autorizzazione alla messa in commercio di quegli ibridi (cosa che comunque non sembra essere nei suoi piani).
In questo quadro si inserisce poi un ulteriore aspetto etico, quello della proprietà dei genomi delle specie autoctone di una certa zona, estinte o meno. La vicenda del moa, da questo punto di vista, è esemplare. Gli abitanti della regione dove l’ibrido emù-moa dovrebbe essere reinserito, in Nuova Zelanda, sono del tutto contrari, come ha ricordato Nic Rowlence, docente di DNA antichi presso l’Università di Otago, su The Conversation. Le tribù maori (iwi), rivendicano di essere gli unici custodi (kaitiaki) dei resti dei moa, e chiedono che ossa, campioni di DNA e dati di sequenziamento restino nella zona, sotto il loro controllo.
Anche se i partner del progetto, e cioè il Canterbury Museum e il Ngai Thau Research Center di Christchurch, insieme al regista Peter Jackson, hanno promesso di ricreare un ambiente simile a quello nel quale i moa hanno vissuto, l’arrivo di animali altri tre metri, geneticamente modificati, potrebbe causare sconvolgimenti ecologici imprevedibili, anche perché ce ne vorrebbero almeno cinquecento per evitare l’endogamia genetica (l’incrocio tra i pochi esemplari viventi per dare vita alla prole, con conseguente scarso scambio di geni e indebolimento nel corso delle generazioni) e l’inevitabile rapida ri-estinzione. In ogni caso i maori, che inizialmente non erano stati in alcun modo interpellati sul progetto, non li vogliono nelle loro terre, e qualcuno ne dovrà prendere atto.
Nel 2025 la IUCN ha tenuto un congresso mondiale sulla conservazione ad Abu Dhabi, con oltre diecimila partecipanti provenienti da 189 paesi. Dopo una settimana di discussione, la proposta di una moratoria sul rilascio in natura di qualunque organismo geneticamente modificato come misura di conservazione, e dunque una misura di cautela, in attesa di un accordo internazionale, è stata respinta. Il dibattito ha portato solo a una raccomandazione sulla biologia sintetica, affinché si monitori strettamente, caso per caso, qualunque organismo geneticamente modificato rilasciato in natura. Secondo i più critici, la raccomandazione sarebbe destinata a restare sulla carta. Peggio: non aver stabilito regole chiare significherebbe aver creato una sorta di salvacondotto per i comportamenti dissennati degli esseri umani, che potrebbero continuare a provocare estinzioni e perdita di biodiversità. Tanto poi la specie perduta si potrebbe far uscire dal torpore evolutivo e riportare alla vita con una de-estinzione.
In effetti, la storia di questo genere di documenti insegna che le semplici raccomandazioni sono spesso destinate a rimanere buone intenzioni. Tuttavia quel momento è stato comunque significativo, perché ha segnato una sorta di presa d’atto: la de-estinzione è passata dall’essere una possibilità a essere una realtà concreta da gestire (nel futuro, evidentemente). E forse questo genererà una riflessione più produttiva, tenendo conto anche di una vicenda scientifica che ha superato il giro di boa del secolo di storia, e che è stata spesso strumentalizzata per sinistri scopi politici.
“La crisi della biodiversità”, ha concluso Qureshi, “non si risolverà con la bioingegneria, migliorando il nostro rapporto con la genetica. Richiede un rapporto migliore con gli esseri viventi: vederli non come risorse da manipolare e da sfruttare per assecondare il nostro rifiuto di cambiare stile di vita, ma come nostri simili, con le loro rivendicazioni di giustizia radicate nel loro stesso essere vivi. La de-estinzione non sarà mai puramente, e nemmeno principalmente, la rinascita di specie estinte, ma una bioingegneria di nuove forme di vita che sceglieremo di chiamare con nomi che appartengono a modi di essere ormai perduti”.
L’immagine è di Colossal Biosciences.