Articolo
Enrico Bucci
La chimica che ci nutre

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biologia chimica evoluzione

Il cibo brucia nelle nostre cellule come in un'articolata sequenza di fiammelle. L'energia catturata lungo il percorso alimenta un meccanismo nato sul fondo degli oceani primitivi.

Come fa, concretamente, la chimica del cibo a sostenere la vita? In che modo le molecole che ingeriamo diventano il flusso di energia che permette alle cellule di mantenere la propria organizzazione e di svolgere le loro funzioni? La risposta sta in un processo biochimico molto generale, condiviso dalla maggior parte degli organismi che respirano ossigeno: il metabolismo ossidativo del carbonio, o respirazione cellulare.

In termini essenziali, questo processo consiste nell’ossidazione progressiva delle molecole organiche introdotte con il cibo: gli atomi di carbonio contenuti in queste molecole vengono trasformati passo dopo passo fino a diventare anidride carbonica, proprio come quando una fiamma consuma un pezzo di legno. Gli idrogeni che erano legati al carbonio vengono rimossi durante il processo e trasferiti, insieme agli elettroni che portano con sé, verso l’ossigeno. L’ossigeno è il punto di arrivo del flusso: riceve elettroni e protoni e forma acqua.

Se si guarda al bilancio finale, la trasformazione complessiva è la stessa che avverrebbe se un alimento tipico – poniamo il glucosio – bruciasse in una fiamma:

glucosio + ossigeno → anidride carbonica + acqua

La differenza fondamentale è che nel metabolismo cellulare questa trasformazione non avviene in un unico evento istantaneo, come nel nostro camino. La cellula la suddivide invece in una lunga sequenza di passaggi chimici, così da catturare e utilizzare l’energia liberata lungo il percorso, invece di dissiparla tutta immediatamente come calore.

Consideriamo come punto di partenza –cibo da digerire – la molecola di glucosio, uno zucchero con sei atomi di carbonio. In questa molecola gli atomi di carbonio sono relativamente ricchi di elettroni perché sono legati soprattutto a idrogeno e ad altri atomi di carbonio. Nelle condizioni dell’atmosfera terrestre lo stato più stabile per il carbonio è invece quello dell’anidride carbonica, in cui il carbonio è legato a due atomi di ossigeno. Il metabolismo ossidativo consiste proprio nel portare gradualmente il carbonio da quella forma iniziale, relativamente ridotta, a quella finale molto più ossidata.

La prima fase di questo processo è la glicolisi, che avviene nel citoplasma della cellula. Qui una molecola di glucosio viene trasformata attraverso una serie di reazioni enzimatiche in due molecole più piccole chiamate piruvato. Ogni piruvato contiene tre atomi di carbonio – la metà dei sei di partenza di una molecola di glucosio.

Durante la serie di reazioni della glicolisi accade qualcosa di importante: alcune reazioni chimiche estraggono elettroni dalla molecola del substrato. Gli elettroni non possono restare liberi nell’ambiente acquoso della cellula, perché sarebbero estremamente instabili. Vengono quindi immediatamente raccolti da una molecola trasportatrice chiamata NAD⁺ (nicotinammide adenina dinucleotide).

Quando NAD⁺ riceve due elettroni e un protone si trasforma nella sua forma ridotta, NADH. Questo passaggio rappresenta uno dei meccanismi fondamentali con cui la cellula cattura gli elettroni provenienti dalle molecole del cibo.

Alla fine della glicolisi la molecola di glucosio non è ancora completamente ossidata. I suoi carboni sono semplicemente stati riorganizzati in due molecole più piccole. Il passo successivo avviene nei mitocondri, gli organelli cellulari specializzati nella respirazione.

Il piruvato entra nei mitocondri e viene trasformato da un grande complesso enzimatico chiamato complesso della piruvato deidrogenasi. In questa reazione uno dei tre carboni del piruvato viene rimosso sotto forma di anidride carbonica. Il resto della molecola viene legato a una struttura chiamata coenzima A, formando una molecola chiamata acetil-CoA.

