Lo scrittore Kenneth White ha fondato la geopoetica dalla costa selvaggia della Bretagna, dirigendo un istituto internazionale senza mai visitare una metropoli. Oggi quella casa è in pericolo.
Nell’estate del 1983 lo scrittore scozzese Kenneth White e la sua compagna Marie-Claude, traduttrice e fotografa, si trasferiscono in una vecchia casa di marinai e pescatori nel piccolo villaggio di Trébeurden. Ribattezzata “Gwenved”, parola celtica che sta per “territorio bianco”, si tratta di una casa in granito, scisto e ardesia tipica della regione. Siamo sulla Costa di Granito rosa in Bretagna, nel mezzo dell’Europa atlantica, immersi in un paesaggio selvaggio modellato dalle forze del mare, del vento e della luce.
Di questo paesaggio White apprezza la qualità geologica, “una sorta di magma granitico che dopo essersi riversato si è cristallizzato e, a seguito di tale cristallizzazione, si sono verificati dei cataclismi, delle fratture. È quanto dà origine al caos di granito rosso e rosa che si trova qui lungo la costa delle Côtes-d’Armor”. Masse vorticose e turbolente che, nel corso dei secoli, generano un movimento “cosmo-caotico”. White ne apprezza anche la qualità meteorologica, “all’incrocio tra correnti termiche calde che salgono da sud e correnti fredde che scendono da nord, producendo dei vortici, delle turbolenze. È un cielo molto movimentato”.
È un luogo dalla densità tanto climatica quanto storica, se pensiamo che da queste coste si salpava per l’Africa, l’America, la Polinesia, l’Asia, e che induce White a pensare ed esprimersi diversamente. È un luogo costituito di pietre e di nuvole, per riprendere la geografia sentimentale di uno scrittore cinese del XVI secolo caro a White, Yuan Hongdao, che voleva visitare le nuvole e salutare le pietre, manifestando così un interesse per le cose astratte e per quelle concrete.
Nato in Scozia, White predilige i paesaggi del nord e quanti hanno saputo rappresentarli con parole e immagini: Van Gogh e le spiagge di Scheveningen, Thomas Hardy e la lande di Egdon, Rimbaud nelle Ardenne, Nietzsche in Engadina…
Kenneth White nel 2015, foto di Régis Poulet
La costa bretone incarna alla perfezione il caoticismo, la scienza del caos in cui White si sente a suo agio. Così sono le sue poesie, “disseminate di rocce erratiche” sotto forma di citazioni, parole straniere, parentesi e altre asperità. Nessuna ricerca di linearità ed eleganza, di uno stile prezioso e cesellato, nessuna “algebra verbale”. Al tono ampolloso preferisce oralizzare lo scritto: “Quello che mi interessa non è né una poesia dell’io (moi), né una poesia della parola (mot), ma una poesia del mondo (monde)”. Così è l’opus complessivo di White, sfaccettato ed eclettico, diffratto nel campo della poesia, della letteratura di viaggio, della critica d’arte e della geopoetica, disciplina che ha fondato. L’autore immaginava tale corpus come una freccia: “La poesia è la punta della freccia; i libri di erranza e di residenza, l’autobiografia in movimento, ne costituiscono l’asta; i saggi sono l’impennaggio e ne mantengono la direzione”.
Tenendo assieme landscape (paesaggio), mindscape (cartografia concettuale) e wordscape (capacità espressiva), White tesse corrispondenze profonde tra pensiero e territorio, ricorrendo volentieri a espressioni quali autostrada dell’Occidente, Finisterre dello spirito, Tibet mentale, tempeste mentali, emozioni siderali, aurore boreali dell’intelletto, pensiero pelagico. L’Océanite è il titolo di un bollettino dedicato a White, e designa tanto una roccia vulcanica di basalto che l’uccello delle tempeste europeo (Hydrobates pelagicus), oltre ad evocare una sorta di mal d’oceano, a causa del suffisso che in medicina sta per l’infiammazione di un organo.
Alla convergenza tra scienza, filosofia e poesia, la geopoetica emerge nel 1979 quando White è in viaggio sulla costa nord del Labrador (Canada) – territorio al centro di uno dei suoi libri più amati, La Route bleue (1983). Qui immagina di uscire dai sentieri battuti del testo letterario “per ritrovare una poesia a cielo aperto (de plein vent) dove l’intelligenza (intelligenza incarnata) scorre come un fiume. Chi vive? Ecco la domanda”. La geopoetica mira a stabilire un rapporto sensibile con quanto ci circonda. Che tale intuizione sorga dai confini del mondo non sorprende: l’America di White è decentrata rispetto ai grandi assi e ai nodi metropolitani: oltre al Labrador, s’interessa alla costa atlantica, all’arcipelago meridionale e all’Alaska e confesserà con orgoglio di non aver mai messo piede a New York.
White promuove un pensare ai margini, che inscrive in una nobile genealogia: Heidegger nella foresta nera, Thoreau a Walden, Van Gogh nel Midi, Nietzsche in varie pensioni europee, Wittgenstein in Norvegia. “Il vero lavoro si svolge in luoghi isolati e periferici, e non dove si discute o si fa un gran trambusto. Ho sempre vissuto in periferia […] in un campo di forze e di forme”. Questo vale anche per la Francia, tra l’Ardèche, al cuore del suo esordio poetico (Lettres de Gourgounel, 1966), i Pirenei e, infine, la Côtes-d’Armor, in un’unione ideale di sud e nord del Paese che solo qualcuno nato all’estero poteva compiere. A Parigi resta poco, giusto il tempo dei suoi impegni universitari (è titolare della cattedra di Poetica del XX secolo alla Sorbona). E quello che è vero per il viaggio è vero anche per il pensiero, due dimensioni sempre congiunte: “È dai margini che si volta pagina. E non bisogna mai dimenticare che la parola ‘margine’ deriva dal sanscrito marga che significa sentiero, percorso. Io cammino, e l’orizzonte si amplia”.
