Colpire un tumore fatto delle nostre stesse cellule è sembrato a lungo impossibile. Oggi però l'mRNA ha aperto nuove strade: nel melanoma è arrivato il primo successo, ma sono solo le prime parole di una nuova lingua che dobbiamo imparare.
1. Imparare a riconoscere le mele marce
Quando nel 2020 i vaccini contro SARS-CoV-2 mostrarono a miliardi di persone che una molecola di RNA messaggero poteva essere introdotta nell’organismo e utilizzata dalle cellule per produrre un antigene, la tecnologia sembrò comparsa quasi improvvisamente. In oncologia la stessa idea veniva studiata da molto tempo, perché l’RNA offriva una possibile soluzione a uno dei problemi più difficili dell’immunologia dei tumori: insegnare al sistema immunitario a riconoscere come pericolosa una cellula che deriva dalle nostre stesse cellule e che, per questo, conserva quasi tutto ciò che caratterizza normalmente il nostro organismo.
Con un virus il problema è relativamente semplice. Le proteine virali possiedono sequenze che le cellule umane non producono, e il sistema immunitario dispone quindi di numerosi elementi attraverso i quali può distinguere l’invasore. Una cellula tumorale nasce invece da una cellula normale, attraverso un processo durante il quale il suo DNA accumula alterazioni e la regolazione dei suoi geni cambia progressivamente. Gran parte delle sue proteine rimane identica a quella delle cellule sane. Fra le mutazioni che si accumulano, però, alcune modificano la sequenza di una proteina e fanno comparire qualcosa che prima non c’era.
È questo il punto da cui può cominciare un vaccino personalizzato.
Se una mutazione modifica un tratto della proteina che il sistema immunitario riesce a vedere, da quella proteina può derivare un neoantigene, cioè un nuovo bersaglio immunologico prodotto esclusivamente dalle cellule mutate. Individuare una mutazione del genere richiede anzitutto di leggere il genoma del tumore e confrontarlo con quello delle cellule normali dello stesso paziente, così da separare le varianti che quella persona possiede dalla nascita dalle alterazioni comparse durante la trasformazione tumorale. Al DNA si affianca l’analisi dell’RNA, che permette di verificare quali geni mutati vengano realmente utilizzati dalla cellula: una mutazione presente nel genoma serve a poco quando il gene che la contiene rimane inattivo e la proteina corrispondente non viene prodotta.
Trovare una mutazione espressa costituisce ancora soltanto l’inizio, perché i linfociti T non leggono direttamente le proteine intere presenti dentro una cellula. Le proteine cellulari vengono continuamente degradate e ridotte a piccoli frammenti, i peptidi; una parte di questi viene caricata su molecole chiamate HLA e portata sulla superficie cellulare. Le HLA funzionano come piccoli espositori molecolari sui quali ogni cellula presenta al sistema immunitario una selezione di ciò che sta producendo al proprio interno.
Il linfocita T osserva precisamente questa combinazione fra un peptide e la molecola HLA che lo contiene. Il suo recettore può riconoscerla quando la forma complessiva corrisponde alla propria specificità, ed è proprio questa architettura a rendere la costruzione di un vaccino oncologico profondamente individuale. I geni HLA appartengono infatti ai più variabili dell’intero genoma umano; persone diverse possiedono versioni differenti di queste molecole, ciascuna delle quali lega con efficienza diversa i vari peptidi. La stessa mutazione può quindi fornire un ottimo bersaglio immunitario in una persona e avere scarso valore in un’altra.
La costruzione del vaccino richiede allora di passare dalle mutazioni alle combinazioni realmente promettenti fra peptide mutato e HLA. Gli algoritmi sviluppati per questo scopo stimano quali frammenti possano essere prodotti dalla degradazione delle proteine tumorali e quali di essi possano legarsi con maggiore stabilità alle HLA del paziente. La previsione tuttavia rimane imperfetta, perché tra una buona affinità calcolata e una risposta immunitaria efficace intervengono molti passaggi biologici: il peptide deve essere realmente generato dentro la cellula, deve raggiungere la superficie in quantità sufficiente e deve esistere almeno un linfocita il cui recettore sia capace di riconoscerlo.