Anche qui avviene un trasferimento di elettroni: il substrato viene ossidato e NAD⁺ viene ridotto a NADH. In altre parole, la cellula continua a raccogliere elettroni dal carbonio del nutriente.

L’acetil-CoA entra poi nel ciclo dell’acido citrico, o ciclo di Krebs, che si svolge nella matrice mitocondriale. Questo ciclo consiste in una serie di reazioni che ossidano progressivamente i carboni della molecola. Durante il ciclo due carboni vengono rilasciati come anidride carbonica.

In più punti del ciclo intervengono enzimi chiamati deidrogenasi. Il loro nome descrive esattamente la funzione: rimuovere idrogeno dal substrato. Quando un enzima di questo tipo agisce su una molecola organica, stacca idrogeno sotto forma di protoni ed elettroni. Gli elettroni vengono trasferiti a NAD⁺ o a un’altra molecola accettrice chiamata FAD.

NAD⁺ diventa così NADH, mentre FAD diventa FADH₂. Entrambe queste molecole rappresentano forme ridotte di trasportatori elettronici: portano con sé gli elettroni che provenivano dalle molecole del nutriente.

A questo punto il carbonio del glucosio è stato completamente ossidato. I suoi sei atomi di carbonio sono stati trasformati in sei molecole di anidride carbonica che lasceranno la cellula e verranno espulse con la respirazione.

Gli elettroni che provenivano dai legami chimici del glucosio non sono però ancora arrivati al loro destino finale. Si trovano nelle molecole ridotte NADH e FADH₂. Queste molecole costituiscono il collegamento tra la degradazione del nutriente e la fase finale del metabolismo energetico.

La fase finale avviene nella membrana interna dei mitocondri e prende il nome di catena di trasporto degli elettroni. Qui gli elettroni contenuti in NADH e FADH₂ vengono trasferiti a una serie di complessi proteici organizzati nella membrana.

Gli elettroni passano da una molecola all’altra perché ogni passaggio li porta verso uno stato energeticamente più stabile. Il trasferimento non avviene in un unico salto, ma in una serie di piccoli passaggi. Questo permette alla cellula di sfruttare gradualmente l’energia liberata.

Alcuni dei complessi proteici della catena respiratoria utilizzano questa energia per compiere un lavoro preciso: spostare protoni da un lato all’altro della membrana mitocondriale interna. I protoni vengono prelevati dalla matrice mitocondriale e pompati nello spazio compreso tra le due membrane del mitocondrio.

Questo pompaggio crea una differenza di concentrazione di protoni tra i due lati della membrana. Poiché i protoni portano carica positiva, si crea anche una differenza di potenziale elettrico. La combinazione di queste due differenze costituisce il gradiente protonico.

Un gradiente protonico è una forma di energia immagazzinata nella struttura stessa della cellula. È paragonabile a una diga che trattiene l’acqua a un livello più alto da un lato rispetto all’altro: l’acqua accumulata rappresenta energia potenziale che può essere sfruttata quando viene lasciata scorrere.

Alla fine della catena di trasporto degli elettroni interviene l’ossigeno. L’ossigeno riceve gli elettroni che hanno attraversato la catena e, insieme a protoni provenienti dalla soluzione cellulare, forma molecole di acqua. Questo passaggio finale è essenziale: senza un accettore finale degli elettroni l’intero sistema si bloccherebbe.

Se si osserva l’intero processo, il quadro diventa coerente. I carboni delle molecole del cibo vengono ossidati progressivamente fino a diventare anidride carbonica. Gli elettroni che appartenevano ai loro legami chimici vengono trasferiti a trasportatori come NADH e FADH₂ e poi convogliati verso l’ossigeno attraverso la catena respiratoria.

