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Matilde Moro
Verso la legge per i diritti della Laguna di Venezia

Verso La Legge Per I Diritti Della Laguna Di Venezia
natura politica

In Occidente si inizia a parlarne negli anni 70. Nel 2008, i diritti della natura entrano nella costituzione dell'Ecuador e da lì partono molte iniziative, mappate da Eco Jurisprudence Monitor. Oggi nasce il progetto Nature Speaks per fare lo stesso con le acque venete.

La Laguna di Venezia è la più estesa di tutto il Mediterraneo. La storia del suo popolamento, e quella di Venezia come la conosciamo oggi, iniziano nel V secolo, quando alcuni gruppi di persone si spostano verso la costa, verso le isole di Malamocco e di Torcello, per sfuggire alle invasioni barbariche. Gradualmente, il resto di quelle che erano 118 piccole isole (oggi unite nell’isola principale di Venezia), vengono abitate e collegate da ponti. Nasce così un esempio unico di coesistenza, coabitazione e contaminazione reciproca tra uomo e natura. Da un lato, per dar forma alla laguna, vengono dragati canali e deviati fiumi, generati continui e spontanei interventi di ingegneria per facilitare gli insediamenti sulle isole. Dall’altro, sono gli esseri umani – qui più che altrove – a doversi adattare alla natura e in particolare all’acqua, alle sue leggi e ai suoi tempi. 

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La Basilica paleocristiana di Santa Maria Assunta sull’isola di Torcello, una delle prime isole veneziane ad essere abitate.

Più di quindici secoli dopo, in mezzo a mutamenti climatici, overtourism e surriscaldamento globale, la laguna di Venezia vive un momento di particolare vulnerabilità, il suo ecosistema è esposto a gravi rischi e protetto da tutele non sempre efficaci. Nasce da qui il progetto di Ocean Space e TBA21 – Academy, Nature Speaks, curato da Pietro Consolandi e Amalia Rossi, in collaborazione con il NICHE Centre for Environmental Humanities, dell’Università Ca’ Foscari. Nature Speaks ha come obiettivo quello di sviluppare una proposta di legge per i diritti della Laguna di Venezia e in particolare di far riconoscere la laguna come personalità giuridica, perché possa far valere i propri diritti nelle sedi legali. 

La proposta, a cui lavoreranno team selezionati grazie a una open call, gruppi di attivisti (tra cui IDRA, Iniziativa per i Diritti delle Reti d’Acqua a livello locale e la Confluence of European Water Bodies a livello continentale) e i curatori nell’ambito del Policy Lab di Ocean Space, verrà sviluppata a partire dalla Dichiarazione dei Diritti della Laguna di Venezia, presentata lo scorso anno sempre da TBA21 a Ocean Space.

Dal punto di vista pratico, il progetto si articolerà attraverso due gruppi di lavoro separati, uno più concentrato sull’aspetto legale e scientifico e un secondo che si occuperà invece di sviluppare una campagna di comunicazione a partire da un approccio umanistico-artistico. Nature Speaks è però prima di tutto un progetto popolare, che parte dal basso. Un ruolo centrale sarà quindi dato ai cittadini di Venezia, attraverso due lunghe assemblee pubbliche, la prima pensata proprio per ascoltare e raccogliere spunti dalla comunità isolana e la seconda per presentare e discutere la prima bozza di proposta di legge. Il modello di governance che uscirà da questo processo potrebbe assomigliare ad altri precedenti europei e articolarsi attraverso un comitato di rappresentanti, uno dei “guardiani” (che si occuperebbe del monitoraggio) e uno scientifico.

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Un cespuglio di Salicornia veneta, in laguna crescono moltissime erbe selvatiche edibili.

Anche se queste proposte sono nuove, soprattutto in Italia, “l’idea dei diritti della natura non nasce qui per la prima volta”, spiega Pietro Consolandi, co-curatore di Nature Speaks: “In Occidente se ne parla già dagli anni Sessanta, quando alcuni attivisti, soprattutto nel settore legale, proposero di dare una personalità giuridica agli alberi, inizialmente come provocazione”. L’esempio forse più famoso è un articolo del 1972 del giurista statunitense Christopher D. Stone, dal titolo Should Trees Have Standing? Toward Legal Rights for Natural Objects, uscito sul Southern California Law Review, in cui Stone sostiene che anche gli elementi naturali (ecosistemi, alberi, corsi d’acqua) dovrebbero essere considerati soggetti di diritto. Il titolo del primo capitolo, “The Unthinkable” (l’impensabile), parla da sé di quanto l’idea fosse nuova e in un certo senso rivoluzionaria in Occidente. Tutto nasce, però – spiega Consolandi, che sull’argomento sta facendo un dottorato all’università di Southampton –, da “un adattamento delle conoscenze indigene alla giurisprudenza occidentale”. 

Il primo caso di spicco in Europa è stato in Spagna, nel 2022, e ha uno stretto collegamento con quello di Venezia. Si tratta del Mar Menor, una laguna salata simile dal punto di vista biologico a quella di Venezia.