Da questo insieme di candidati vengono scelti i neoantigeni da inserire nel vaccino. Intismeran autogene, sviluppato da Moderna insieme a Merck, può contenerne fino a 34; autogene cevumeran, sviluppato da BioNTech con Genentech-Roche, ne può codificare fino a 20. In entrambi i casi le sequenze prescelte vengono riunite in RNA messaggero sintetico, la stessa classe di molecola che normalmente trasferisce nel citoplasma l’informazione contenuta nei geni affinché i ribosomi possano trasformarla in proteine.
L’RNA è chimicamente fragile e nell’organismo verrebbe degradato rapidamente. Per questo viene associato a lipidi che lo proteggono durante il trasporto e ne favoriscono l’ingresso nelle cellule. Le diverse piattaforme utilizzano formulazioni e vie di somministrazione differenti, con l’obiettivo comune di portare l’informazione soprattutto alle cellule capaci di avviare una risposta immunitaria efficace.
Tra queste hanno un ruolo centrale le cellule dendritiche, specializzate nel raccogliere antigeni e presentarli ai linfociti. Quando ricevono l’mRNA del vaccino, i loro ribosomi ne traducono la sequenza e producono le proteine codificate; queste vengono poi degradate in peptidi, che possono essere caricati sulle molecole HLA e mostrati sulla superficie cellulare.
Qui l’informazione genetica contenuta nel tumore cambia natura. Era una mutazione scritta nel DNA della cellula neoplastica, diventa una sequenza scelta nel vaccino e riappare infine sulla superficie di una cellula dendritica sotto forma di peptide legato a HLA.
Se nel repertorio immunitario esiste un linfocita T capace di riconoscere quella precisa struttura, l’incontro con la cellula dendritica può attivarlo. Quel linfocita comincia allora a proliferare, generando molte cellule figlie dotate dello stesso recettore. I linfociti T CD8+ così attivati possono raggiungere i tessuti e riconoscere le cellule tumorali che presentano lo stesso peptide; quando l’incontro avviene, rilasciano molecole capaci di avviare la morte della cellula bersaglio. I linfociti CD4+ sostengono a loro volta la risposta, favorendo l’attivazione e la persistenza delle popolazioni cellulari coinvolte.
La vaccinazione produce quindi qualcosa di molto diverso dalla semplice presenza temporanea dell’antigene codificato dall’RNA. L’obiettivo è espandere popolazioni di linfociti selezionate per la capacità di riconoscere determinate caratteristiche del tumore e lasciare, dopo la scomparsa dell’RNA, una memoria immunologica capace di durare molto più a lungo.
È anche la ragione per cui il termine “vaccino” rimane corretto quando il trattamento viene somministrato a una persona che ha già sviluppato un tumore. Vaccinare significa istruire l’immunità adattativa attraverso la presentazione di antigeni scelti, inducendo una risposta specifica e una memoria; la stessa operazione può servire a prevenire un’infezione futura oppure a dirigere il sistema immunitario contro cellule tumorali già comparse nell’organismo.
Una volta generati, questi linfociti devono riuscire a svolgere il proprio lavoro in un ambiente nel quale il tumore dispone di numerosi strumenti per limitarne l’attività. Uno dei più importanti coinvolge PD-1, una proteina presente sulla superficie dei linfociti T che riceve segnali inibitori quando incontra PD-L1. Questo circuito contribuisce normalmente a contenere le risposte immunitarie, mentre molte cellule tumorali riescono a sfruttarlo per ridurre l’aggressione dei linfociti.