Durante questo percorso l’energia liberata dalle reazioni di ossidazione non viene dissipata in un unico evento come accadrebbe in una combustione. Viene invece utilizzata per costruire un gradiente di protoni attraverso la membrana mitocondriale.

Il metabolismo ossidativo del carbonio è quindi la grande corrente chimica che attraversa le cellule aerobiche. Parte dalle molecole del nutriente, scorre attraverso una rete di reazioni enzimatiche che rimuovono elettroni e protoni dai carboni organici, e termina nell’ossigeno dell’aria. Nel mezzo, questa corrente costruisce una struttura energetica – il gradiente protonico – che rappresenta la base fisica del funzionamento della cellula vivente.

1. Non solo idrogeno

A questo punto del percorso, però, è utile fermarsi un momento e guardare indietro. Fin qui abbiamo seguito il destino del carbonio delle molecole del cibo: la sua ossidazione progressiva fino all’anidride carbonica, il trasferimento degli elettroni a trasportatori come NADH e FADH₂, e infine la loro consegna alla catena respiratoria che costruisce il gradiente di protoni attraverso la membrana mitocondriale. Ma lungo questa strada compare un’altra forma di accumulo energetico, più piccola ma immediatamente utilizzabile: le molecole di ATP e, in un passaggio specifico del ciclo dell’acido citrico, di GTP.

Per capire il loro ruolo bisogna guardare alla natura chimica di queste molecole. ATP significa adenosina trifosfato: una molecola composta da una base azotata (adenina), uno zucchero (ribosio) e una catena di tre gruppi fosfato collegati tra loro. I legami che uniscono questi gruppi fosfato hanno una proprietà importante: quando vengono idrolizzati – cioè quando uno di questi gruppi fosfato viene trasferito a un’altra molecola o rilasciato come fosfato inorganico – il sistema passa a uno stato energeticamente più stabile. La differenza di stabilità si manifesta come energia disponibile per guidare altre trasformazioni chimiche.

Questo non significa che il legame “contenga” energia come se fosse una piccola batteria, ma che la reazione complessiva che rompe quel legame e forma nuovi legami porta il sistema verso uno stato più stabile. La cellula sfrutta questa proprietà per accoppiare reazioni: una trasformazione che da sola sarebbe sfavorita può avvenire se viene collegata all’idrolisi dell’ATP.

Nella degradazione del glucosio questo principio compare molto presto. All’inizio della glicolisi la cellula utilizza ATP per modificare chimicamente la molecola di glucosio. Un gruppo fosfato viene trasferito dall’ATP al glucosio, trasformandolo in glucosio-6-fosfato. Questo passaggio ha due conseguenze immediate. Da un lato rende la molecola più reattiva e pronta a entrare nella sequenza delle trasformazioni successive; dall’altro introduce cariche negative che impediscono alla molecola di uscire facilmente dalla cellula attraverso la membrana.

Un secondo passaggio simile avviene poco dopo: un’altra molecola di ATP cede un gruppo fosfato a un intermedio della glicolisi. In queste due reazioni la cellula spende ATP. È un investimento iniziale che serve a impostare correttamente il percorso metabolico.

Più avanti nella glicolisi, però, il flusso si inverte. Alcuni intermedi della via diventano molecole in cui i gruppi fosfato sono legati in modo particolarmente instabile. Quando un enzima mette queste molecole a contatto con ADP – la forma dell’ATP che ha perso un gruppo fosfato – il fosfato può essere trasferito direttamente all’ADP, formando una nuova molecola di ATP. Questo tipo di reazione è chiamato fosforilazione a livello del substrato: il gruppo fosfato non proviene da un gradiente o da un trasportatore energetico, ma direttamente dalla molecola metabolica che viene trasformata.

