Articolo
Caterina Orsenigo
L’omicidio dell’albero d’oro

L'omicidio Dell'albero D'oro
natura politica

I turisti facevano pellegrinaggio al peccio sacro degli indigeni haida, ma erano ciechi davanti all'industria che radeva al suolo la foresta tutt'attorno. John Vaillant ricostruisce questa storia, e il movente dell'ex taglialegna che lo abbatté.

In L’albero d’oro, appena pubblicato da Iperborea, il giornalista canadese John Vaillant racconta la storia di un omicidio: quello di un albero. Un omicidio con una vittima, un colpevole, un movente e un processo.

Il colpevole si chiamava Grant Hadwin, era stato tagliaboschi tutta la vita, aveva visto l’industria del legname espandersi e incattivirsi fino all’estrattivismo più estremo e si era incattivito lui stesso, fino a compiere un atto estremo di ecoterrorismo efferato, crudelissimo e assieme puro e disperato. La vittima si chiamava K’iid K’iyaas ed era a tutti gli effetti un membro della tribù indigena degli haida. Abitava da circa tre secoli nel cuore della foresta di Haida Gwaii, un arcipelago impervio al largo di Vancouver, ed era un peccio. Un peccio d’oro.

L’omicidio avvenne nel gennaio del 1997, ma questa storia ha radici molto più profonde, che risalgono all’arrivo degli europei a Haida Gwaii alla fine del Settecento, quando il celebre navigatore James Cook si avventurò per primo fra quei mari e venti ostili. L’albero d’oro è uscito per la prima volta in Canada nel 2005 e ripercorre la storia del colpevole, della vittima, e del contesto in cui avvenne l’assassinio, dissodando due secoli di storia.

Per prima cosa, racconta Vaillant, gli europei si interessarono alle lontre marine, un animale dal pelo foltissimo e morbidissimo di cui divennero avidi commercianti. Gli haida vendettero le prime lontre a poco prezzo ma capirono ben presto il valore dell’animale per gli europei e aggiustarono quindi il tiro. Per cinquant’anni gli affari andarono a gonfie vele per europei e haida, molto meno per le lontre che per poco non si estinsero. Terminata la materia prima, gli europei si guardarono intorno e videro gli alberi: altissimi, dritti, con tronchi enormi.

Cominciò allora una titanica opera di disboscamento dell’isola, con velocità e volumi che cambiarono molto nel tempo, prima con il passaggio dall’accetta alla motosega, poi con l’arrivo delle grandi industrie: “Fino a centocinquant’anni fa”, scrive infatti Vaillant, “un bosco di pini diritti e solidi era prezioso quanto oggi un giacimento di petrolio o una miniera di uranio”. Serviva a costruire case, ponti e navi, a produrre energia, a fabbricare strumenti e infrastrutture. Il taglialegna era un mestiere estremamente richiesto, pericoloso, ben pagato. L’high rigger era un boscaiolo specializzato: si arrampicava sugli alberi più alti per spogliarli dei rami e della cima e fissare cavi, carrucole e attrezzature per il trasporto dei tronchi. Lavorava a circa 50 metri da terra, più o meno l’altezza di un edificio di 15-20 piani. Il mestiere richiedeva enormi capacità, profonda conoscenza dell’albero e una certa dose di follia. Grant Hadwin era uno di loro. 

Aveva cominciato nel 1966, a sedici anni: era fuggito dal collegio alto-borghese in cui studiava e aveva chiesto un lavoro a uno zio taglialegna: “Era un atleta nato che davanti agli ostacoli e ai tanti pericoli quotidiani dava il meglio di sé, era perfetto. Quello stile di vita spartano e isolato, […] ne accese l’immaginazione e ne plasmò la vita, anche perché era in aperto contrasto con le ambizioni da colletto bianco del padre ingegnere”. Ma presto “si rese conto del patto col diavolo che la maggior parte dei tagliaboschi sono costretti a firmare” e descriveva disgustato ai parenti le “tecniche di lavoro che riducevano i versanti a nuda roccia dove “non crescerà più niente”. Doveva essere uno spettacolo spaventoso se guardato con un briciolo di lucidità. La foresta sventrata, i taglialegna costretti al ruolo di boia di quelle foreste che conoscevano così bene e a cui erano tanto legati.

