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Michele Bertelli
Metà delle calorie coltivate al mondo non finisce nei nostri piatti

Metà Delle Calorie Coltivate Al Mondo Non Finisce Nei Nostri Piatti
economia natura

Produciamo sempre più cibo ma in modo del tutto inefficiente, tanto che quello "perso" in mangimi e biocarburanti potrebbe sfamare miliardi di persone. Lo dimostra un nuovo studio.

Non abbiamo mai raccolto così tanto. Secondo un recente studio dell’Università del Minnesota e dell’organizzazione di ricerca nonprofit Project DrawDown, il totale delle calorie prodotte attraverso le colture è infatti aumentato di quasi il 24% tra il 2010 e il 2020. Eppure, al consumo umano nel 2020 è stata destinata solo la metà di queste. Il resto non è andato a finire nei nostri stomaci, ma soprattutto in quelli di mucche e maiali.

“Le calorie ‘perse’ avrebbero potuto alimentare circa 7,2 miliardi di persone,” spiega Paul West, ecologista dell’Università del Minnesota. West ha speso l’ultima quindicina di anni a ricercare come le soluzioni in grado di affrontare la crisi climatica possano anche migliorare la sicurezza alimentare globale. Ma nemmeno lui si aspettava di trovarsi di fronte a “inefficienze” così estreme.

“Non abbiamo un problema di scarsità globale di alimenti, abbiamo un problema di come usiamo i nostri terreni agricoli,” accusa. “Il 36% delle calorie prodotte sono state impiegate come mangime, garantendo molte meno calorie per il consumo umano.” A queste si aggiunge poi circa il 5% di calorie che sono state incanalate nella produzione di biocarburanti, ovvero di combustibili liquidi o gassosi ricavati da materia organica rinnovabile proveniente da piante, residui agricoli o scarti alimentari.

Nello studio pubblicato sulla rivista Environmental research: food systems e sottoposto a peer-review, i ricercatori hanno analizzato il destino delle principali cinquanta colture per produzione calorica fra il 2010 e il 2020. Hanno così preso in considerazione cereali come mais, grano, riso o orzo; oleaginose come soia, olio di palma, colza, girasoli o olio d’oliva; e poi radici come cassava o patate; canna e barbabietola da zucchero; e, ovviamente, frutta, legumi e verdura.

Dai loro calcoli, il totale di calorie prodotte è aumentato sì del 24% circa, ma quelle disponibili al consumo umano sono cresciute solo del 17%. “Stiamo quindi usando il terreno agricolo disponibile in modo più inefficiente,” spiega West. In particolare, la produzione di mangimi sarebbe aumentata del 31%, mentre quella destinata al biodiesel è aumentata addirittura del 137%.

E per West questo è un problema, dato che l’agricoltura è responsabile di quasi un quarto delle emissioni di quei gas che stanno surriscaldando il pianeta. “Spesso quando si ragiona di crisi climatica non se ne discute, ma si pone l’accento sull’elettricità, sull’industria o sui trasporti”.

In un report pubblicato lo scorso anno, l’Organizzazione del Cibo e dell’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) ha invece stimato che le emissioni prodotte dal sistema agroalimentare sono aumentate del 21% a partire dal 2001. In totale, rilascia 16,5 miliardi di tonnellate di diossido di carbonio. 

Il sistema agroalimentare è poi anche il maggior consumatore di acqua e di suolo al mondo.  Infine, secondo una recente ricerca del GLAD Lab dell’Università del Maryland, è anche la principale causa della deforestazione nella regione tropicale.

“Non tutto il mondo “spreca” allo stesso modo. Le inefficienze si incontrano in un numero molto ristretto di paesi. Circa la metà della produzione di mangime avviene negli Stati Uniti (19%), in Cina (18%) e in Brasile (10%)”.

“Queste inefficienze possono contribuire a una continua espansione della terra destinata alle colture, portando a sua volta a maggiori emissioni e maggior riscaldamento globale, che a sua volta ci condurrebbe a una diminuzione dei raccolti,” spiega James Gerber, uno degli altri autori dello studio. Diverse altre ricerche hanno infatti stimato che la resa delle terre coltivate diminuirà proprio a causa della crisi climatica. Nel suo ultimo rapporto sullo Stato del Cibo e dell’Agricoltura, sempre la FAO sottolineava come circa 1,7 miliardi di persone vivano in aree colpite da perdite dovute al deterioramento della terra, evidenziando la necessità di una gestione sostenibile del territorio. “Se non cambiamo quello che stiamo crescendo e consumando, possiamo generare un circolo vizioso,” aggiunge Gerber.