Questo accade due volte nella glicolisi, e poiché ogni molecola di glucosio è stata divisa in due molecole a tre carboni, il risultato finale è che la cellula produce più ATP di quanto ne abbia inizialmente investito. Il guadagno netto è piccolo, ma sufficiente a mostrare il principio: durante l’ossidazione delle molecole organiche alcuni passaggi permettono di trasferire direttamente gruppi fosfato a ADP, generando ATP.

Un passaggio analogo compare nel ciclo dell’acido citrico. Quando uno degli intermedi del ciclo viene trasformato da un enzima chiamato succinil-CoA sintetasi, l’energia liberata da quella reazione viene utilizzata per formare una molecola di GTP (guanosina trifosfato). Dal punto di vista energetico il GTP è molto simile all’ATP: contiene anch’esso tre gruppi fosfato e può trasferire un gruppo fosfato a un’altra molecola. Nelle cellule animali, una semplice reazione enzimatica può trasferire il fosfato dal GTP all’ADP, producendo ATP.

Questo significa che anche il GTP entra nello stesso circuito energetico della cellula: è una variante della stessa “valuta” chimica basata sui legami fosfato.

Il quadro che emerge è quindi duplice. Da un lato l’ossidazione progressiva del carbonio del nutriente produce trasportatori ridotti come NADH e FADH₂, che alimentano la catena respiratoria e permettono la costruzione del gradiente protonico. Dall’altro lato alcuni passaggi intermedi del metabolismo permettono di catturare direttamente una parte dell’energia delle trasformazioni chimiche sotto forma di legami fosfato nelle molecole di ATP o GTP.

Queste molecole rappresentano una forma di energia immediatamente utilizzabile nella cellula. Un enzima che deve costruire una macromolecola, pompare ioni attraverso una membrana o modificare chimicamente un substrato può utilizzare l’idrolisi dell’ATP per guidare quella trasformazione. In questo modo l’energia liberata dall’ossidazione delle molecole del cibo viene tradotta in una forma chimica standardizzata, riconosciuta da migliaia di enzimi diversi e utilizzata in quasi tutti i processi cellulari.

2. Respirare

Il gradiente protonico è una riserva energetica reale, ma è una riserva “legata al luogo”: esiste solo attraverso quella membrana, in quel punto preciso della cellula. Se lo si mantenesse semplicemente lì, come una diga che non lascia mai scorrere l’acqua, resterebbe energia potenziale non convertita in lavoro chimico diffuso. La cellula, invece, deve alimentare reazioni che avvengono ovunque: nel citoplasma, nel nucleo, sulle membrane, nei compartimenti. E deve farlo in modo dosabile, perché la chimica cellulare non richiede sempre “tutta l’energia possibile”, ma quantità discrete e controllabili: una pompa di membrana richiede un certo ammontare, una sintesi richiede un altro, una modifica covalente un altro ancora. Serve quindi una forma trasportabile e standardizzata, una moneta chimica che permetta di spendere energia in tagli appropriati.

È qui che l’ATP diventa centrale. Il gradiente protonico viene convertito in ATP attraverso l’ATP sintasi, una proteina della membrana interna mitocondriale che funziona come un convertitore tra due mondi: da un lato la fisica di un gradiente di ioni, dall’altro la chimica di un legame fosfato in una molecola che può diffondere e essere riconosciuta da migliaia di enzimi.

Il punto decisivo è che la membrana interna è quasi impermeabile ai protoni: quelli accumulati nello spazio intermembrana “vorrebbero” rientrare nella matrice mitocondriale per annullare la differenza di concentrazione e di carica, ma non possono farlo liberamente. L’ATP sintasi offre loro un’unica via privilegiata, un canale proteico. Quando i protoni passano attraverso questo canale seguendo il gradiente, la proteina traduce il flusso in movimento. Parti della macchina ruotano e cambiano conformazione in modo ciclico, come se l’energia del gradiente venisse convertita in un lavoro meccanico su scala molecolare. Quel lavoro meccanico, a sua volta, viene usato per “costringere” ADP e fosfato inorganico a formare ATP, cioè a creare il legame che rende l’ATP una moneta energetica spendibile.