Non a caso fu proprio in quegli anni e in quelle zone che nacque Greenpeace: fu fondata da un gruppo di pacifisti e ambientalisti decisi a fermare i test nucleari degli statunitensi sull’isola di Amchitka. Era il 1971: negli stessi mesi, parecchi chilometri più a sud, quattro giovani ricercatori del MIT stavano lavorando a una pachidermica ricerca finanziata dal Club di Roma e basata su un innovativo modello informatico chiamato World 3 a partire dal quale sarebbe uscito un anno dopo Il rapporto sui limiti dello sviluppo. Erano gli anni, insomma, in cui ci si cominciava a rendere conto che il pianeta non poteva sopportare la follia di una crescita sfrenata.

Alcuni, come Grant Hadwin, se ne accorgevano osservando i mutamenti del proprio habitat: c’era chi si mobilitava per proteggere le foreste pluviali temperate e gli alberi secolari della British Columbia Coast e del nord-ovest degli Stati Uniti, mentre in Ohio si sviluppavano i movimenti contro gli scarichi industriali nei fiumi, mossi dalla terribile situazione del Cuyahoga River. Altri contribuivano con studi e riflessioni più globali e sistemiche, come la pubblicazione di The limits of growth o l’istituzione della prima giornata della Terra (l’Earth Day), il 22 aprile del 1970.

Presto Hadwin lasciò il lavoro dallo zio e divenne operatore indipendente per la grande industria del legname. 

“L’industria del legname della British Columbia si sviluppò veramente soltanto dopo la Prima guerra mondiale e in gran parte per merito di Harvey Reginald MacMillan, detto H.R.: un ragazzo squattrinato e orfano di padre che nel 1906 si iscrisse alla scuola di Scienze forestali di Yale. Dopo divenne […] un autentico magnate del legno”. Col tempo il legno costiero, più facilmente accessibile, si fece però sempre più raro e negli anni Ottanta del Novecento si dovette ricorrere ai versanti più ripidi per raccogliere il legname, creando “paesaggi traumatizzati di terra rovesciata e legna esplosa”, contaminazioni dei fiumi, frane.

“L’albero d’oro divenne un simbolo di un certo tipo di ecologismo, poco politico e affascinato dalle “specie bandiera”, le flagship species, di cui fanno parte l’orso polare, il panda o la balenottera azzurra: specie carismatiche, capaci di attirare simpatia, tenerezza, rispetto”.

Fu Grant stesso, da tecnico forestale, a “radere al suolo lo sfondo di molti suoi ricordi più felici”.  A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, lui vedeva il disastro in corso e capiva che era necessario cambiare rotta, usare “moderazione e accortezza”, oggi diremmo rigenerare il terreno, dare il tempo alla foresta di riprendersi. Provò ad agire dall’interno inserendo nei resoconti per i suoi datori di lavoro critiche ai metodi di disboscamento più aggressivi e raccomandazioni. Si licenziò, cambiò lavoro, cominciò a scrivere lettere a istituzioni pubbliche in cui definiva l’industria boschiva della British Columbia come “terrorismo economico comandato a distanza”. Divenne un attivista solitario, ogni tanto si prestò ad altre battaglie, si fece fanatico.

Siamo arrivati agli anni Novanta, in quel periodo la MacMillan Bloedel era la principale azienda canadese e stava diserbando l’intera foresta Haida, suscitando accese proteste degli stessi haida e di Greenpeace. Allo stesso tempo, come oggi l’industria fossile si pulisce l’immagine e la coscienza nascondendosi dietro un 1% di produzione di rinnovabili, già da un paio di decenni l’azienda aveva cominciato a “risparmiare piccole aree di foresta considerate particolarmente belle o ecologicamente strategiche”.

