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Guillaume Amouret , Alessia Melchiorre e Vittoria Torsello
Come Porsche mette a rischio le foreste pugliesi

Come Porsche Mette A Rischio Le Foreste Pugliesi
natura politica

Nel 2023 l'azienda tedesca ha proposto di ampliare le piste di collaudo a Nardò, un progetto che avrebbe distrutto 200 ettari di foresta. Il bosco al momento è salvo anche grazie alle proteste dei residenti, ma la minaccia incombe ancora.

Soleggiata d’estate e ventosa in primavera e in autunno, “Puglia, autentica meraviglia”: riecheggia lo slogan pubblicitario all’aeroporto di Bari, che celebra la regione per il suo patrimonio culturale e i paesaggi mozzafiato. Lontana dalle attenzioni turistiche, la Puglia lotta contro lo spopolamento, gli incendi boschivi e la speculazione edilizia sui campi per la maggior parte desolati. Su questi terreni, esattamente un anno fa, Porsche ha annunciato l’abbandono del piano di espansione del suo centro di collaudo, il Nardò Technical Center (NTC). Qui, infatti, su un anello di 12,6 km e su un’area di oltre 700 ettari, Porsche testa veicoli di ultima generazione dal 2012. 

Nel 2023, la compagnia automobilistica tedesca aveva proposto un imponente piano di ampliamento delle proprie piste, che avrebbe comportato la distruzione di 200 ettari del “Bosco d’Arneo”, un’area protetta dalla rete Natura 2000 in una delle regioni mediterranee più esposte al rischio di desertificazione. 

Il progetto, approvato dalle autorità locali senza una consultazione pubblica adeguata e presentato come un’opportunità di sviluppo, prevedeva un investimento di 450 milioni di euro. La casa automobilistica si impegnava, inoltre, a finanziare un eliporto e una caserma dei vigili del fuoco, presentati come benefici pubblici per far fronte all’emergenza sanitaria e agli incendi nel territorio come misura compensativa. “Niente è stato fatto per fronteggiare gli incendi né per migliorare le infrastrutture sanitarie. Niente è stato fatto per il territorio: lo dimostrano gli alberi piantati dalla compagnia, ora morti”, racconta Duilio Romanello, attivista dei Custodi del Bosco, il comitato di cittadini e cittadine che si è opposto fin da subito al piano di espansione, a tutela del bosco.

Grazie alla mobilitazione sul territorio e alla solidarietà ricevuta dai gruppi di attivisti e attiviste ambientali, come Robin Hood in Germania e Maria Agraçaiada, attivista indigena Tupinambá impegnata nella difesa della foresta amazzonica, i Custodi del Bosco d’Arneo hanno dimostrato che questo territorio poteva farsi valere attraverso la giustizia ambientale e sociale. 

“La logica della conservazione della foresta deve essere il principio guida in tutto il mondo”, dichiara oggi Ennio Cillo, pubblico ministero di Lecce, che ha dedicato gli ultimi anni della sua carriera a questa causa. Eppure si tratta di opere di cui il territorio avrebbe bisogno, ma che vengono progettate solo quando c’è l’interesse di un privato.

Nel frattempo, i cittadini, in particolare i Custodi, si sono mobilitati per ripensare il proprio territorio senza dipendere dagli investimenti privati. Il futuro ambientale della zona resta però incerto in assenza di investimenti pubblici in grado di colmare questo vuoto. In tutta Europa, narrazioni di “interesse pubblico” vengono sempre più utilizzate per aggirare le tutele ambientali, come quelle di Natura 2000, confondendo il confine tra salvaguardia e profitto. 

1. Il sistema di Natura 2000

Come spiega il sito del Ministero dell’Ambiente, Natura 2000 è il “principale strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità”. Si tratta di una rete di siti mirati alla conservazione degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna a rischio, selezionati in tutto il territorio europeo sulla base delle Direttive Habitat e Uccelli. 

Queste ultime costituiscono dunque la base legale di tutto il sistema Natura 2000: ad oggi, la rete conta oltre 27.000 siti, di cui 92 nella sola Puglia. Un numero che, complessivamente, corrisponde al 20,81% dell’area regionale e che sorprende se si considera l’alto tasso di densità abitativa, con il solo 6% di superficie boscata. 