Gli anticorpi che bloccano PD-1 o PD-L1 interrompono in parte questo segnale. Da qui deriva l’associazione fra vaccini oncologici e farmaci come pembrolizumab: il vaccino genera ed espande linfociti diretti verso bersagli scelti nel tumore, mentre il blocco di PD-1 favorisce la loro attività quando incontrano le cellule che devono eliminare.
Su questa architettura comune sono nate strategie differenti. Alcune costruiscono ogni vaccino sulle mutazioni del singolo paziente; altre utilizzano antigeni condivisi da molti tumori dello stesso tipo. Cambia il bersaglio, mentre l’mRNA conserva la funzione che rende possibile l’intero sistema: trasportare nelle cellule, per un tempo limitato, l’informazione necessaria a generare un bersaglio immunologico scelto in anticipo.
2. Dove siamo arrivati in clinica
Per molti anni la difficoltà principale è stata capire se un meccanismo capace di generare linfociti diretti contro specifici neoantigeni potesse tradursi in un vantaggio misurabile per i pazienti. Che un vaccino riuscisse a generare linfociti contro un neoantigene era già stato dimostrato; rimaneva da stabilire se quei linfociti potessero modificare realmente la storia della malattia.
Il risultato più avanzato è arrivato dal melanoma.
Lo studio INTerpath-001 ha arruolato 1137 pazienti ai quali il melanoma era stato completamente asportato chirurgicamente e li ha assegnati a pembrolizumab oppure alla combinazione di pembrolizumab e intismeran autogene, costruito ogni volta sulla base delle mutazioni presenti nel tumore del singolo paziente.
Nell’agosto del 2026 Merck e Moderna hanno annunciato che lo studio ha raggiunto l’obiettivo principale della sopravvivenza libera da recidiva e quello relativo alla comparsa di metastasi a distanza. È il primo studio di fase III positivo per un vaccino oncologico personalizzato a mRNA.
I risultati completi devono ancora essere presentati, e quindi l’entità precisa del beneficio osservato resta da valutare. La fase III arriva dopo uno studio precedente, KEYNOTE-942, nel quale la stessa combinazione aveva già mostrato una riduzione consistente del rischio di recidiva o morte rispetto al solo pembrolizumab, mantenuta durante un follow-up ormai vicino ai cinque anni.
A rendere particolarmente interessante il risultato contribuisce il fatto che sia stato possibile seguire la risposta immunitaria fino alle cellule che il vaccino aveva generato. Dopo la somministrazione comparivano nel sangue nuovi clonotipi di linfociti T, cioè popolazioni riconoscibili attraverso la particolare sequenza del loro recettore; alcuni di questi linfociti riconoscevano proprio i neoantigeni codificati dal vaccino, e la loro espansione risultava maggiore nei pazienti che rimanevano liberi da recidiva.
La sequenza causale prevista dal progetto molecolare diventava così osservabile nel paziente: dalla mutazione identificata nel tumore si arrivava a una molecola di mRNA costruita artificialmente, e da quella molecola emergevano popolazioni di linfociti capaci di riconoscere il prodotto della stessa mutazione.
Il melanoma possiede caratteristiche che possono favorire questo risultato. L’esposizione alle radiazioni ultraviolette lascia nel genoma numerose mutazioni, aumentando il numero dei possibili neoantigeni, e l’esperienza accumulata con gli inibitori dei checkpoint mostra da tempo che questo tumore può essere fortemente sensibile all’immunità mediata dai linfociti.
Per capire quanto l’approccio possa estendersi bisogna quindi guardare a tumori che offrono condizioni biologiche molto diverse.
Il carcinoma del pancreas rappresenta uno dei banchi di prova più severi, perché presenta generalmente meno mutazioni e cresce in un ambiente che limita fortemente l’accesso e l’attività delle cellule immunitarie. Nel piccolo studio condotto al Memorial Sloan Kettering Cancer Center, sedici pazienti operati hanno ricevuto autogene cevumeran insieme ad atezolizumab e alla chemioterapia prevista dal protocollo.