I primi risultati arrivano nel 2008, quando un movimento popolare in Ecuador riesce a far inserire i diritti della natura nella costituzione del paese e introdurre nel dibattito pubblico il concetto di Pachamama, la Madreterra come essere vivente. Seguono i Maori, che in Nuova Zelanda riescono a far riconoscere la foresta di Te Urewera e poi anche il fiume Vanganoi come entità giuridiche, rispettivamente con il Te Urewera Act nel 2014 e il Te Awa Tupua Act nel 2017. Tutto questo avviene, spiega ancora Consolandi, “sulla base della loro conoscenza ancestrale, della loro cultura e del loro modo di vedere il mondo, in cui gli elementi naturali sono parte fondamentale del sistema”. Oggi il sito Eco Jurisprudence Monitor ha mappato più di 680 iniziative di giurisprudenza ecologica attualmente in corso in 66 paesi del mondo. 

Il primo caso di spicco in Europa è stato in Spagna, nel 2022, e ha uno stretto collegamento con quello di Venezia. Si tratta del Mar Menor, una laguna salata simile dal punto di vista biologico a quella di Venezia: “Qui, dopo alcuni casi terribili di ipossia (mancanza di ossigeno nell’acqua) che hanno portato a un disastro ecologico e alla morte dei pesci, un fenomeno che i locali avevano definito sopa verde, zuppa verde, la popolazione si è attivata, in particolare tramite la professoressa di Diritti umani e della natura, Teresa Vicente”. In appena due anni in Spagna sono riusciti a scrivere una legge, raccogliere più di seicentomila firme e far riconoscere il Mar Menor come persona giuridica. La scia è quella del movimento globale per il clima, che il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha definito “il movimento legale più in crescita a livello globale”. Dopo il caso del Mar Menor, “casi come questo hanno iniziato a moltiplicarsi come funghi anche in Europa”. 

Il prossimo caso di successo potrebbe essere proprio la laguna di Venezia. Spesso però i discorsi si confondono: tutelare Venezia e tutelare la laguna, anche se le due sono profondamente interconnesse, non è la stessa cosa. O meglio, riconoscere la laguna come personalità giuridica è un atto a sé stante, che nulla ha a che vedere con la salvaguardia del patrimonio culturale o della vita dei residenti (se non come un positivo effetto secondario). Si tratta di un modo di pensare radicalmente differente: “Non è una questione solo tecnica e giuridica, ma esistenziale. Si tratta di riconoscere il valore intrinseco degli ecosistemi e non di proteggere la laguna perché altrimenti Venezia finisce sott’acqua. No, bisogna proteggere la laguna perché la laguna ha un valore in sé. È una persona come me, come te, come tutti. E sicuramente”, puntualizza Consolandi, “è una persona molto più di Eni o del Comune di Venezia, che hanno già una personalità giuridica – che viene applicata a cose, come queste, che non sono umane e non sono nemmeno vive”.

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– Un canale su un giardino sull’isola di Torcello, dove rimangono appena undici residenti

In realtà uno degli spunti su cui lavora il team di Ocean Space riguarda la storia della laguna, in cui l’idea che le acque siano meritevoli di una rappresentanza in ambito istituzionale non è nuova: “Durante la Repubblica di Venezia c’erano i Savi delle Acque e il magistrato delle acque, che per quanto non esercitassero propriamente la personalità giuridica della laguna svolgevano già una funzione analoga: parlavano a nome delle acque, interpretavano i bisogni, le criticità, i desideri della laguna stessa e riportavano alla Repubblica di Venezia la decisione che secondo loro era la migliore”. Lavorare su questa eredità permette di mostrare che non si tratta di un principio del tutto nuovo e di fare leva sulla relazione e il dialogo secolare tra le acque di Venezia e la sua comunità. 

I diritti della natura non vanno di per sé a modificare la normativa. La normativa rimane la stessa, però in più si inserisce l’idea di un’autorità, garantita in modi diversi” Il principio è semplice: se la natura può parlare per sé, attraverso i suoi rappresentanti, sarà più facile tutelarne i diritti prima che vengano violanti anziché correre ai ripari.

La tutela della natura, d’altra parte, è inserita anche nel diritto internazionale contemporaneo, per esempio a livello europeo con la Nature Restoration Law. Il limite però è sempre nella visione del mondo: “La Nature Restoration Law invita a ‘restaurare’ la natura, a sanare danni che sono già stati fatti, ma quando un danno è stato fatto, non può mai essere completamente sanato, un ecosistema danneggiato non tornerà mai più come prima. I tempi della natura sono lunghi e i suoi processi complessi”. Esiste anche un altro problema: per sanare spesso basta avere abbastanza denaro. Questo tipo di leggi rischiano quindi di diventare una semplice voce a bilancio di grandi aziende che si possono permettere di non rispettare la natura e i suoi diritti: “Le aziende di fatto possono semplicemente considerarlo un costo in più, e decidere di agire comunque sapendo che se dovessero essere scoperte basterà pagare la sanzione prevista”. 