Tra gli ultimi boschi della regione c’è proprio il Bosco D’Arneo, che ospita la Palude del Conte e le dune di Punta Prosciutto, sito di interesse comunitario (SIC) gestito dal Comune di Porto Cesareo, per i suoi quindici habitat e tre specie a rischio. Secondo i Custodi del Bosco D’Arneo, il progetto di espansione delle piste costituirebbe un pericoloso rischio ambientale: “Un santuario secolare sta per essere devastato e sostituito altrove da un’area di rimboschimento di recente creazione e frammentata, progettata esclusivamente per soddisfare i requisiti quantitativi della normativa UE.”

2. Le compensazioni di Porsche e i Motivi di Imperativi di Rilevante Interesse Pubblico

Per approvare il progetto di ampliamento delle piste NTC di Porsche, le autorità italiane hanno fatto ricorso ai “Motivi Imperativi di Rilevante Interesse Pubblico” (IROPI), un’importante deroga prevista dalla Direttiva Habitat. L’articolo 6, paragrafo 4, specifica che “sono possibili deroghe per determinati piani o progetti, a condizione che siano ritenuti necessari per motivi imperativi di interesse pubblico prevalente, non esistano alternative e siano state adottate tutte le misure compensative necessarie per garantire la salvaguardia della coerenza complessiva della rete Natura 2000”. 

Ma secondo la professoressa Margherita Pieraccini, esperta di diritto ambientale all’Università di Bristol, c’è ancora molta confusione su quali siano esattamente gli IROPI: “Il problema con il concetto di IROPI è che non c’è molto in termini di giurisprudenza”, “ed è molto chiaro nelle linee guida della Commissione, così come nella scarsa giurisprudenza di cui disponiamo, che l’unico modo per poter rispondere affermativamente ad un progetto, ai sensi dell’articolo 6 (4), è quando si tratta di specie prioritarie dell’habitat”. 

Sebbene infatti non sia proibito costruire in aree Natura 2000, queste infrastrutture richiedono un’autorizzazione speciale ai sensi dell’articolo 10, comma 3, del decreto legislativo 152/2006, che impone una valutazione di incidenza volta a dimostrare che un progetto non danneggerà la biodiversità. Questa procedura valuta se un progetto possa incidere in modo significativo sugli habitat e sulle specie protette all’interno di un sito Natura 2000, e determina se possa essere realizzato e in quali condizioni. Pur avendo ricevuto una valutazione negativa in materia di incidenza ambientale da parte della regione, il progetto venne inizialmente approvato proprio grazie alla dichiarazione di pubblica utilità.

Per approvare il progetto di ampliamento della pista, la regione si era appellata al decreto del 2 aprile 2015, n. 70, che definisce gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera. Secondo tale decreto, la regione sarebbe tenuta a fare tutto il possibile per garantire infrastrutture adeguate. “La nuova sfida è garantire il rispetto di questi territori di fronte a iniziative che privilegiano gli interessi economici a scapito della tutela ambientale”, afferma il procuratore Ennio Cillo.

Nel caso di Porsche, sia l’eliporto sia la caserma dei vigili del fuoco costituiscono misure compensative, ma non di primario interesse pubblico (in quanto avrebbero servito gli interessi di NTC) e non sono centrali nel progetto. La stessa Commissione Europea si è opposta e, in risposta alla notifica inviata dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica il 17 luglio 2023, ha specificato che i motivi considerati non riguardavano né la salute pubblica né la sicurezza: “Le alternative che sono state prese in considerazione si riferiscono chiaramente alle necessità (economiche) di sviluppo del NTC e in particolare alle esigenze di ammodernare e ampliare le piste del centro di prove.” Nel 2025, Porsche ha abbandonato il suo investimento, citando “condizioni di mercato difficili”. “Probabilmente una parte del merito per bloccare l’ingranaggio è stata nostra”, commenta Romanello, “ma anche una congiuntura legata al mercato dell’automotive ha influito sulla scelta”. Nei primi nove mesi del 2025, gli utili dell’azienda sono crollati di quasi il 96%.