Otto hanno sviluppato una forte risposta dei linfociti T contro i neoantigeni inclusi nel vaccino. Le analisi successive hanno mostrato che molte di queste popolazioni cellulari erano nate dopo la vaccinazione e potevano persistere per anni. Nel follow-up presentato nel 2026, sette degli otto pazienti che avevano sviluppato questa risposta erano vivi tra quattro e sei anni dopo l’intervento, mentre nel gruppo privo di una risposta immunologica paragonabile ne erano vivi due.
Un gruppo di sedici persone consente soprattutto di studiare il meccanismo e di generare ipotesi da verificare. La divisione fra responder e non responder viene stabilita dopo il trattamento osservando la risposta immunitaria, per cui non permette di attribuire direttamente alla vaccinazione tutta la differenza clinica osservata. Il risultato biologico rimane notevole, perché dimostra che anche un tumore relativamente povero di mutazioni può contenere neoantigeni capaci di sostenere popolazioni di linfociti persistenti. Uno studio randomizzato di fase II, IMCODE003, sta ora confrontando in circa 260 pazienti operati il regime che comprende autogene cevumeran con la terapia standard.
Nell’agosto 2026 è arrivato anche un risultato negativo, che contribuisce a definire i limiti della strategia.
BioNTech ha interrotto lo studio di fase II BNT122-01 nel carcinoma colorettale operato, nel quale autogene cevumeran veniva somministrato a pazienti con DNA tumorale ancora rilevabile nel sangue dopo l’intervento. La presenza di questo DNA circolante indica che nell’organismo possono essere rimaste cellule tumorali anche quando le normali tecniche di imaging non mostrano una massa visibile.
Il monitoraggio dello studio aveva già indicato una probabilità molto bassa di raggiungere l’obiettivo previsto, e le analisi successive hanno portato alla decisione di interromperlo.
Il confronto fra melanoma e carcinoma colorettale mostra quanto poco significhi parlare genericamente di “vaccino a mRNA contro il cancro”. L’efficacia dipende dalla quantità e dalla qualità dei neoantigeni disponibili, dalla capacità delle cellule tumorali di presentarli e dall’ambiente immunologico nel quale i linfociti devono agire. Anche il momento della malattia in cui il vaccino viene somministrato può modificare profondamente il problema biologico.
Un’indicazione importante era già arrivata da uno studio nel quale autogene cevumeran era stato somministrato a 213 pazienti con diversi tumori solidi avanzati. In una larga parte dei pazienti valutabili, il vaccino riusciva a produrre risposte dei linfociti contro più neoantigeni, e alcune di queste cellule raggiungevano anche le metastasi. Le regressioni tumorali osservate furono però rare.
Il dato separa chiaramente la capacità di generare una risposta immunitaria da quella di controllare una malattia avanzata. In una massa tumorale cresciuta per anni convivono popolazioni cellulari differenti e l’ambiente circostante può limitare profondamente l’azione dei linfociti; durante la stessa evoluzione del tumore vengono inoltre selezionate le cellule che riescono meglio a sottrarsi al controllo immunitario.
Dopo l’asportazione chirurgica il problema assume dimensioni differenti. Se rimangono poche cellule disperse nell’organismo, la popolazione di linfociti prodotta dal vaccino deve eliminare un numero molto più piccolo di bersagli prima che queste cellule possano dare origine a una nuova massa neoplastica. Questa considerazione aiuta a comprendere perché molti degli studi più importanti si stiano concentrando proprio sulla fase successiva all’intervento.
3. Quanto lontano possiamo arrivare
Il successo nel melanoma ha confermato una possibilità fondamentale, lasciando aperta la questione decisiva di quali tumori possano beneficiare dello stesso principio e attraverso quale forma di vaccinazione.