In altre parole, il gradiente protonico non è il fine, ma la riserva intermedia più potente costruita dalla respirazione; l’ATP è il formato chimico con cui quella riserva viene distribuita e frazionata nel resto della cellula.

Questo è anche il punto in cui si vede, con numeri alla mano, quanto l’ATP prodotto “prima” fosse solo una piccola quota. Nella degradazione di un glucosio, l’ATP prodotto direttamente per fosforilazione a livello del substrato è limitato: nella glicolisi il bilancio netto è 2 ATP; nel ciclo dell’acido citrico si forma 1 GTP per giro, cioè 2 GTP per glucosio, energeticamente equivalenti a 2 ATP. In totale, prima del contributo dell’ATP sintasi, si parla di 4 “equivalenti ATP” per glucosio completamente ossidato (2 ATP + 2 GTP).

Tutto il resto deriva dal fatto che l’ossidazione del carbonio non si limita a generare CO₂, ma produce soprattutto trasportatori ridotti: per ogni glucosio si ottengono in condizioni standard 10 NADH e 2 FADH₂. Quei trasportatori alimentano la catena di trasporto degli elettroni che pompa protoni e costruisce il gradiente, e poi, attraverso l’ATP sintasi, quel gradiente viene convertito in ATP. 

I conti, nel complesso, sono questi: 4 ATP da fosforilazione a livello del substrato (2 ATP netti della glicolisi + 2 ATP equivalenti come GTP del ciclo) + 26 oppure 28 ATP da fosforilazione ossidativa, per un totale tipico di 30–32 ATP per glucosio ossidato completamente a CO₂ e H₂O. 

Detto in modo netto: l’ATP “diretto” del catabolismo del glucosio è una quota minoritaria, pochi gettoni iniziali; il grosso della resa energetica viene dalla conversione del gradiente protonico in ATP operata dall’ATP sintasi. È la ragione per cui l’ossigeno, pur comparendo solo alla fine come accettore finale degli elettroni e generatore di acqua, è così determinante: senza quella chiusura del flusso elettronico non si mantiene il pompaggio, non si mantiene il gradiente, e non si produce la grande massa di ATP su cui si regge l’economia energetica della cellula.

È questo il motivo per cui respiriamo: ricavare il massimo dell’energia possibile dal nostro cibo.

3. Perché e da dove deriva tutto questo

Abbiamo visto come l’ossidazione delle molecole del cibo venga trasformata in un flusso di elettroni, come questo flusso costruisca un gradiente protonico attraverso una membrana e come quel gradiente venga poi convertito in ATP. Il meccanismo funziona e si ripete in tutte le cellule che respirano ossigeno. 

Ma da dove viene un meccanismo così efficiente e complesso? Come si è formato, all’origine della vita, il collegamento tra una differenza di protoni attraverso una membrana e la sintesi di ATP, e perché proprio ATP?

Una ricostruzione plausibile della storia comincia da un paesaggio chimico molto particolare della Terra primitiva. In alcuni sistemi idrotermali alcalini, alimentati dalla reazione tra acqua e rocce ultramafiche della crosta oceanica, si generano fluidi ricchi di idrogeno molecolare e fortemente alcalini. Quando questi fluidi emergono sul fondo dell’oceano entrano in contatto con acqua marina più acida, contenente anidride carbonica disciolta. I due ambienti restano separati da sottili pareti minerali porose, formate da carbonati e solfuri di ferro. Queste pareti delimitano una moltitudine di microcavità comunicanti: minuscoli compartimenti in cui le reazioni chimiche avvengono in modo concentrato e relativamente stabile.