Questo naturalmente non significa che il framework giuridico esistente sia di per sé inadatto: “I diritti della natura ovviamente non vanno di per sé a modificare la normativa. La normativa rimane la stessa, però in più si inserisce l’idea di un’autorità, garantita in modi diversi”. Il principio è semplice: se la natura può parlare per sé, attraverso i suoi rappresentanti, sarà più facile tutelarne i diritti prima che vengano violanti anziché correre ai ripari, spesso in maniera incompleta o insufficiente, a danno compiuto. Quello che cambia davvero sono quindi il peso e l’importanza che vengono date all’ecosistema stesso, posto al centro come soggetto principale tanto della ricerca quanto delle pratiche che ne nasceranno. 

Un po’ per raggiungere questo obiettivo e un po’ perché è nel DNA stesso dello spazio, Ocean Space ha adottato un approccio multidisciplinare, in cui l’arte ha un ruolo centrale. Come spiega Consolandi, Nature Speaks fa perno su una questione esistenziale ancor prima che ambientale, tecnica o giuridica. Ecco allora che il coinvolgimento degli artisti diventa parte integrante del progetto: “La dimensione esistenziale attira molto gli artisti che lavorano nell’ambito ecologico lo fanno sostanzialmente perché sono innamorati del loro ecosistema, e per esserne innamorati bisogna riconoscerlo come un essere che ha valore in sé, altrimenti non è possibile sviluppare una connessione sentimentale”. Questo tipo di sensibilità genera una spinta potente, in grado di trasformare il modo in cui si pensano e si impostano queste proposte: “È una cosa di cui si parla spesso nel movimento dei diritti della natura, visto che finora le politiche sono state sviluppate rispetto a dei princìpi morali ma senza tenere conto di questo approccio esistenziale. Riconoscerlo e adottarlo è importante per cambiare il paradigma, altrimenti i regolamenti continueranno a non funzionare”. Allo stesso tempo, “usare metodi artistici in questo genere di campagne permette una diffusione enorme, soprattutto perché l’arte, in questo caso, non è solo un mezzo di comunicazione ma un vero e proprio mezzo di ricerca, che permette di sviluppare una relazione con l’ecosistema e partire da lì”. Anche nel caso del Mar Menor l’arte ha avuto un ruolo, quando all’inizio del processo, proprio per creare le fondamenta di un riconoscimento reale e concreto della laguna come ente a sé, alcuni artisti hanno sviluppato una “firma” a partire dalle sue coordinate geografiche, “è un progetto artistico naturalmente, ma è stato la base anche per il percorso legale”. 

Riconoscere un ente come meritevole di diritti significa naturalmente dover limitare in qualche modo i propri. La libertà umana, se si pensa che la natura sia meritevole di tutele, finisce dove inizia quella dell’ecosistema. Il rischio di questo modo di ragionare, secondo alcuni, è un’eccessiva limitazione delle libertà personali. Come spiega Consolandi però non è esattamente così: “Nel 2022 la Costituzione è stata cambiata in due articoli, il 9 e il 41. In particolare l’articolo 41 ora subordina la libertà d’impresa alla salute dell’ambiente. In generale ogni libertà (come ogni diritto) è relazionale: io sono libero perché gli altri sono liberi, io ho un diritto (e i relativi doveri) perché anche tu hai un diritto analogo. Quindi vedere la natura come una persona significa riconoscere il valore intrinseco della sua salute. L’unica libertà umana che verrebbe dunque limitata è semplicemente quella di causarle danno, che d’altra parte già è contraria alla normativa vigente e alla Costituzione”.

La chiave è proprio nel termine relazione. In un momento in cui parlare di diritti (e farli rispettare) è sempre più complesso, questo modo di vedere il mondo ha il potere di spingere oltre il pensiero, lavorando, anche dal punto di vista umano, su ciò che sta al di fuori di noi, e quindi metterci in relazione. Consolandi parla in realtà di “interconnessione”, nella versione unica che proprio Venezia può offrire, grazie alla sua natura di spazio liminale, in cui dal V secolo esseri umani e natura si modificano e si contaminano a vicenda. Riconoscere alla laguna una personalità giuridica, in questo contesto, significa ripensare il modo in cui assegniamo valore a cose, persone, ecosistemi.

L’immagine in apertura mostra un canale sull’isola di Torcello e le sue barene, importantissime per il drenaggio delle acque. Tutte le foto sono di Matilde Moro.

Matilde Moro

Matilde Moro si è laureata in giornalismo nel 2019 alla University of Westminster di Londra, dove ha poi conseguito un Master in Human Rights, Cultures and Social Justice alla Goldsmiths University. Si occupa di territori e spazi di confine. Ha collaborato, tra le altre, con L’Espresso, MicroMega, Marie Claire, Editoriale Domani.

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