La personalizzazione estrema adottata da intismeran e autogene cevumeran rappresenta una delle risposte possibili. In questo caso il vaccino viene ricostruito per ogni paziente e segue la specifica storia evolutiva del suo tumore. La precisione biologica ha un costo pratico: occorre sequenziare il tessuto, identificare e selezionare le mutazioni, progettare la sequenza di RNA e produrre un lotto destinato a una singola persona. Il processo richiede settimane, un intervallo compatibile con alcune situazioni cliniche e più problematico quando la malattia progredisce rapidamente.
Il carcinoma mammario triplo negativo ha fornito nel 2026 un’altra indicazione importante. Si chiama “triplo negativo” perché le cellule tumorali non presentano i tre bersagli – recettore degli estrogeni, recettore del progesterone e HER2 – che permettono di utilizzare alcune delle principali terapie mirate disponibili negli altri tumori della mammella. In uno studio pubblicato su Nature, quattordici pazienti con malattia precoce, già sottoposte alla chirurgia e ai trattamenti previsti, hanno ricevuto un vaccino individuale che codificava fino a venti neoantigeni scelti nel loro tumore.
Tutte e quattordici hanno sviluppato linfociti diretti contro almeno uno dei bersagli codificati, e in tredici la risposta riguardava più neoantigeni. Alcune popolazioni di linfociti CD8+ erano ancora rilevabili anni dopo la fine delle vaccinazioni; undici pazienti sono rimaste senza recidiva fino a sei anni. Lo studio era piccolo e privo di un gruppo di controllo, per cui quei numeri non permettono di misurare l’efficacia clinica del vaccino. Mostrano però che una risposta duratura e diretta contro diversi bersagli può essere ottenuta anche nel carcinoma mammario triplo negativo, che possiede un numero di mutazioni generalmente inferiore a quello del melanoma. Lo stesso lavoro ha permesso di osservare alcuni modi in cui il tumore può sfuggire alla risposta: in una paziente recidivata le cellule avevano perso gran parte della capacità di presentare gli antigeni attraverso le HLA di classe I.
Il passaggio dalla dimostrazione biologica a programmi clinici molto più estesi è particolarmente evidente nel carcinoma polmonare non a piccole cellule. Intismeran è ormai studiato in tre sperimentazioni di fase III che interrogano momenti diversi della malattia. Uno studio riguarda pazienti con tumori di stadio II o III completamente asportati; un altro include persone che, dopo terapia prima dell’intervento e chirurgia, conservano un rischio elevato di recidiva; nel 2026 è cominciato anche uno studio di fase III nello stadio I ad alto rischio, nel quale il vaccino viene valutato insieme a pembrolizumab e anche come trattamento singolo. A questi si affianca uno studio di fase II nel carcinoma polmonare squamoso metastatico, dove il vaccino viene aggiunto a pembrolizumab e chemioterapia.
Lo stesso tumore viene affrontato con una strategia diversa da BioNTech. BNT116 non viene costruito ogni volta sulla sequenza del singolo paziente e codifica antigeni condivisi dai carcinomi polmonari. Lo studio in corso comprende pazienti con malattia resecabile, localmente avanzata o metastatica e permette quindi di verificare se un insieme prestabilito di bersagli possa ottenere una parte dei vantaggi dell’immunizzazione personalizzata senza richiedere la produzione di un vaccino diverso ad personam.
Anche il rene rappresenta un test biologicamente importante, perché il carcinoma renale possiede caratteristiche immunologiche molto diverse dal melanoma. Uno studio randomizzato di fase II con intismeran e pembrolizumab ha completato l’arruolamento di circa 270 pazienti sottoposti a chirurgia e attende ora gli eventi necessari per valutare la sopravvivenza libera da malattia.
Nella vescica la stessa piattaforma viene esplorata in due situazioni differenti. Lo studio INTerpath-005 ha completato l’arruolamento della componente destinata al carcinoma uroteliale muscolo-invasivo, mentre INTerpath-011 sta valutando intismeran insieme al BCG nella malattia non muscolo-invasiva ad alto rischio. Il BCG, un batterio attenuato utilizzato da decenni direttamente nella vescica, produce una forte attivazione immunitaria locale; l’associazione con un vaccino personalizzato permette quindi di verificare se quella risposta possa essere resa anche specifica per le mutazioni del tumore.