In questa situazione si stabilisce una differenza di acidità tra i due lati della parete. L’acqua marina contiene una concentrazione più alta di protoni; il fluido alcalino ne contiene molti meno. La differenza può essere grande: un salto di tre unità di pH significa circa mille volte di differenza nella concentrazione protonica. Questa differenza non resta neutra dal punto di vista energetico. I protoni tendono spontaneamente a muoversi dal lato dove sono più numerosi verso quello dove sono più rari. Ogni passaggio riduce lo squilibrio e libera energia. Finché i fluidi continuano a scorrere e a essere alimentati dalle reazioni geochimiche del sistema idrotermale, il gradiente viene continuamente ricostruito. Il paesaggio chimico della Terra primitiva contiene quindi sorgenti stabili di energia sotto forma di differenze protoniche tra compartimenti.

Nello stesso ambiente avvengono reazioni che ricordano da vicino i passaggi centrali del metabolismo moderno. L’idrogeno molecolare prodotto nella serpentinizzazione agisce come donatore di elettroni; l’anidride carbonica disciolta nell’acqua marina funge da accettore. In presenza di minerali catalitici – come magnetite, greigite o altri solfuri di ferro – la riduzione della CO₂ porta alla formazione di piccole molecole organiche. Tra queste compaiono composti che oggi riconosciamo come intermedi chiave del metabolismo cellulare: formiato, acetato, piruvato e molecole correlate. In questi sistemi geochimici si intravedono anche precursori di cofattori centrali come il coenzima A, che nella biochimica moderna trasporta gruppi acilici nelle vie metaboliche.

Il quadro che emerge è quello di un protometabolismo. Non si tratta ancora di una rete enzimatica organizzata, ma di una serie di reazioni redox che convertono carbonio in molecole sempre più ridotte e reattive. Il piruvato occupa una posizione particolarmente interessante perché si trova proprio al crocevia delle vie metaboliche contemporanee: dalla glicolisi al ciclo degli acidi tricarbossilici. La sua presenza nelle reazioni geochimiche suggerisce una continuità tra chimica prebiotica e metabolismo biologico successivo.

In un ambiente che presenta sia molecole organiche in formazione sia un gradiente protonico persistente, compare un problema e insieme un’opportunità: come sfruttare la differenza di protoni tra due compartimenti? Se la barriera che li separa è completamente permeabile, il gradiente si dissipa rapidamente e l’energia si disperde. Se esistono percorsi preferenziali per il passaggio dei protoni, il flusso può essere incanalato. In questo contesto diventano vantaggiose molecole di membrana capaci di formare canali o pori che permettono ai protoni di attraversare la barriera lungo un percorso definito.

Una struttura di questo tipo può evolvere progressivamente verso un dispositivo rotatorio. Alcuni complessi proteici di membrana mostrano proprio questa architettura: un anello di subunità che può ruotare mentre lega e rilascia protoni. Quando un protone si lega a un sito specifico sull’anello, la distribuzione delle cariche favorisce uno spostamento della subunità; quando il protone viene rilasciato dall’altro lato della membrana, il ciclo si ripete. Il passaggio dei protoni si traduce così in un movimento rotatorio. Il gradiente protonico diventa una sorgente di lavoro meccanico su scala molecolare.

Un secondo filone evolutivo riguarda i nucleotidi trifosfato. Molecole come ATP, GTP e analoghi possono formarsi anche in condizioni abiotiche attraverso reazioni di fosforilazione attivate da minerali o da intermedi chimici reattivi. Questi nucleotidi possiedono una caratteristica decisiva: i loro gruppi fosfato terminali sono legati da legami ricchi di energia chimica. Quando un nucleoside trifosfato perde uno dei suoi fosfati, liberando un pirofosfato o fosfato inorganico, la reazione rilascia una quantità significativa di energia libera.

