Alla Fondazione Prada, Cao Fei mette in scena l'agricoltura cinese come archeologia del presente, in cui la tecnologia non sostituisce la tradizione ma la abita, fino a diventare sacra.
Se un drone è su un altare, come un Buddha, un dio, o un morto da ricordare, circondato da frutta votiva in plastica sgargiante su un telo di velluto rosso, addobbato di monili sacri e piume di pavone, è difficile capire come comportarsi . Dobbiamo rivolgergli preghiere? Per un futuro migliore o per chiedere grazia, perché non abbatta su di noi la sua arcana potenza?
O magari non c’è nulla di sacro, ed è piuttosto la testimonianza di un luogo altro, lontano, come ci trovassimo in una Wunderkammer in cui è esposto il futuro? O, ancora: forse anche lui ci guarda e siamo qui per conoscerci l’un l’altro. Siamo in uno spazio espositivo. È difficile dire se questo drone sia qui a scardinare una qualche sacralità dell’arte o invece a ribadirla, a restituirla.
L’altare al drone fa parte di una mostra in corso alla Fondazione Prada, a Milano: Dash, dell’artista cantonese Cao Fei. È una mostra sull’uso della tecnologia in agricoltura e sul rapporto fra tecnologia – fredda, asettica, aliena – e tradizione – fatta di terra e di danze. Oltre all’altare, c’è un lungo e onirico documentario, Dash, da cui prende il nome la mostra e realizzato in un’azienda cinese specializzata di agritech, XAG.
E poi, fra banani e attrezzature per agricoltura smart, un’installazione con visore per esplorare, a bordo di un drone e in compagnia di una scimmietta, un paesaggio cartoonesco di campagne assieme bucoliche e digitalizzate. Al piano di sopra, libri da consultare sedendosi su balle di fieno, immagini di propaganda maoista legate all’agricoltura e poi video-interviste che ci aspetteremmo di trovare in un’esposizione industriale e non come oggetto d’arte. Nell’intenzione dell’artista ci troviamo in un “sito archeologico” dell’agricoltura contemporanea. La spiega così:
Questa mostra invita il pubblico a entrare in un sito archeologico dedicato all’agricoltura contemporanea, dove si intrecciano molteplici dimensioni temporali. Non si tratta di un idillio pastorale della tecnologia, ma di uno sguardo archeologico sull’agricoltura intesa come ‘ingegneria geologica’. Qui, i sistemi di posizionamento satellitare dialogano con le geografie rituali.
L’intelligenza artificiale e l’esperienza tradizionale si influenzano reciprocamente. Le immagini storiche e i segnali provenienti dai sensori generano risonanze visive. Insieme, questi elementi compongono una cronistoria di manufatti tecnologici, strumenti di produzione e testimonianze del tempo, che riconfigurano costantemente la biopolitica della terra attraverso le diverse fasi della storia umana.
L’esperienza che facciamo è una visita, più che al futuro, a una possibilità. È come se Fondazione Prada avesse chiesto alla Cina di sedersi al tavolo degli immaginari culturali e portare con sé un oggetto e una storia e la Cina avesse deciso che a quel tavolo ci sarebbe andata con la propria narrazione agricola e industriale. A un tavolo degli immaginari culturali forse gli Stati Uniti di un tempo avrebbero portato Elvis Presley o film come La febbre del sabato sera. Il Giappone era arrivato con i pokémon e i manga. La Corea con il K-pop. Quello che la Cina vuole raccontare di sé è la propria corsa tecnologica e la convivenza di questa tecnologia con l’umano e la tradizione.
Immagine della mostra Dash di Cao Fei di Marta Marinotti e Federico Floriani, courtesy Fondazione Prada
E infatti, al tavolo degli immaginari culturali, la carta più potente e spettacolare la Cina l’ha giocata nella notte fra il 16 e il 17 febbraio, la vigilia della festa di Primavera, nel passaggio dall’anno del Drago all’anno del Cavallo. Lo spettacolo di danza dei robot umanoidi, firmato da aziende come Unitree Robotics, Noetix e MagicLab, ha stregato e turbato il mondo intero: coreografie sincronizzate, kung fu con bastoni e spade, salti e capriole.
A sconvolgerci in questo 2026, fino a riempire i giornali occidentali di un evento di cui non si erano mai curati, era l’intreccio di tecnologia e umanità: i robot danzano e combattono con bambini e ragazzini, mani di carne e metallo che si stringono per gli inchini, e poi il drunken boxing, o zui quan, una danza kung fu che imita lo stile i movimenti di un ubriaco: i movimenti molli e imprevedibili di qualcuno che barcolla, fino a perdere l’equilibrio. Cosa c’è di più umano che cadere?