3. Il Bosco è salvo?

A un anno dall’annuncio dell’abbandono del progetto da parte dell’azienda, mai formalmente approvato dalle autorità regionali, non si è concretizzato alcun investimento pubblico per colmare il vuoto nella prevenzione degli incendi e nel miglioramento delle infrastrutture sanitarie. Per ora il bosco è salvo, ma mentre le comunità locali si stanno mobilitando per re-immaginare il proprio territorio senza dipendere da investimenti privati, le misure pubbliche promesse sono rimaste lettera morta. Nel frattempo, solo nel 2025, la regione Puglia ha registrato quasi 76.000 interventi per incendi boschivi, secondo il rapporto finale dei Carabinieri Forestali per quell’anno, mentre secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale nel 2024 sono andati persi 239 ettari nella sola provincia di Lecce, una delle aree più colpite dal consumo di suolo in Italia. Questa devastazione, unita a gravi siccità e al consumo di suolo agricolo, rappresenta una delle principali cause della deforestazione nel Salento. Per quanto riguarda le strutture sanitarie, i cittadini devono percorrere decine di chilometri in auto per raggiungere l’ospedale più vicino, con tempi di percorrenza superiori a trenta minuti, come evidenziato dallo studio condotto dall’Agenzia Regionale Strategica per lo Sviluppo Ecosostenibile del Territorio e dal Politecnico di Bari.

L’assenza di una formale approvazione dell’abbandono del progetto da parte della Regione Puglia rappresenta una minaccia latente. L’accordo di programma è stato infatti firmato e, sulla carta, la compagnia avrebbe dieci anni per completare la pista. “La confusione da parte della Regione lascia sempre una porta aperta a un eventuale ritorno”, dice Enzo De Bonis, cittadino che si è battuto per la tutela del bosco. Annullare l’accordo è una questione delicata: secondo gli attivisti, chiunque tra i firmatari dovesse richiederlo metterebbe tutte le parti coinvolte nelle condizioni di chiedere il risarcimento dei danni. Ora, è pendente un ricorso al Tar Puglia, presentato dagli attivisti difesi dall’avvocato Filippo Colapinto, per violazione della normativa sulla partecipazione del pubblico. Secondo il ricorso, non sarebbero state considerate le alternative e le compensazioni risulterebbero inidonee.

«Quei provvedimenti che noi abbiamo impugnato davanti al Tar – spiega Colapinto – oggi sarebbero pienamente validi ed efficaci, ma è un’ipotesi puramente giudiziaria».

Nonostante i comuni di Nardò e Porto Cesareo abbiano i propri avvocati per far rispettare le leggi sulla biodiversità, è stato Colapinto – anche cofondatore del Gruppo di Intervento Giuridico in Puglia – a dover fare ricorso al Tar, anche in osservanza del principio di precauzione. Il mancato rispetto di tale principio sarebbe dovuto principalmente a mancanza di interesse, di capacità, di lungimiranza. In poche parole: mancanza di vero interesse alla tutela dell’ambiente da parte delle autorità competenti. 

“Con un nuovo presidente della Regione, avverte De Bonis, probabilmente ritorneremo alla carica con una nuova richiesta per annullare definitivamente questo accordo”. Nel frattempo, la società avrebbe comunque le carte in regola per proseguire il progetto.

4. Conclusioni

In una delle strade più affollate del capoluogo salentino, i turisti camminano in fretta davanti a una scritta. La maggior parte di loro probabilmente non la comprende a fondo: “Terre nosce senza Porsche”, le nostre terre senza la Porsche. Appartiene a una delle prime proteste in cui diversi attivisti e attiviste sono scesi in strada nei primi anni di presa di coscienza di ciò che stava accadendo nelle campagne di Nardò. La scritta è ancora lì. E ancora lì è anche la determinazione di attiviste e attivisti. “Oggi parlare di valorizzazione dell’ambiente fa venire i brividi”, conclude Cillo, “perché tutti i progetti di grandi interventi distruttivi sul territorio hanno per tanti anni chiamato valorizzazione la monetizzazione, che è tutt’altra cosa. Proprio per questo dobbiamo trovare linguaggi diversi per ripensare il nostro territorio”.

Guillaume Amouret

Guillaume Amouret è un giornalista freelance con sede ad Amburgo. Lavora per testate tedesche, francesi ed europee occupandosi di temi agricoli, energetici e ambientali.

Alessia Melchiorre

Alessia Melchiorre è una giornalista freelance specializzata in tematiche ambientali e sociali nell’area mediterranea. Ha collaborato con testate nazionali e internazionali come Associated Press, Reasons To Be Cheerful, Green European Journal e Rai. È finalista del Premio Roberto Morrione e cofondatrice di Marea Media, un’associazione che promuove nuove narrazioni sul Sud Italia e sul Mediterraneo.

Vittoria Torsello

Vittoria Torsello è una giornalista indipendente, cofondatrice di Marea Media e membro del collettivo FADA. Si occupa di diritti umani e giustizia ambientale nel Mediterraneo.

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