Questa proprietà ha conseguenze profonde quando compaiono i primi replicatori a RNA. La sintesi di una catena di RNA richiede monomeri già “attivati”. I nucleotidi trifosfato svolgono esattamente questo doppio ruolo: sono i mattoni della catena e contemporaneamente la sorgente energetica che rende possibile la formazione del legame fosfodiesterico tra nucleotidi successivi. L’energia necessaria alla polimerizzazione è incorporata nella molecola stessa. Quando un nucleotide viene aggiunto alla catena di RNA, due dei suoi fosfati vengono rilasciati come pirofosfato e la reazione procede spontaneamente.

In questo modo i nucleotidi trifosfato diventano presto la valuta energetica centrale dei primi sistemi replicativi e, poiché la replicazione dei polimeri informazionali dipende direttamente dalla loro idrolisi, l’ATP e i suoi analoghi assumono un ruolo privilegiato, non perché siano stati scelti deliberatamente ma perché la loro chimica si presta naturalmente a collegare costruzione di polimeri e rilascio di energia.

Con il tempo emergono enzimi capaci di sfruttare questa proprietà in modo più generale. Tra questi compaiono le NTPasi: proteine che legano nucleotidi trifosfato e utilizzano l’energia della loro idrolisi per produrre cambiamenti conformazionali ciclici. Molte di queste proteine formano strutture oligomeriche, spesso esameri o anelli, in cui le subunità agiscono in sequenza coordinata. L’idrolisi di ATP o GTP induce una successione ordinata di stati strutturali, trasformando una reazione chimica in un movimento meccanico ripetibile.

Le NTPasi diventano così convertitori universali: dispositivi che trasformano l’energia dei nucleotidi trifosfato in lavoro meccanico o in cambiamenti strutturali capaci di guidare altre reazioni. Questo principio appare in numerosi processi cellulari moderni: traslocazione di proteine, assemblaggio di complessi molecolari, replicazione del DNA e dell’RNA. Tutti sfruttano lo stesso schema fondamentale.

A questo punto della storia evolutiva due linee indipendenti si avvicinano: da una parte canali di membrana capaci di trasformare un flusso di protoni in rotazione; dall’altra motori NTPasici capaci di trasformare l’idrolisi di nucleotidi trifosfato in movimento ciclico. L’unione di questi due moduli produce una macchina nuova. La rotazione dell’anello di membrana può essere trasmessa al dominio catalitico NTPasico; i cambiamenti conformazionali del dominio catalitico possono essere accoppiati alla formazione o alla rottura dei legami fosfato.

Il risultato è una macchina reversibile. Se il dominio catalitico idrolizza ATP, la rotazione risultante può essere utilizzata per pompare protoni attraverso la membrana. Se esiste già un gradiente protonico che spinge i protoni attraverso il canale, la rotazione avviene nel verso opposto e il dominio catalitico sintetizza ATP a partire da ADP e fosfato inorganico. Questo dispositivo è ciò che oggi riconosciamo come ATP sintasi.

L’architettura della macchina conserva tracce evidenti della sua origine modulare. Una parte è inserita nella membrana e gestisce il passaggio degli ioni; un’altra parte sporge nel compartimento acquoso e contiene i siti catalitici per i nucleotidi. La rotazione collega le due funzioni. Il numero di subunità nell’anello di membrana determina quanti protoni devono attraversare la membrana per produrre una molecola di ATP. Questo parametro varia tra organismi diversi e riflette l’adattamento a gradienti più o meno intensi.

Una volta stabilito questo accoppiamento, l’evoluzione può costruire sistemi sempre più sofisticati per generare autonomamente il gradiente protonico. Catene di trasporto degli elettroni e pompe redox trasferiscono elettroni da donatori a accettori finali e utilizzano l’energia liberata per spostare protoni attraverso la membrana. Il gradiente che inizialmente esisteva come caratteristica dell’ambiente geochimico diventa così un prodotto interno del metabolismo.