Fra queste c’era il brandello di foresta ancora intatta che circondava il peccio d’oro. La MacMillan Bloedel ne aveva fatto un luogo di turismo, ci arrivava addirittura la ferrovia. Chi lo vedeva rimaneva stregato, nessun botanico sapeva spiegare quel colore dorato e allora a tutti pareva una magia. L’albero d’oro divenne un simbolo di un certo tipo di ecologismo, poco politico e affascinato dalle “specie bandiera”, le flagship species, di cui fanno parte l’orso polare, il panda o la balenottera azzurra: specie carismatiche, capaci di attirare simpatia, tenerezza, rispetto. La loro popolarità è una buona esca per mobilitare l’opinione pubblica e avvicinare le persone alle cause ambientali, ma si corre il rischio di coltivare una sensibilizzazione superficiale e settoriale, un attivismo che guarda il dito e non la luna e quindi utile alle grandi industrie – del legname come del fossile o dell’agroalimentare – a distrarre la politica.

L’ecoturismo nato attorno al peccio portava migliaia di persone a rendere omaggio a questo albero unico e magico, magari a sentire qualche connessione spirituale alla “natura”, a vivere un’esperienza di intensa meraviglia. E a non accorgersi del disastro tutto attorno. Della ferrovia che squarciava il paesaggio, degli alberghi e delle strade fioriti su quella che pochi anni prima era una foresta secolare impenetrabile.  

Grand Hadwin vedeva nel peccio nient’altro che un albero malato, uno scherzo della natura che svelava la miopia o forse l’idiozia della gente, tutta concentrata a proteggere un unico albero mentre intorno cresceva il disastro.

Per questo una notte Grant Hadwin fece quello che solo un taglialegna esperto come lui poteva fare. Entrò di soppiatto nella foresta, si mosse con sicurezza fra le radici enormi e l’intrico umido di felci, cedri giovani e tronchi coperti di muschio che soffocava il sottobosco. Trovò il peccio e nel buio più assoluto incise il tronco con assoluta precisione e competenza, per far sì che al primo alito di vento l’albero cadesse. Tornò a casa, aspettò un solo giorno finché un boato non annunciò la morte del peccio.

Hadwin agì con la tipica arroganza ignorante degli uomini bianchi: non aveva idea del significato simbolico che il peccio rivestiva per gli haida. Era uno di loro, come un anzianissimo membro della comunità, un padre spirituale. Secoli di leggende lo accompagnavano. Insorsero. Piansero. Organizzarono il più grande funerale che si fosse mai tenuto da quelle parti. Scrissero: “Comunichiamo al mondo che la Nazione haida prende pieno possesso dei resti di K’iid K’iyass e che li dichiara off limits per chiunque. Gli haida organizzeranno una cerimonia privata per raccapezzarsi della perdita”. Chiunque di loro avrebbe ucciso Hadwin con le proprie mani se se lo fossero trovato davanti.

Non importa come finisce questa storia. Non importa che fine fece Hadwin, come andò il processo. Importano invece tutti gli elementi, quanto mai contraddittori, che fanno di questa vicenda un emblema della complessità della lotta ecologista. 

In questa storia c’è prima di tutto un albero trattato da tutti, e persino dalla legge, alla stregua di un essere umano, al contempo estremamente influente e del tutto innocente, ingiustamente uccisa da un fanatico, come John Lennon o Martin Luther King. Il dolore e lo sgomento che circondarono la vittima ricordano ciò di cui parla Simone Weil in La persona e il sacro: la percezione di un’offesa imperdonabile a ciò che nella persona è inviolabile, quel qualcosa di sacro che c’è in ogni essere umano (e forse, a questo punto, anche in ogni albero, pianta, animale, roccia) e che “si aspetta invincibilmente che gli si faccia del bene e non del male”.

Questo sgomento tocca per prima cosa gli haida: era come se fosse stato cancellato un pezzo della loro comunità e della loro storia. Contagia la società civile: “Fumettisti, poeti, cantanti e artisti figurativi, che vollero onorarne il ricordo con opere di tutti i generi”. Ma arriva fino alle istituzioni statali canadesi. Hadwin viene arrestato, incriminato, per l’inizio del processo viene scelto simbolicamente l’Earth Day e l’accusa chiede per lui il massimo della pena.