Alla letteratura White preferisce la littoralité (da littoral, litorale) dove registro scritto e orale confondono le acque e lasciano emergere la prosa del mondo, “dove lo spirito vaga lungo le rive del pianeta, dove l’essere si trasforma in sistema aperto, dove l’identità diventa campo energetico”, come scrive in Les archives du littoral (2011). Allo stesso modo l’archivio cui fa riferimento il titolo è fluttuante e discontinuo, emancipato dalla logica disciplinare cui l’hanno ridotto le nostre istituzioni.
L’Atelier Atlantico di Kenneth White a Trébeurden, foto per gentile concessione di Laurent Brunet, 2014
Luogo per eccellenza della geopoetica è la casa a Trébeurden, soprannominata da White Maison des marées (La casa delle maree), alla confluenza di due forze opposte ma convergenti nella sua vita e nella sua opera: da una parte il cosiddetto atelier atlantico, fulcro del pensiero geopoetico, recuperato dalla stalla (il piano terra) e dal fienile (il piano superiore); dall’altra l’Euramerasia, un continente mentale che nel nomadismo intellettuale di White include l’Europa, l’America e l’Asia. White si sente radicato in una casa che resta soggetta al moto delle maree, oscillando tra erranza e residenza, tra tempesta e silenzio. Scrive waybooks o récits de voyage che non si riducono facilmente al genere della letteratura di viaggio, ma anche il loro opposto, degli staybooks che offrono al lettore nuovi modi di abitare.
L’elaborazione della geopoetica coincide del resto col trasferimento di Kenneth e Marie-Claude White sulla Costa di Granito rosa nel 1983. Tra le pareti di casa la geopoetica prende la sua fisionomia: “Una nuova cartografia mentale […] la ricerca di un linguaggio in grado di esprimere un altro modo di essere al mondo, precisando però fin dall’inizio che si tratta di un rapporto con la terra (energie, ritmi, forme) e non di una sottomissione alla Natura, né di un radicamento in un territorio”. Uno scarto rispetto al passato: “Laddove l’uomo moderno dice: ‘Io sono, e il mondo è mio’, il geopoeta dice: ‘Io sono nel mondo – ascolto, guardo; non sono un’identità, sono un gioco di energie, una rete di facoltà’” (Le plateau de l’albatros. Introduction à la géopoétique, 1994).
White non esita a definire le geopoetica Organum Geopoeticum o Cosmopoeticum, al di là della versione classica di Aristotele e di quella moderna di Francis Bacon. Influenzato dai trattati cosmologici letti da studente all’università di Glasgow, White ripensa il mondo attraverso la cosmopoetica. Si tratta di una nozione da valorizzare, dal momento che nelle nostre lingue la bellezza del cosmo sopravvive solo nella cosmetica e che il mondo si dà, nella sua connotazione estetica, solo in senso negativo in quanto “immondo”. Perdersi nella miriade di riferimenti di White, nella sua Accademia dei Gabbiani dove dialoga con autori di ogni epoca e cultura, è un’esperienza rinvigorente e vertiginosa, e non posso che incitare i lettori curiosi a sciogliere gli ormeggi e navigare a vele spiegate nella geopoetica.
Scomparso nell’agosto del 2023 a 87 anni, White è oggi quasi dimenticato in Francia, dove la maggior parte dei suoi libri è introvabile con l’eccezione del recente Au fin fond du réel. Une approche de l’art géopoétique (L’Atelier Contemporain, 2025). Un modo di avvicinarsi alla sua geopoetica è ripartire dalla Maison des marées di Trébeurden. Ribadirlo oggi non va da sé, perché questa casa – che White voleva trasformare in una residenza di scrittori – rischia di essere messa in vendita contro la sua volontà testamentaria. La battaglia legale è in corso, così come una petizione che è possibile firmare, promossa dall’Institut international de géopoétique. Un istituto fondato da White il 28 aprile 1989 e che, una decina d’anni dopo, diventerà un arcipelago di centri autonomi ma connessi in giro per il mondo (tra cui uno in Italia coordinato da Marco Grassano di cui si trova poco e nulla). “Mi divertiva […] dirigere un’organizzazione internazionale non da Parigi, Londra o New York, ma da una casa isolata sulla costa settentrionale della Bretagna”, appunta White nella sua autobiografia.
Sulle pareti dell’atelier atlantico orientato a ovest-est, nella sua Patmos iperborea, sono affisse tante citazioni, dagli antichi greci allo zen. Sopra la porta si legge Hoc opus, hic labor est che White traduce con “qui sta il lavoro, qui sta l’opera”, riprendendola dall’Eneide (VI, 129) dove la Sibilla cumana spiega a Enea che rivenire dall’Inferno è una faticaccia. O Pantoporos aporos di Sofocle, un ossimoro che indica chi, percorrendo ogni via, finisce per trovarsi davanti al nulla; o un passo tratto dalla Vita e opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo di Lawrence Sterne: “Ho quaranta volumi da scrivere e quarantamila cose da dire e da fare, che nessun a questo mondo può dire o fare al posto mio”. In ogni angolo dell’atelier atlantico di White proliferano immagini e oggetti che compongono il suo atlante della memoria – “una sorta di Ghost Dance dello spirito”.