L’esito di questa lunga storia è visibile in ogni cellula vivente. Batteri e archei mantengono un gradiente protonico attraverso la loro membrana plasmatica e lo utilizzano per sintetizzare ATP. Nelle cellule eucariotiche lo stesso principio è confinato nella membrana interna dei mitocondri. L’ATP sintasi conserva la stessa architettura rotatoria e lo stesso meccanismo di accoppiamento. Un dispositivo nato dall’incontro tra gradienti naturali, nucleotidi trifosfato e motori molecolari primitivi continua a funzionare oggi, miliardi di anni dopo, come il motore stesso della vita.

4. Conclusione

Siamo macchine chimiche che sfruttano una differenza. Da una parte ci sono le molecole del cibo, ricche di elettroni in stati energetici relativamente elevati; dall’altra ci sono i prodotti finali del metabolismo, molto più stabili: anidride carbonica, acqua, e poche altre molecole semplici. Tra questi due stati esiste un dislivello energetico. Tutto ciò che chiamiamo vita consiste nel modo in cui la chimica del nostro corpo utilizza questo dislivello per fare lavoro: costruire le strutture che ci compongono, riparare continuamente ciò che si degrada, muovere i muscoli, mantenere l’ordine interno delle cellule.

Il meccanismo che lo rende possibile ha radici molto più antiche di qualunque organismo. Alla base c’è una differenza di protoni attraverso una membrana, lo stesso tipo di gradiente che si forma naturalmente in certi sistemi idrotermali dove fluidi alcalini ricchi di idrogeno incontrano acqua marina più acida. L’energia chimica liberata dalle reazioni di ossidoriduzione viene trasformata in quel gradiente; il gradiente viene trasformato in legami fosfato nei nucleotidi trifosfato; quei legami alimentano tutte le trasformazioni della cellula.

Nella nostra fisiologia questo sistema è diventato dipendente dall’ossigeno. Gli elettroni che partono dalle molecole del cibo percorrono una catena di trasferimenti sempre più stabili fino all’ossigeno, che li accoglie formando acqua. Lungo questo percorso l’energia liberata viene incanalata nella costruzione del gradiente protonico e poi nella sintesi di ATP. Il flusso degli elettroni scende verso stati energetici più bassi; la vita utilizza quella discesa per mantenersi lontana dall’equilibrio.

Dentro ciascuna delle nostre cellule sopravvive così una versione miniaturizzata di quella chimica primordiale. Il gradiente protonico ricorda l’energia delle antiche fumarole sottomarine; i nucleotidi trifosfato sono gli stessi mattoni energetici che permisero ai primi replicatori a RNA di riprodursi. L’evoluzione ha intrecciato questi elementi in un unico sistema bioenergetico che funziona ancora oggi con lo stesso principio.

Siamo quindi l’espressione di una lunga continuità: chimica, termodinamica ed evoluzione scritte nella materia dei nostri corpi, rese visibili dall’occhio della scienza.

Enrico Bucci

Enrico Bucci, Ph.D. in Biochimica e Biologia molecolare (2001), è stato ricercatore presso l’istituto IBB (CNR) fino al 2014. Dal 2006 al 2008 ha diretto il gruppo R&D al Bioindustry Park del Canavese. Nel 2016 ha fondato Resis Srl, azienda dedicata alla promozione dell’integrità della ricerca scientifica pubblica e privata. È professore aggiunto alla Temple University di Philadelphia presso il dipartimento di Biologia. È consulente per l’integrità nella ricerca scientifica per diverse istituzioni pubbliche e private, sia in Italia che all’estero.
Il suo lavoro nel campo dell’integrità scientifica è apparso su diverse riviste nazionali e internazionali, inclusa Nature ed è stato premiato a Washington nel 2017 con il “Giovan Giacomo Giordano NIAF Award for Ethics and Creativity in Medical Research”. È autore di oltre 100 articoli scientifici su riviste peer reviewed, di alcuni libri divulgativi e di una rubrica quotidiana di divulgazione su «Il Foglio».

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