All’inaugurazione della mostra Cao Fei era presente, e a farle da interprete è stata invitata Chiara Bartoletti, un’antropologa sociale che si occupa di agroecologia cinese: ancora, i piani si mescolano e per tradurre l’artista che mette in scena campagne trasformate dalla tecnologia serve l’antropologa che quelle trasformazioni le studia sul campo, e che infatti è riuscita a sollevare leggermente il velo di Cao Fei e a guardare dentro la realtà dell’agricoltura cinese.
Per prima cosa, racconta, le grandi aziende, o super farms, in Cina in realtà sono solo il 30% del totale: sono concentrate nelle province con una morfologia geologica favorevole, e in particolare nelle grandi pianure dello Shandong e a Liaoning, Heilongjiang e Jilin nel Dongbei, la regione nel nordest della Cina. Il restante 70% è composto per lo più da aziende di piccole dimensioni. È un retaggio della riassegnazione delle terre (precedentemente collettivizzate) avvenuta negli anni Ottanta, quando a ogni famiglia con residenza rurale era stato assegnato un appezzamento. Le famiglie erano – e sono – libere di coltivarle e viverne, oppure di tenere solo un orto e affittare il resto ai propri vicini.
Ma può anche succedere che un centinaio di famiglie uniscano i propri appezzamenti per ottenere un’agricoltura più redditizia. In ogni caso non c’è proprietà della terra: se una famiglia cambia residenza, la terra che lascia viene redistribuita. Dopo la riforma degli anni Ottanta arrivò l’apertura dell’economia cinese al mercato mondiale e poi l’entrata ufficiale nella World Trade Organization (WTO) l’11 dicembre del 2001. Bisognava produrre abbastanza per mangiare abbastanza e per più di un decennio gli agricoltori cinesi fecero un uso smodato di fertilizzanti: restava infatti viva la memoria della grande fame che aveva accompagnato il grande balzo in avanti dei decenni precedenti.
«Ora si usano sempre meno» racconta Bartoletti. «Il governo cinese punta molto su un messaggio di sostenibilità, spingendo i contadini a usare meno fertilizzanti e a preferire sistemi integrati di gestione degli agenti infestanti. In questo senso, affidarsi alla tecnologia è vista come una soluzione per monitorare i parametri e fare interventi mirati, solo dove serve. Secondo il nuovo mantra, chiamato anche discorso delle due montagne, “le montagne verdi sono montagne d’oro”, nel senso che il patrimonio ecologico vale più dell’oro stesso». Anche perché, spiega, la Cina ha solo il 9% delle terre arabili mondiali, e le persone a cui dar da mangiare sono 1,4 miliardi.
Spesso le terre si trovano in zone aride o montuose e questo ci fa prendere in considerazione un altro aspetto importante della narrazione agricola cinese: se i droni sono immensamente utili sui terrazzamenti, trattori e robot standardizzati risultano quasi inutilizzabili su terreni irregolari e non uniformi. La tecnologia c’è, e acquista sempre più importanza, ma il tipo di tecnologia utilizzata varia moltissimo a seconda delle caratteristiche del territorio. E poi, inevitabilmente, c’è il tema dei costi: i droni non sono accessibili a chiunque. Non dobbiamo immaginarci che il dio pagano della mostra Dash sia protagonista di tutta l’agricoltura del Paese, perché non tutti nelle campagne possono permettersene uno o più.
Immagine della mostra Dash di Cao Fei di Marta Marinotti e Federico Floriani, courtesy Fondazione Prada
La tecnologia di precisione invece è più diffusa: «Nelle aree attorno a Pechino e Guangzhou, quindi nelle zone periurbane, esistono aziende agricole anche di piccole dimensioni (circa tre ettari) già dotate di tecnologie che, per noi, risultano molto all’avanguardia. Per esempio utilizzano sistemi di monitoraggio e controllo di parametri come l’umidità delle serre e le condizioni del suolo. In quelle zone esiste quindi una dimensione produttiva di piccola scala ma altamente tecnologizzata, difficile da trovare con lo stesso livello di integrazione in contesti europei».
