Articolo
Danilo Zagaria
La nostra guerra somiglia a quella delle formiche

La Nostra Guerra Somiglia A Quella Delle Formiche
biologia evoluzione

Sono combattimenti fra colonie di grandi proporzioni che possono durare settimane, con stratagemmi sofisticati per abbattere gli avversari e tecniche avanzate per soccorrere i feriti. E spesso avvengono in momenti di siccità e scarsità di cibo. Ma se per loro potrebbe essere determinismo biologico, per noi no.

Nel film d’animazione del 1998 Z la formica, la protagonista è un’operaia insoddisfatta della propria vita che abita in un grande formicaio situato a Central Park. Finita suo malgrado al centro di un vero e proprio golpe operato dai soldati della colonia, Z prende parte a una grande spedizione militare contro le termiti, acerrime nemiche delle formiche e formidabili combattenti. In una delle sequenze più spettacolari, i soldati sfilano a migliaia nel formicaio e poi escono nel buio della notte, intonando la filastrocca per bambini The Ants Go Marching come un vero e proprio canto di guerra.

Nel film la società delle formiche è mostrata come militarizzata e dominata dai soldati, una condizione che scatena i lunghi monologhi balbettanti del pacifista Z, doppiato dall’iconico Oreste Lionello (voce italiana di Woody Allen). Sebbene il film racconti il formicaio attraverso una lente fortemente antropomorfizzante, è innegabile l’efficacia con cui sottolinea alcune somiglianze fra la società umana e quella delle formiche, non ultima la tendenza a ricorrere alla guerra per risolvere alcune controversie.

Oggi, dopo decenni di dibattito, si tende a considerare la guerra degli esseri umani come una propensione naturale plasmata dalla cultura, di certo non scritta nel nostro DNA ma comunque centrale nel definire il percorso di Homo sapiens. Dato che restano dubbi sulla sua origine e sulla sua presenza in altre specie appartenenti al nostro ceppo evolutivo, è utile andare a indagarla come fenomeno in altri animali, vicini o lontani che siano da noi, sebbene qualsiasi paragone resti sempre problematico. Il caso delle formiche è, insieme a quello degli scimpanzé (già osservato dalla primatologa Jane Goodall negli anni Settanta in Tanzania e oggi studiato in Uganda), senza dubbio il più rilevante, soprattutto per via delle proporzioni che i conflitti fra colonie possono assumere e per la sofisticatezza di alcuni stratagemmi messi in atto per sopraffare i rivali. Come sottolinea una review dedicata all’argomento, pubblicata nel 2024 su Journal of Insect Science, è un argomento paradossalmente ancora poco studiato, forse perché necessita del contributo di numerosi specialisti, provenienti da diversi settori: etologia, ecologia, modellistica matematica, biologia evolutiva e della conservazione.

In campo animale la guerra è studiata prima di tutto attraverso due prospettive: etologica e ecologica. Per gli etologi si tratta di un conflitto di tipo cooperativo fra gruppi organizzati appartenenti alla stessa specie o a specie equivalenti che entrano in competizione. È un fenomeno che riguarda i gruppi sociali, distinguendosi quindi dagli scontri che hanno luogo ad esempio fra i maschi di molte specie (fra cui, notissimo, è il caso dei cervi) per accaparrarsi le femmine. Tuttavia, prima ancora di essere un comportamento operato dagli individui, la guerra è innanzitutto un evento scatenato da una competizione di tipo ecologico, utile per accaparrarsi risorse di vario genere, fra cui il cibo, lo spazio e i siti di nidificazione. Gli ecologi sono ancora più precisi nel definire questo tipo di conflitti: sono detti “per interferenza” quelli che si consumano con un attrito diretto fra le controparti coinvolte. L’altra categoria, i cosiddetti conflitti “per sfruttamento”, avvengono senza che ci sia uno scontro ma attraverso la spoliazione delle risorse fra i competitori, che può mandare in crisi uno dei rivali senza che si verifichi nemmeno un incontro. La guerra nel mondo animale quindi è, prima ancora che un fenomeno comportamentale, il risultato di precise dinamiche ecologiche.