Difficile non pensare ai diversi fiumi, ecosistemi ed elementi naturali che negli ultimi anni hanno ottenuto il riconoscimento legale di una “personalità giuridica”, con diritti propri e la possibilità di essere rappresentati in tribunale: in Canada il fiume Magpie, in Spagna la laguna Mar Menor, in Nuova Zelanda un’area forestale di nome Te Urewera. E poi il Gange, il Vilcabamba Rivere molti altri. Serve? In parte sì. Serve giuridicamente finché non riusciamo a trovare soluzioni migliori, sapendo però che tante sono le controindicazioni, a partire dalla domanda più ovvia e difficile: quale comunità ha diritto a rappresentarlo? Con che criterio si sceglie chi ne è tutore?

Serve poi perché noi, occidentali che vediamo il sacro di Simone Weil solo negli altri occidentali, abbiamo bisogno di imparare a cambiare prospettiva, a sederci dall’altro lato del tavolo e assumere la prospettiva di chi subisce l’estrattivismo. Portare in tribunale l’assassino di un albero è simbolicamente importante, è un gesto potente, può abituarci a riconoscere la pari dignità degli altri, chiunque essi siano.

Ma in questa storia c’è anche il greenwashing della MacMillan Bloedel e quelle forme di “subnegazionismo climatico”, come le definiva in un’intervista del 2023 il climatologo dell’Università della Pennsylvania Michael Mann, che puntano a distogliere l’attenzione dai problemi reali. Siamo così concentrati ad ammirare un peccio dorato, o a dispiacerci della sorte di un orso affamato, da non renderci conto di tutte le altre specie che stanno soffrendo, a partire dagli umani vittime dell’avidità estrattivista bianca, come in questo caso gli haida, con la loro foresta che in due secoli gli è sparita sotto il naso. E soprattutto non vediamo la MacMillan Bloedel né il sistema politico, economico e giuridico che permette quella devastazione e quel profitto. La cosa più grave è che si possa chiedere il massimo della pena per un solo morto, se pur illustre, mentre si considera del tutto legale e persino legittimo perpetrare per decenni un ecocidio con tecniche e volumi che rendono impossibile qualsiasi rigenerazione. 

Allora, verrebbe da dire, dobbiamo assolvere Hadwin. 

Eppure a ben vedere quell’ecologismo fanatico di Hadwin ha fatto molto male alla battaglia ecologista. Ha scelto l’obiettivo sbagliato, si è mosso con colpevole ignoranza, ha rotto l’alleanza fondamentale con gli haida.

Ma Hadwin per alcuni aspetti è anche riconducibile a quella deep ecology tipica degli anni Novanta che ha giustamente puntato il dito sull’antropocentrismo e difeso il valore della natura oltre il suo valore economico e lo sfruttamento industriale degli ecosistemi, correndo però il rischio di dividere ancora una volta il destino dell’umano da quello della “natura”, come fossero due cose diverse, e dimenticando di mettere in luce conflitti sociali, disuguaglianze, giustizie e ingiustizie climatiche, responsabilità delle istituzioni e distribuzione del potere nella gestione delle risorse ambientali. Fino a fare sembrare le battaglie ecologiste delle battaglie per la difesa della natura in quanto tale, e non, al contempo, del benessere umano. Una distorsione che trasforma l’ecologismo in una lotta di élite privilegiate anziché una lotta di classe così trasversale da includere tutti gli oppressi: pure gli alberi.

Caterina Orsenigo

Caterina Orsenigo è scrittrice e giornalista. È laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi. Scrive di immaginari e crisi climatica per diversi giornali e riviste. Con Prospero Editore ha pubblicato il romanzo di viaggio Con tutti i mezzi necessari. Organizza passeggiate letterarie con l’associazione Piedipagina e fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università Bicocca.

Contenuti Correlati