Ma nello Yunnan, una delle regioni agricole più importanti del paese, fatta per lo più di piccoli appezzamenti terrazzati in paesaggi montuosi lungo il Fiume Azzurro, si fa ancora tutto a mano, e secondo Chiara Bartoletti, che ha concentrato lì le sue ricerche sull’agroecologia, è difficile che quella parte di agricoltura di sussistenza così presente nel tessuto cinese riesca a integrare sistemi tecnologici avanzati, ora e in futuro. Quello cinese resta un sistema molto ibrido e questo in un certo senso conferma la narrazione proposta da Cao Fei: digitalizzazione e tradizione convivono. Solo che lo fanno a volte intrecciandosi concretamente, mentre in altri casi la tradizione sopravvive per conto suo. Sempre che di tradizione si possa parlare: del resto anche l’agroecologia è un’evoluzione delle pratiche.
Una delle opere più importanti della mostra è un grande pannello appeso al muro del secondo piano. Si tratta di una mappa concettuale sviluppata attorno a tre concetti: cielo (天, tian), persona (人, ren), tecnologia (技, ji). Nel pensiero tradizionale cinese la triade è cielo, persona e terra e costituisce uno dei princìpi fondamentali dell’ordine cosmico: Cao Fei sostituisce terra con tecnologia.
Chiara Bartoletti la spiega così:
Il cielo, tian, non indica soltanto il cielo fisico, ma anche una dimensione spirituale, morale e soprannaturale che regola l’armonia del mondo. La “terra” rappresenta invece lo spazio materiale, fertile e concreto della vita umana e dell’agricoltura. L’essere umano si colloca tra queste due dimensioni come elemento mediatore: deve vivere in equilibrio con i cicli naturali e mantenere un’armonia tra ordine cosmico, società e ambiente. Questa visione è profondamente radicata nel taoismo, ma anche nella tradizione confuciana e nelle religioni popolari cinesi, dove agricoltura, stagioni e ritualità sono sempre stati strettamente collegati. Questo spiega in qualche modo l’altare votivo: il drone diventa parte integrante di questo modo di vedere l’agricoltura in Cina, c’è una spiritualizzazione del drone che nella cultura agricola cinese è un aspetto molto importante. Il drone diventa il mezzo attraverso cui sperimenti la natura.
Fra gli elementi presenti nella mostra, compare anche una scimmietta: è Sun Wukong, protagonista di Viaggio in Occidente, classico della letteratura cinese del 1590. La troviamo nel paesaggio virtuale che si può visitare con il visore, ma anche le piume che decorano il drone sull’altare votivo richiamano il copricapo della scimmia. «Sun Wukong è una figura dotata di poteri soprannaturali, capace di trasformazioni e imprese impossibili: associarla a un drone crea un cortocircuito fra immaginario mitologico e tecnologia contemporanea.
L’oggetto, esposto come se fosse un altare votivo, è volutamente fuorviante: sembra appartenere a un rito tradizionale, ma incorpora un dispositivo tecnologico, mescolando sacro, folklore e innovazione» spiega ancora Bartoletti: un elemento, come del resto la mappa concettuale, che sarebbe difficile decodificare senza una conoscenza dell’immaginario di provenienza. Ed è forse questo il centro del racconto, di questa narrazione di sé della Cina che possiamo visitare alla Fondazione Prada: c’è un tentativo di continuità, innestare il futuro sul presente e sul passato, senza cesure.
Un malcelato tecno-ottimismo ma anche un’affascinante assenza di paura nel guardare il futuro. La narrazione in scena alla Fondazione Prada come al capodanno cinese è quella di un popolo senza nostalgia, in grado di tenere assieme arti marziali e robot, agricoltura manuale e di precisione. Loro, i cinesi, il linguaggio alieno della tecnologia lo parlano perfettamente. Forse siamo noi a sentire ancora questa alterità, per il giusto timore e cautela. A temere il futuro e non impararne la lingua però si rischia di esserne investiti.
Se torniamo al nostro drone, sul suo altare, con la sua frutta in plastica sgargiante, i pennacchi della scimmietta sun Wukong, il pannello solare alle sue spalle che sembra metterlo in comunicazione direttamente con il cielo (il cielo tian: spirituale, morale e soprannaturale), ci ritroviamo in quella posizione scomoda che avevamo incontrato all’inizio, in cui non sappiamo se pregarlo per risparmiarci o per darci un futuro, se guardare o essere guardati. È su questa soglia, assieme a una divinità calata in qualche modo nella realtà, che possiamo tenerci le nostre contraddizioni sapendo che non potremo in alcun modo districarle.
Immagine in copertina della mostra Dash di Cao Fei di Marta Marinotti e Federico Floriani, courtesy Fondazione Prada