L’etologo e mirmecologo Donato A. Grasso, docente presso l’Università di Parma e autore del libro Il formicaio intelligente (Zanichelli, 2018), ci spiega che quando si parla di guerra fra le formiche è necessario fare alcune precisazioni preliminari. “Se osserviamo due colonie che stanno combattendo, non stiamo guardando semplicemente migliaia di individui indipendenti, ma due entità biologiche collettive che entrano in competizione”. È il noto concetto di superorganismo, in cui l’entità individuale scompare e va a costituire un’unità complessiva organizzata che agisce a una scala superiore. “Possiamo quindi equiparare, utilizzando una metafora diffusa, la morte di un gran numero di formiche di una colonia come la perdita di un gran numero di cellule deputate alla difesa durante la risposta immunitaria che si scatena all’interno di un corpo durante un’infezione”. Inoltre, con buona pace dei creatori di Z la formica, la maggior parte dei conflitti fra questi insetti avviene tra colonie di una stessa specie. “Ed è bene ricordare”, aggiunge Grasso, “che le cosiddette ‘formiche soldato’ sono in realtà operaie specializzate. Tutte femmine quindi, soldatesse, dato che nel mondo delle formiche i maschi hanno soltanto funzione riproduttiva”.

Nelle guerre fra formiche è prima di tutto essenziale riconoscere “chi è chi”, anche perché non esistono leader che possano indicare la via. Se noi umani, nel corso della storia, ci siamo affidati a bandiere, divise e simboli, gli insetti si affidano alla chimica.

Le strategie belliche, le “armi” impiegate e gli accorgimenti messi in campo dalle specie di formiche che si dedicano all’attività guerresca sono innumerevoli e diversificate, al punto che spesso caratterizzano soltanto alcune specie delle oltre 15.000 oggi note. A livello generale però, nelle guerre fra formiche è prima di tutto essenziale riconoscere “chi è chi”, anche perché non esistono leader che possano indicare la via. Se noi umani, nel corso della storia, ci siamo affidati a bandiere, divise e simboli, gli insetti si affidano alla chimica. Ogni individuo porta sul proprio corpo degli idrocarburi cuticolari, veri e propri codici a barre o carte d’identità che identificano l’appartenenza a questa o quella colonia.

Nel momento in cui un esemplare ne incontra un altro possono accadere diverse cose: se si tratta di compagni di nido, avviene il riconoscimento e tutto procede normalmente, altrimenti può iniziare un combattimento o una fuga. Tale marcatura chimica in alcune specie può anche essere territoriale e funziona mediante gli stessi idrocarburi. Il professor Grasso, che ha studiato questa strategia nella specie Messor capitatus, “formiche mietitrici” presenti anche in Italia che si nutrono di cereali, spiega che mediante piccole gocce fecali contenenti i marcatori chimici coloniali questi insetti possono contrassegnare i dintorni del nido con gli stessi segnali utilizzati per il riconoscimento tra individui.

Nel momento in cui il riconoscimento non avviene, le formiche possono adottare diverse strategie comportamentali. Dato che combattere ha un costo energetico e può addirittura portare alla morte dell’individuo, è opportuno scegliere bene quale strada imboccare nei confronti del nemico. È noto quindi che le formiche, come quelle appartenenti al diffusissimo genere Pheidole, scelgono in base all’avversario quale livello di aggressività adottare, quante risorse impegnare nello scontro e se è necessario un reclutamento ingente. Nella review già citata, viene anche messo in evidenza come le formiche possano adottare le strategie che in etologia prendono i seguenti nomi: dear enemy (caro nemico) e nasty neighbour (pessimo vicino).

Nel caso della prima una colonia o una specie è meno aggressiva verso i vicini di casa, che di solito già conosce, rispetto agli estranei di passaggio, i quali potrebbero rivelarsi molto più pericolosi. Nella seconda situazione, invece, l’aggressività verso i vicini è la norma e gli scontri sono molto comuni. È questo il caso, ad esempio, della formica rossa (Formica rufa), una specie altamente territoriale diffusa nell’emisfero boreale, che attacca con maggiore aggressività i vicini territoriali con cui viene in contatto.