Un’altra strada utilizza antigeni che possono essere condivisi da molti pazienti. BNT111 di BioNTech, per esempio, codifica quattro antigeni frequentemente espressi nel melanoma e può quindi essere preparato in anticipo, senza riprogettare il vaccino per ogni paziente. Questi bersagli derivano da proteine che appartengono al repertorio umano e pongono perciò un problema diverso: il sistema immunitario può aver sviluppato una certa tolleranza verso di esse, rendendo più difficile ottenere una risposta intensa.
In uno studio di fase II condotto nel melanoma avanzato già resistente agli inibitori di PD-1, BNT111 associato a cemiplimab ha prodotto regressioni misurabili in una parte dei pazienti, comprese alcune risposte complete. La maturità delle prove rimane inferiore a quella raggiunta con intismeran nel melanoma operato, mentre il principio consente di esplorare la possibilità di produrre vaccini utilizzabili in gruppi ampi di pazienti.
I tumori associati a virus offrono una situazione ancora diversa, perché alcune delle loro proteine derivano direttamente dall’agente infettivo e costituiscono bersagli chiaramente estranei all’organismo. BNT113 codifica antigeni di HPV16 ed è studiato insieme a pembrolizumab in una sperimentazione di fase II/III nei carcinomi della testa e del collo HPV16-positivi, ricorrenti o metastatici. In questo caso il vaccino può dirigere i linfociti contro proteine virali che le cellule sane dell’organismo non producono, eliminando alla radice una parte del problema della tolleranza verso il bersaglio. Lo studio è ancora in corso e non dispone di risultati definitivi.
La scelta dei bersagli può infine spingersi oltre le proteine caratteristiche del tumore. mRNA-4359 di Moderna codifica frammenti di PD-L1 e IDO1, due molecole associate alla capacità delle cellule tumorali e del loro ambiente di limitare la risposta immunitaria. Lo studio di fase I/II è tuttora attivo e comprende diversi tumori solidi, fra i quali il carcinoma mammario triplo negativo. Qui l’obiettivo consiste nel generare linfociti contro cellule nelle quali questi sistemi immunosoppressivi sono particolarmente attivi, secondo una logica diversa dalla ricostruzione individuale del catalogo delle mutazioni.
Questa estensione degli studi ha un significato che va oltre il numero delle indicazioni oncologiche. Il melanoma mette alla prova il vaccino in un tumore ricco di mutazioni e già sensibile all’immunoterapia; il pancreas e il carcinoma mammario triplo negativo permettono di vedere che cosa accade quando i possibili neoantigeni sono meno numerosi; il polmone consente ormai di studiare la stessa tecnologia in fasi molto differenti della malattia. Nel rene e nella vescica vengono esplorati ambienti immunologici ancora diversi, mentre i tumori associati a HPV permettono di sfruttare antigeni di origine virale. Il programma clinico sta quindi cominciando a mettere alla prova le regole biologiche che dovrebbero stabilire dove un vaccino a mRNA può funzionare e quale tipo di vaccino convenga costruire.
La varietà degli approcci riflette anche un problema più profondo: il tumore continua a evolvere mentre viene sottoposto alla pressione del sistema immunitario.
Una massa neoplastica contiene sottopopolazioni geneticamente diverse. Se un neoantigene appartiene soltanto ad alcune di esse, la risposta immunitaria può eliminare le cellule che lo presentano e lasciare spazio alle altre. Una cellula può anche ridurre la produzione della proteina da cui deriva il neoantigene oppure alterare le strutture necessarie a presentarlo sulle molecole HLA.