In Italia, secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), l’agricoltura contribuiva nel 2023 a circa l’8,4% delle emissioni totali, di cui la maggior parte deriva dalla gestione degli allevamenti. In questo caso specifico, la fonte principale è il metano derivato dalla digestione degli animali, soprattutto dei bovini. Una recente analisi commissionata dall’associazione ambientalista Greenpeace alle ricercatrici Valentina Nicolucci e Michela Marchi dellʼUniversità di Siena ha mostrato, ad esempio, come nella Pianura Padana gli allevamenti di bovini, suini e avicoli abbiamo prodotto all’anno 162,7 migliaia di tonnellate di ammoniaca e 12,7 milioni di tonnellate di gas serra, contribuendo anche al ben noto inquinamento dell’area.

A fronte di un simile impatto, gli autori di Project Drawdown reputano quindi l’attuale distribuzione delle risorse molto poco funzionale.  L’organizzazione riunisce infatti ricercatori con l’obiettivo di soppesare scientificamente quali soluzioni siano più adatta ad affrontare la crisi climatica.

“La produzione di carne bovina è particolarmente inefficiente nel convertire mangime in cibo, dato che il bestiame consuma un terzo delle calorie ma ne garantisce solo il 9% al consumo,” spiega West. “Per produrre una singola caloria di carne bovina ne sono infatti necessarie almeno 33 di mangime”. Ed è proprio alla produzione di foraggio per manzo e maiali che è stata destinata buona parte dell’aumento della produzione di mangime avvenuta fra il 2010 e il 2020.

“Una soluzione semplice è un cambio di dieta. Anche solo una piccola modifica a livello personale può avere un grosso impatto sull’efficienza del sistema alimentare,” dice West, che sottolinea come si dovrebbero seguire le indicazioni per uno stile di vita ottimale elaborate dalla commissione EAT della prestigiosa rivista scientifica Lancet. Secondo quest’ultima, la quantità ideale di carne rossa dovrebbe infatti aggirarsi attorno ai quindici grammi al giorno – circa un hamburger alla settimana. Se i cittadini dei paesi con alto reddito vi si attenessero e sostituissero il restante apporto con del pollo e dei legumi, le “calorie perse” sarebbero in grado di soddisfare il bisogno di altri 850 milioni di persone. 

Anche perché non tutto il mondo “spreca” allo stesso modo. Le inefficienze si incontrano in un numero molto ristretto di paesi. Circa la metà della produzione di mangime avviene negli Stati Uniti (19%), in Cina (18%) e in Brasile (10%). Gli Stati Uniti, in particolare, hanno la maggior sproporzione fra le calorie coltivate e quelle dedicate al consumo umano: solo il 23% finisce direttamente sul piatto. Al contrario, in India l’84% delle calorie sono prodotte per bocche umane.

La produzione di biocarburanti è poi ancora più concentrata: Stati Uniti e Brasile producono insieme circa il 72% di bioetanolo. L’Unione Europea fabbrica invece il 31% del biodiesel globale, seguita dall’Indonesia (19%) e ancora da Stati Uniti (19%) e Brasile (12%).

Nel piccolo osservatorio italiano, i dati diffusi da ISPRA sembrano suffragare questa tesi. La progressiva riduzione dei capi sta infatti portando a una lenta riduzione delle emissioni totali degli allevamenti. Dal 1990 al 2023 si è infatti passati da 7,8 a 5,6 milioni di capi di bovini, con le vacche da latte che sono scese del 40% e gli altri bovini del 22%. Questo ha portato a un calo delle emissioni di circa il 16%.

“Tutte le soluzioni per chiudere questo divario nell’efficienza già esistono,” sottolinea Emily Cassidy, autrice dello studio insieme a West. L’importante è non continuare a mangiare come se nulla fosse. 

Michele Bertelli

Michele Bertelli è giornalista e videmaker. Ha scritto e girato reportage dall’America Latina, dall’Italia, dal Sudan del sud e dall’Inghilterra, occupandosi principalmente di migrazioni, sviluppo economico, clima ed energia. Collabora con diverse testate e, come associate editor, con l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

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