Alcune specie di formiche combattono quindi furiosamente, dando origine a battaglie campali al termine delle quali il terreno è letteralmente pieno di cadaveri. “Le formiche mietitrici americane”, spiega ancora Grasso, “danno luogo alle cosiddette spring battles (battaglie primaverili), cioè scontri molto violenti che possono durare giorni o addirittura settimane fra colonie che devono accaparrarsi il cibo. Avvengono in zone desertiche, dove i semi delle piante di cui queste formiche si nutrono sono presenti soltanto nei mesi primaverili. Questo è forse l’esempio di guerra fra formiche che più ricorda quelle fra esseri umani”. Al contrario, altre specie hanno inventato delle guerre ritualizzate, molto simili a quelle che hanno luogo ancora oggi fra alcune popolazioni native della Papua Nuova Guinea.

Già studiate da Hölldobler e Wilson, si verificano fra specie appartenenti al genere Myrmecocystus, le formiche del miele. Quando più colonie si incontrano, magari presso una fonte di cibo, gli individui prendono a girarsi intorno, a valutarsi. Sono dei veri e propri tornei, in cui gli esemplari stimano la forza degli avversari, la loro maturità (gli individui più grandi e forti compaiono infatti soltanto dopo qualche anno di vita della colonia) e a quanto pare anche il loro numero. Può quindi capitare che alla fine una delle due parti si ritiri per manifesta inferiorità.

Esistono poi dei casi particolari. Il primo è un’altra tipologia di guerra che non fa vittime ma può portare alla sopraffazione di un’altra colonia per competizione. È stata studiata sempre fra le formiche mietitrici italiane del genere Messor. La strategia è subdola e viene attuata mediante il blocco delle piste di foraggiamento degli avversari. Alcuni esemplari, che gli studiosi chiamano “guastatori”, interferiscono con l’attività di raccolta del cibo dei nemici, arrivando a scacciarli e in alcuni casi a chiuderli dentro al proprio nido, bloccando e sorvegliando tutti i siti di accesso. Si tratta a tutti gli effetti di una specie di guerra economica, affine all’embargo o al blocco navale che tante volte nella storia e ancora oggi nel presente viene attuato soprattutto dalle grandi potenze per soffocare le economie dei paesi nemici.

Le formiche amazzoni, invece – appartenenti a un genere, Polyergus, che conta una settantina di specie in tutto il mondo – praticano diffusamente il saccheggio e lo schiavismo, un peculiare tipo di parassitismo sociale che aveva già affascinato Charles Darwin. “Formano schiere di migliaia di individui, dei serpentoni lunghi anche alcuni metri” dice Grasso raccontando il fenomeno, che fra gli specialisti prende il nome di dulosi.

Dopo che il nido della colonia bersaglio è stato individuato dalle esploratrici, parte la razzia. In pochi minuti rubano larve e bozzoli. Si tratta delle future operaie il cui lavoro verrà sfruttato. Sappiamo che le difese vengono sgominate anche grazie alla guerra chimica: le schiaviste emettono infatti dalle ghiandole mandibolari delle sostanze che sono in grado di mandare in confusione le operaie della colonia attaccata. Sebbene la regola generale dica che nel mondo delle formiche schiaviste non ci sono ribellioni da parte delle schiave, nel 2005 è stato scoperto che nel genere Temnothorax le operaie schiavizzate possono ribellarsi o sabotare la colonia che le ospita, dando origine al cosiddetto “effetto Spartaco”.

L’arsenale a disposizione delle formiche non è meno impressionante delle loro strategie belliche. Non possiedono ovviamente le piccole lance e gli elmetti di Z la formica, ma possono contare su “armi” meccaniche e chimiche. Le mandibole possono essere acuminate, dentellate e molto potenti, capaci di afferrare il nemico e lacerarne il corpo. Fra le più impressionanti ci sono quelle del genere tropicale Odontomachus, che possono serrarsi nel giro di pochi millisecondi, rappresentando un record nel mondo animale. Anche se sono strutture che si sono evolute per la caccia, possono ovviamente essere impiegate per l’attacco o la difesa dai nemici. Essendo imenotteri come api e vespe, alcune specie di formiche hanno poi conservato il pungiglione con annessa la ghiandola del veleno, arma chimica in grado di iniettare secrezioni difensive e offensive molto efficaci. La specie Paraponera clavata, diffusa in Centro America, è famigerata sia per le sue ragguardevoli dimensioni (2-3 centimetri) sia per le dolorosissime punture. Il suo soprannome, “formica proiettile”, la dice lunga sugli effetti causati dai suoi attacchi. Esistono poi, ricorda Grasso, le formiche kamikaze.