La beta-2-microglobulina offre un esempio particolarmente chiaro. Questa piccola proteina è necessaria alla corretta esposizione delle HLA di classe I sulla superficie cellulare; quando il suo funzionamento viene perso, la presentazione dei peptidi ai linfociti CD8+ può ridursi drasticamente. Un linfocita perfettamente capace di riconoscere un neoantigene diventa allora inefficace perché il tumore smette di mostrarglielo.
Inserire numerosi neoantigeni nello stesso vaccino riduce la probabilità che la perdita di un singolo bersaglio sia sufficiente a consentire la fuga. Rimane possibile che l’evoluzione tumorale colpisca meccanismi comuni a tutta la presentazione antigenica, ed è una delle ragioni per cui la risposta clinica non può essere dedotta semplicemente dal numero dei linfociti generati dopo la vaccinazione.
Gli studi ora in corso cominciano così a rispondere a domande diverse da quella che dominava il campo pochi anni fa. Sappiamo che è possibile leggere le mutazioni di un tumore, scegliere quelle che hanno maggiore probabilità di essere viste dal sistema immunitario e trasformarle in una molecola di RNA capace di generare popolazioni di linfociti dirette proprio contro quei bersagli. Nel melanoma sappiamo ormai anche che questa operazione può migliorare un risultato clinico in una sperimentazione di fase III. Resta da stabilire in quali tumori, in quale momento della loro storia e con quale combinazione di altri trattamenti la risposta prodotta dal vaccino riesca a eliminare le cellule pericolose prima che l’evoluzione ne selezioni la fuga.
4. Stiamo imparando a parlare una nuova lingua
La promessa più profonda dell’mRNA in oncologia va oltre il singolo vaccino e persino oltre i risultati ottenuti finora in un determinato tumore. Disponiamo di uno strumento con cui possiamo scrivere un messaggio molecolare, introdurlo nell’organismo e fare in modo che alcune delle nostre cellule lo leggano, producendo per un tempo limitato ciò che abbiamo deciso di codificare.
Nel caso dei vaccini personalizzati contro il cancro, quel messaggio viene costruito a partire dal tumore stesso. Si legge il DNA della cellula neoplastica, si individuano le mutazioni che possono renderla riconoscibile e si scrive un RNA capace di presentare quelle informazioni al sistema immunitario. Una sequenza di nucleotidi diventa così l’istruzione attraverso cui una cellula dendritica può mostrare un determinato bersaglio a un linfocita, e quel linfocita può moltiplicarsi fino a formare una popolazione capace di cercare lo stesso bersaglio nell’organismo.
Il termine “linguaggio” acquista qui un significato molto vicino a quello letterale. Esiste un alfabeto, costituito dalle quattro basi dell’RNA, la cui successione determina le sequenze che verranno prodotte dalle cellule; il significato biologico del messaggio dipende poi dalla cellula che lo riceve e dai circuiti attraverso i quali quella cellula utilizza l’informazione. Imparare a usare l’mRNA significa dunque imparare a costruire istruzioni che la macchina molecolare delle nostre cellule sappia leggere e trasformare nella risposta desiderata.
In oncologia, la promessa fondamentale è arrivare a usare questo linguaggio con sufficiente precisione da istruire le cellule del nostro corpo a riconoscere un tumore e contribuire alla sua eliminazione.
Conosciamo ormai bene l’alfabeto e alcune delle regole necessarie perché il messaggio venga stabilizzato, raggiunga le cellule appropriate e produca l’antigene previsto. Sappiamo molto meno su quali frasi occorra scrivere per ciascun tumore, su quanto a lungo debba durare la risposta che ne deriva e su come impedire alla popolazione neoplastica di evolvere fuori dal campo visivo dei linfociti.
I risultati clinici degli ultimi anni mostrano che alcune di quelle istruzioni sono già comprensibili alle nostre cellule e possono produrre conseguenze misurabili nella malattia. Abbiamo appena cominciato a balbettare le prime parole di questo linguaggio.