La specie Colobopsis explodens vive nelle foreste del Sudest asiatico. I suoi individui possiedono all’interno del corpo delle ghiandole ipertrofiche, piene di sostanze collose e repellenti. Al momento opportuno, possono contrarre violentemente i muscoli dell’addome, rompendo così le ghiandole e il loro stesso corpo. Il processo, noto come autotisi, sparge tutt’attorno il contenuto delle ghiandole, che intrappola gli avversari presenti nelle immediate vicinanze.

Negli ultimi anni, grazie a studi che riguardano in particolar modo le battaglie fra formiche e la loro caccia ad altre specie, sono venuti alla luce anche dei comportamenti di soccorso e quella che potremmo quasi definire “chirurgia di guerra”. Individui della specie Megaponera analis, che è solita cacciare le termiti (le quali sono quindi prede delle formiche, più che nemici), sono stati osservati soccorrere le compagne ferite durante gli attacchi. “Le curano con la medicina sociale” specifica Grasso, “le riportano nel nido, le leccano e cospargono le loro ferite di secrezioni antimicrobiche”. Un recente studio pubblicato su Current Biology ha dimostrato come le formiche della specie Camponotus floridanus, che hanno perso nel corso dell’evoluzione la ghiandola capace di secernere le sostanze antimicrobiche, sono in grado di amputare la zampa ferita di una compagna, aumentando le sue chance di sopravvivenza. Inoltre, la ricerca condotta da Erik Frank dell’Università di Würzburg ha messo in evidenza come le formiche siano in grado di valutare la gravità della ferita: se questa è limitata alla porzione distale della zampa attuano cure classiche e meno invadenti, altrimenti di fronte a casi più seri procedono con l’amputazione dell’arto. Si tratta del primo caso di utilizzo dell’amputazione terapeutica osservata in animali non umani.

Donato A. Grasso richiama infine le tesi del biologo Mark Moffett espresse nel libro Lo sciame umano (Einaudi, 2020):

Paradossalmente cooperazione e conflitto sono due facce della stessa medaglia. Ed è incredibile che proprio la cooperazione estrema all’interno di un gruppo – come avviene nei superoganismi rappresentati dalle colonie di formiche – favorisca il conflitto fra gruppi diversi. Questo mi fa pensare però che le formiche, a differenza di noi, siano in qualche modo vincolate da un forte determinismo biologico, che le spinge al conflitto attraverso il loro meccanismo di riconoscimento chimico. Noi, invece, ci distinguiamo dai nostri simili attraverso una grande varietà di marcatori culturali: la lingua che parliamo, la religione che professiamo, la nazione a cui apparteniamo, il modo in cui ci vestiamo, il cibo che mangiamo, persino l’accento con cui pronunciamo le parole o la squadra sportiva per cui tifiamo. Sono tutti segnali che ci permettono di riconoscere chi percepiamo come parte del nostro gruppo e chi consideriamo esterno ad esso. Ma proprio perché queste categorie sono culturali e non strettamente biologiche, possiamo ridefinirle e ampliarle. Più allarghiamo i confini del “noi”, meno queste diventano strettamente identitarie e Pag. 7 di foriere di conflitti. Basta guardare la Terra dallo spazio: da lassù le guerre non si vedono e l’umanità appare come un’unica comunità che condivide la stessa casa.

Danilo Zagaria

Danilo Zagaria è biologo, divulgatore scientifico e redattore editoriale. Scrive di libri, scienza e animali su diverse testate, fra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera». Il suo sito personale è La Linea Laterale. Nel 2020 ha fondato la rivista letteral-scientifica «Axolotl». Con add editore ha pubblicato In alto mare. Paperelle, ecologia, Antropocene, finalista dell’edizione 2023 del Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica, e Il groviglio verde. Abitare le foreste dal Mesozoico alla fantascienza.

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